Temi del giorno:
Le nuove indagini del commissario Borachia
|Purple claw
Racconto a dispense, seconda puntata
“Pronto”
“oh…pronto! Cercavo il signor Monarce”
“da quando in qua IL commissario DELLA anticrimine della Città ha bisogno di un vigile urbano?”
“no…mi scusi, è che vorrei parlare col comandante della polizia locale”
“Ah! Toh! Guardi per caso mi sta transitando proprio davanti: glielo passo” (sempre scherzoso-creativo il Monarce; e con tutte le grane che ha: a destra a sinistra al centro. Sopra e sotto...pensa Riccardo). sempre lui: “dimmi Borachia: cosa posso fare per te?”
“Oh, ciao! Grazie! avrei bisogno di una informazione: per te dovrebbe essere semplice”
“vediamo!”
“però mi devi promettere due cose, se no rinuncio”
“mmm…”
“non devi ridere, e non mi devi sputtanare in giro”
“sulla seconda, mi offendi solo a chiedermelo. Sulla prima: hai fatto il classico, no? sai cosa diceva il Leopardi?”
“ne disse tante…”
“non lo sai”
“già: dimmelo tu”
“chi ha il coraggio di ridere, possiede il mondo!” c’è un breve silenzio
“aveva ragione! Annulla le due richieste suppletive con le mie scuse”
“ora andiamo avanti”
“sì, ecco: diciamo nell’ultimo anno, hai mai ricevuto denunce contro ignoti per avvelenamento di animali?”
“aspetta che consulto tutti i registri cartacei…ufff…un lavorone!” intanto si sente il battito delle dita sui tasti del computer…”un attimo ancora, eh…”
“sono qui”
“beh: no. Maltrattamenti, abbandoni, rapimenti a fini di estorsione; ma quello che dici tu no”
“ah!”
“a parte…”
“a parte?”
“a parte due: pensa te! Tutt’e due ieri!”
“davvero?”
“sì. Ma… una è di una tua ragazza! E l’altra…”
“della capo servizi amministrativi del ….. …..”
“eh già: la conosci anche tu, vero?”
“siamo molto amici”
“ma allora sai già tutto: perché mi chiami?”
“ti sbagli: sì che sono recentissime, ma sospettavo che non mi avrebbero comunicato le loro decisioni”
“mmm…e comunque c’è poco da fare: prima hanno cremato i poveri animali, poi sono venute a denunciare, e contro anonimi…cosa ci faccio?”
“sono molto confuse, cerca di capirle”
“beh, sì. Ma perché te ne stai interessando?”
“mi hai appena risposto: mai niente di simile, e poi loro due a ripetizione. E nessuna di loro è un tipo strano, infantile, visionario o nevrotico”
“quindi?”
“quindi, oltre a essere amico della Fiorenza, vederci un po’ più chiaro nei ritagli di tempo mi pare fattibile: non vorrei pentirmi quando è troppo tardi di avere sottovalutato la faccenda: quindi se ti capitasse qualcosa di utile…”
“prevenire è meglio che curare?”
“l’ha detto il Leopardi?”
“…direi proprio di no”
_._
Per il suo incontro occasionale, del tutto informale e solo informativo, con la poliziotta della buoncostume e della gattina, Riccardo ha scelto -guarda caso!- proprio il giorno di riposo di lei. E sa che nei giorni successivi lui avrà tanto da fare. E magari anche lei: magari sarà per la strada, o simili, di pattuglia o in qualche indagine. Per cui, scusandosi mille volte ha chiesto alla Lietta Siro detta Ferrari Fazio la Rossa se può intercedere presso l’interessata: se lui può passare da lei cinque minuti a casa all’ora in cui non disturba- la ragazza ha risposto che non c’è problema, anzi lo ringrazia per l’interessamento, e gli ha dato l’orario.
Si tratta di tre vani piccoli più servizi. La ragazza è single. Le stanze sono ordinate, soprattutto la cucina dove ora i due si trovano. La porta del bagno è semiaperta, nel bagno c’è una pianta poggiata a terra: lunghi steli pieni di fiori rossi a campanula.
“l’hai trovata qui in cucina?”
“sì”
“tornavi dal servizio?”
