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Purple claw

Fiorenza è una signora molto graziosa. E’ molto gentile. Minuta, anche nel viso che sincero sorride. Biondina