“no: ero in casa da due ore; ero nell’altra stanza quando l’ho sentita miagolare in modo stranissimo; l’ho chiamata: niente. Sono corsa di qua e era stecchita a terra”
“poi cosa hai fatto?”
“ho chiamato il veterinario di fiducia. Ha detto che secondo lui era un infarto. Mi ha chiesto se volevo l’esame autoptico. E io…”
“non te la sei sentita”
“sì è così”
“ti capisco. Senti ma, pensi che possa essere una vendetta? Tu fai un lavoro delicato…” la ragazza scuote la testa:
“lo escludo: io faccio un lavoro operativo; ribellarsi alla polizia, in quegli ambienti lì, è pericoloso. E poi sono troppo volgari e sbrigativi per informarti su di te, scegliere la tua gattina… quelli vanno al sodo o scappano, oppure, di solito, lasciano perdere”
“escludiamo il mestiere: altri sospetti?” la ragazza ci pensa un po’, gira le labbra in giù, scrolla le spalle:
“no…non mi sembra proprio, davvero…”
“capisco. Allora scusa del disturbo, e…”
“no, no. Nooo: Gilberto? Impossibile, figurati!”
“come dici?” la ragazza appare imbarazzata:
“tempo fa ho avuto una breve storia. Una storia occasionale”
“puoi raccontarmi?”
“non so…”
“prova: non la saprà nessuno”
“oh…ma sì: era il compleanno della mia nipotina: avevo pensato io al dolce; ero andata su, da “I Cioccolatieri”: sulla collina, sa?” Borachia sa eccome! Ottimo posto, lo ammette perfino Alberto.
“e…?”
“beh, ho notato un pasticcere simpatico, l’aria da gentiluomo. A me piacciono gli uomini maturi”
“quanto maturi?”
“mah, non so: come lei commissario… oh no! Mi scusi! Non volevo dire…!”
“lascia stare, vai avanti”
“commissario, io sono single: non ho fatto niente di male”
“certo, ma vai avanti”
“lui anche…insomma: ho fatto un po’ la femminuccia, senza esagerare…”
“e poi?”
“poi lui la sera mi ha portato la torta a casa: l’avrei portata io a mia sorella…”
“e quindi…” la ragazza abbassa la testa, annuisce
“sono cose che capitano”
“la ringrazio. Ma poi…”
“poi?”
“poi, dopo, lui sembrava un bambino: mi stringeva, diceva delle cose belle, e io…” scuote di nuovo il capo; il commissario la incoraggia in silenzio
“gli ho detto che era stato un incontro, che non avevo alcuna intenzione. Mi colpì la sua reazione: si alzò tranquillo, senza protestare, e disse piano beh…allora arrivederci”
“come ti ha detto, scusa?” la poliziotta lo guarda incuriosita, ripete annuendo:
“beh…allora arrivederci”
“e poi da allora…cioè, allora quando?”
“un due anni?”
“ecco: non lo hai più rivisto”
“no”
“posso andare dunque”
“grazie di tutto, commissario”
“grazie a te” Borachia ha la mano sulla maniglia della porta, quando la ragazza lo richiama:
“non è esatto che non l’ho rivisto: quasi subito ricevetti una lettera”
“non è che potrei…” la ragazza ci pensa un po’ più che un po’; Borachia sa che deve tacere fiducioso: si vede che lei sta ripassando il contenuto; poi si allontana senza dire niente; ha un fogli scritto a mano in mano:
Ti ringrazio: è stato un bellissimo incontro. Sei sicuramente una cara ragazza, e io non ti giudico. Non farci caso: alla mia età a volte mi comporto come un bambino. Mi è sempre capitato così, anche vent’anni fa: vengo lasciato prima di iniziare. Forse è meglio. Promettimi di non preoccuparti: mi hai fatto un bel dono, e è quello che conta. Come dice un poeta latino…”mira munuscula nocte”:piccoli doni in una notte meravigliosa. Ciao, Gilberto
Borachia restituisce il foglio
“pensa sia stata cattiva, vero?”
“non penso niente: sei una donna, lui un uomo; tutto…tutto il resto non c’entra niente con voi: giudizi inutili
_._
“senti Gloria, ma…”
“aspetta che ci sono le notizie dalla guerra!” Riccardo tace rispettoso
“cosa stavi dicendo?”
“non sei stanca di morti?”
“perché? Se mi stanco la smettono?” lui la guarda strano
“sarebbe bello potesse funzionare così!”
“davvero? Quanti pensi si stancherebbero davvero? ”
“beh…”
“senza IL Nemico, senza andare a gridare per l’uno o per l’altro? Senza sentirsi esperti e giusti? Perlomeno quelli dello stadio lo fanno e basta: sono felici di essere violenti e stupidi. Ma lasciamo perdere, dai scusa: mi dicevi?”
“ti dicevo -e scusa tu- ma davvero non ricordi il nome di quel tipo?”
“ma quale tipo?”
“quel tuo…collega mancato, diciamo così” Gloria rimane interdetta
“non è che non lo ricordo: non fu mai pronunciato! Pensi abbia l’Alzheimer?!?”
“va bene va bene: non t’arrabbiare”
“no, no: guarda siamo arrivati: suona che saliamo”
La casa di Gloria, medio grande per una single, è un suo ufficio allargato, con i mobili autentici, le stanze più curate, i quadri ben scelti di un certo valore. Quel pomeriggio si diffonde una luce tenue, come autunnale, e lei -con grande gratitudine del Borachia- non accende inutili luci strane e forti: solo una abat jour che conferma l’intenzione distensiva e amichevole dell’incontro. Come succede sempre in questi casi, casi di perdita -si tratti di uomini o animali- non si parla della ragione della visita. Lei offre il the in un servizio sobrio: le tazze e la teiera istoriate di petali rossi arrotolati, come un pendent con le sue dita piccole e affusolate, laccate purpuree. Solo quando il tempo canonico e l’orario decidono per il saluto finale, Borachia si decide:
“scusa Fiorenza, so di rinnovarti un dolore in parole da non dire, ma quando è successo ero così concentrato su di te…ascoltarti, consolare…che non ho fatto certo il poliziotto. Sì, voglio dire: tu non pensi che qualcuno ce l’abbia con te, che ti voglia male? Puoi dirmi ciò che vuoi, anche per pura ipotesi: lo sai resta tra noi” la donna si mette diritta e si concentra, ripetendo per un po’ impercettibili no con il capo
“sai, nel lavoro, magari non concedi qualcosa, non ti lasci convincere a aggiustamenti o tentativi di corruzione”
“non mi risulta, assolutamente”
“allora nella vita privata” la donna inarca le sopracciglia, sorride ìlare
“nella vita privata?”
“vabbé, scusa. Allora noi andiamo. Non stiamo anni senza vederci, per favore”
“no”
Lungo la via del ritorno stanno in silenzio parecchio, l’uno accanto all’altra. Poi, forse per sdrammatizzare un po’, Gloria ride e fa:
“che buffo ieri! A scuola! Un corso noiosisimmo e inutilissimo sul digitale, e la Carla a un certo punto fa aveva ragione Pascoli: si muore! Lei lo ha detto piano, ma in tre o quattro sim scoppiate a ridere, e il relatore se ne è accorto…”
“cioè, cosa voleva dire?”
“Riccardo: ma tu al classico cosa studiavi: il calibro dei revolver?”
“ma no, perché?”
“la poesia di Giovanni Pascoli no? Digitale purpurea, finisce così: si muore, la Digitalis è velenosa: questo almeno lo saprai!”
“sì, sì, scusa. Beh, ma di traduzione dal greco non avevo pari…”
Digitalis purpurea: La pianta, che deriva il suo nome dai fiori che sembrano ditali per cucire,è considerata fortemente velenosa, a causa appunto della digitossina, sostanza in grado di bloccare il battito cardiaco. La vox populi ritiene l’infuso dei suoi fiori il principale ingrediente utilizzato dalle streghe per realizzare le pozioni letali.
_._
La Squadra è riunita nell’ufficio a cubo trasparente del commissario Borachia. C’è parecchio lavoro: i postumi di una grave rissa multietnica al molo, l’accoltellamento fortunatamente non mortale di un padre torturatore della madre da parte della figlia femmina sedicenne,…una nuova raffica di furti di appartamento. I contributi e le proposte sono tanti, l’ascolto e le annotazioni effettive. Quando la riunione sta terminando, il commissario seduto al centro fa una panoramica di sguardi e dice:
“scusate: vi trattengo solo un momento: mi interesserebbe, per una cosa mia privata di poca importanza, un tipo di cui so poco e niente; permettetemi di non essere più preciso” tutti tacciono con l’espressione di chi invita a proseguire
“ripeto, non è cosa importante; meno che mai dovete mettervi a indagare, seguire, o simili; non voglio infrangere la legge per un mero sfizio: se vi capita per caso, con discrezione me lo segnalate”
“che cosa fa?” chiede Marco Rossi; Borachia sorride debolmente:
” non lo so: non so niente di niente, voglio dire: nome, età precisa, mestiere…” inizia ad esserci un moderato stupore nella stanza
“avete ragione: vi spiego meglio: mia moglie sostenendo i concorsi scolastici venti anni fa, fu colpita da questo tipo perché arrivo un poco in ritardo e non fu accettato; le fece pena. Lui era calmissimo e rassegnato: se ne andò senza dire ah . Anzi no: disse va beh…arrivederci. Lei lo aveva dimenticato ma lo ha incrociato per la strada. Non credeva fosse della Città, infatti in venti anni non lo aveva mai incontrato: quindi o non era lui, o è molto difficile che nella vita abbia fatto l’insegnante. Ma è scappata via. Penso che lui di lei non sappia nemmeno l’esistenza. Di foto non se ne parla nemmeno”
“ammetterà commissario…” fa la Laura
“vi ripeto che non è una cosa importante, ma ormai mi è presa così. Inutile dirvi di tenervi tutto questo per voi, specialmente con mia moglie. Sì, sì, un minimo ve lo devo dare: è leggermente più anziano di me -almeno all’apparenza- fisicamente e per modo di vestire sembrerebbe assomigliare ad Hastings di Poirot”
“e chi è?!?” fa Viglietti
“poi te lo faccio vedere sul cellulare” fa la Laura con l’aria di ma si può? Ma robe da matti! Riccardo prosegue:
“è stato visto presso il negozio di muscoli e ostriche, vicino al mercato” c’è un po’ di perplessità
“va bene commissario, se capita…” _._
Il giorno seguente, terminata la colazione la colazione di buon’ora insieme a Gloria, il commissario Borachia si è appena messo sul suo abituale sentiero da percorrere a piedi per raggiungere il luogo di lavoro. Gli squilla il cellulare
“dimmi Marco”
“commissario, ho visto il suo uomo.., credo” te pareva che non lo vedeva lui! pensa Borachia
“ah…e dov’era?”
“dove l’ha visto sua moglie” avrà cambiato casa, o città, visto che per vent’anni non si era mai palesato lì, abbastanza vicino a casa nostra: si potrebbe guardare meglio. Ma perché?!? Riccardo sa benissimo perché, m si vergogna a dirlo a se stesso
“beh, ti ringrazio molto”
“di nulla. Solo che…”
“…che non era solo”
“ebbene?”
“era con una donna”
“ti hanno dato l’idea di stare insieme?”
“direi proprio di no: stavano litigando!”
“litigando come?”
“sono riuscito a sentire pezzetti dei discorsi: lei diceva no, no Gilberto: capiscimi…”
“come hai detto scusa?” Marco riprende: no, no Gilberto: capiscimi – capirti eh?lo sai -Leo- cosa ho messo di me stesso in questa storia? – credimi: me ne rendo conto – non credo proprio – lo sai che ho due figli, lo sai come è mio marito… – già! invece tu lo hai scoperto adesso! – non è questo, è che mi sembra che sospettino, anche i ragazzi… – eh, certo: i ragazzi! Ora sospettano! Quando invece ti andava di confidarmi i loro problemi e io ti ascoltavo…che stupido! – non dire così; calmati: ci stanno guardando! – me ne frego! – dai: salutiamoci qua; guarda che dispiace anche a me – tu non sai di cosa sono capace la gente incominciava a guardare; a questo punto la donna se ne è andata senza meno, lui ha fatto per seguirla: la gente si avvicinava, me compreso; allora ha avuto un moto di stizza e se ne è andato verso un’altra direzione rispetto a lei. Io commissario ero in indagine, e viste le sue raccomandazioni ho pensato bene di…”
“hai fatto benissimo. Ma tu ti ricordi tutto! Frequenti mica quelle scuole di recitazione..?”
“mmm…solo una recita di Natale da bambino: niente di che: facevo un pastore che non diceva niente”
“ma guarda!
“sono un incompreso, lo sa”
“già! Ma senti un po’: sei sicuro che la chiamasse Leo?”
“sicurissimo commissario: suona strano anche a me”
“ascolta: com’era?”
“una biondina…”
“una biondina?!?”
“beh, sì: ce ne sono tante”
“una biondina come?!?”
“mingherlina, non giovanissima, elegante…”
“ferma ferma ferma! Ora ti mando una foto e tu mi dici se è lei!”
“come vuole” Riccardo cerca velocemente nel proprio archivio un’immagine in cui lui e Gloria appaiano insieme a Fiorenza. E la trova.
“arrivata? Allora?”
“no, no: a parte la stazza, ci sono differenze: la testa era più tonda, la tinta più chiara; e poi la sua ha il nasino più piccino” Riccardo è delus, ma anche sollevato
“beh, sei stato bravo, come al solito”
“si figuri, per così poco”
_._
Su quella strada che fa a piedi tutti i giorni, lungo la quale è stato contattato da Marco, si trova il grande e bel palazzo in cui Fiorenza lavora. E in questo momento è al lavoro. Riccardo decide per una visita veloce, un piccolo aggiornamento: le rivelerà alcune cose, altre le terrà nascoste, vedendo se salta fuori qualche novità:
“sono un amico di Fiorenza: mi chiamo Riccardo Borachia: può chiedere se posso salutarla due minuti senza provocarle problemi?”
“certo” non era un “certo” per tutti, pensa Riccardo, il cui ultimo desiderio è essere riconosciuto in Città
“Riccardo! Buongiorno! Così di prima mattina: c’è qualcosa?”
“ma no: lo sai che vado presto, a piedi”
“mmm, già! Posso offrirti un caffé alla macchinetta?…eh?…Riccardo scusa: vuoi un caffé? Ma cosa…” il commissario tace, prova come una vertigine, non sa da dove gli deriva: gira lo sguardo per la stanza, come un cane che non trova più il padrone che lo stava accudendo un attimo prima; e alla fine:
“Fiorenza, quella pianta: dove l’hai presa?!?” Fiorenza si irrigidisce, ma si ricompone presto
“mah, non so…un regalo”
“un regalo di chi?!?” la donna è sempre più in difficoltà
“un’amica…”
“un’amicA?!?”
“sì, è strano?”
“te l’ha regalata Gilberto” la donna ammutolisce, è completamente immobile, poi riesce a sussurrare
“come sai?”
“Fiorenza rispondimi”
“sì, l’ha portata lui…”
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_._
La donna a poco a poco è riuscita a riprendersi. Riccardo si è seduto nell’ufficio ala sua scrivania. Lei ha fatto dire che non vuole essere disturbata:
un po’ di tempo fa, circa un anno, organizzammo qui un rinfresco per gli ospiti stranieri. Gilberto portò la roba, e nell’accompagnarlo nella stanza in disuso da cui avremmo ripreso i dolci e i salati, chiacchierammo un po’: la scelta, o la casualità del mestiere, le fortune, le sfortune. Ci fummo reciprocamente simpatici. Mi disse che un “capo” così elegante, nelle tante occasioni simili, non l’aveva mai incontrato. Lo ringraziai e mi stupii di farlo. Riccardo: la mia storia la conosci. E anche la mia età
“sono disgrazie come mille altre a ‘sto mondo. Quanto all’età, lo dici come se fossi un’anziana in carrozzella: sei semplicemente ciò che ti disse lui: una donna. Una donna molto elegante”
quel giorno ci fu un sacco di lavoro: non capivo più niente. Fortuna ci sono le macchinette dell’acqua e del caffé. Quando emersi dall’ufficio, la sera tardi, me lo trovai davanti: era elegante, sobriamente elegante. Si scusò, molto timido: mi chiese se poteva accompagnarmi a casa. Riccardo, non so perché…
“Non sapevo fossi Didone sulle ceneri di Sicheo!”
dai! già è difficile! Arrivati al mio portone mi strinse la mano, e mi ringrazio per la “stupenda passeggiata”. Lasciò assare un paio di settimane, e fece la stessa cosa. E anch’io. Arrivati al portone mi invitò a cena: quando volevo io e dove volevo io, ma mi scongiurò di non fingere, di non fuggire. Gli dissi che non gli assicuravo nulla, ma poi…
Il locale era proprio carino; la cena scorreva via bene. Ci stavo bene, mi sentivo riposata, tranquilla. Soprattutto sapeva ascoltare, e si vedeva che gli piaceva, ascoltare. Il ritorno a casa mia fu tale e quale la prima volta.
Gli concessi un’altra cena, serena come la precedente. Alla fine prendemmo un amaro. Anch’io. Mentre lo sorseggiavamo lentamente mi chiese di fare l’amore. Riccardo: mi vergogno…
“di essere una donna?”
Casa mia era più vicina. Salimmo su e…insomma…
“e, Fiorenza, E!”
sì, E. Filodema, che trovammo già addormentata sembrava tranquilla. Noi eravamo…capisci Riccardo?
“non è che in polizia prendono solo gli asceti bacchettoni!”
eravamo già..già! E lei si svegliò e cominciò a moinare, a annusare, a saltarci addosso. La prendemmo in ridere, cercai di calmarla; ma lei passò ad abbaiare, a ringhiare. Ero mortificata, e in forte imbarazzo. Alla fine gli dissi che forse era meglio che andasse via
“fammi indovinare: ti disse vabbé…arrivederci.” Fiorenza lo guarda fisso, neanche incredula: inebetita
non ci vedemmo più. Avremmo potuto trovarci fuori, fare un piano, parlare da adulti. Ma niente: ci vegognavamo entrambi. Poi, pochi giorni prima che…
“vai avanti: ho capito”
fu gentile come sempre: ora non ricordo le parole precise. E mi lasciò quella pianta. Disse che era confuso, che non sapeva se sarebbe tornato, ma mi lasciava qualcosa di lui. C’è molto silenzio. Poi Riccardo prende la parola:
“ora tu, quella pianta: ti metti i guanti usa&getta, la chiudi a chiave da qualche parte e se vuoi la vai ogni tanto a controllare e innaffiare, sempre coi guanti, e aspetti gli sviluppi. E se si rifa vivo mi chiami im-me-dia-ta-men-te, va bene?”
“va bene” Riccardo si volta e fa per andarsene. Quando ha la mano sulla maniglia della porta:
“Riccardo…”
“sta’ tranquilla: non lo saprà nessuno”
“nemmeno Gloria, per favore…”
“meno che mai, Gloria”
“grazie”
“Fiorenza, per favore!”
_._
Ròdo, soprannome strano che in qualche rivolo di suono ricorda gli alberi robusti. E lui lo è: nel suo nanismo non nascosto, e ormai non sofferto, era robusto nel corpo e nello spirito. Era gentile. Non si sente -da quasi quarant’anni- né padrone né schiavo della gente. Della gente normale. Si sente un lavoratore normale; al giorno d’oggi con molti meriti. Capace nel suo mestiere: impiegato anziano in quell’ufficio. Con lui, i direttori dormono sonni tranquilli. Anche alcuni colleghi, magari di giorno. Riccardo lo conosce da una vita: si fidano ciecamente. Reciprocamente. Che importa, a Rodo (cioè Rodolfo), mettere una serie di fogli fotocopiati (mail off line, tabù, per roba simile) con una serie di nomi date indirizzi in mano a un amico commissario di polizia, senza ricevere richieste ufficiali? Certi rifiuti per sentirsi potenti li lascia ad altri. Ad altre.
A Riccardo tocca una notte insonne, con Gloria stupìta e contrariata. “Leo” -escludendo portenti di creme, lifting e diavolerie varie, dalla descrizione di un occhio clinico come Marco Rossi dovrebbe aggirarsi, come data di nascita, intorno a quattro o cinque annate. Le prime due, senza cenare, vanno dalle 20 a mezzanotte.
All’una, dopo il primo sbadiglio enorme, legge questo XXXXX Carla Maria Leonia, nata a xxxxxxxxx, coniugata con xxxxxxx xxxxx, trasferitasi nella Città, professione residenza etc.
“pronto Marco?”
“commissario…”
“scusa l’ora!”
“sa che dormo poco”
“domani vieni con me, diciamo intorno alle 9. Hai lavori in corso”
“possono aspettare”
“e dici al Viglio di sostituirmi per tutta la mattina”
“ok, tranquillo”



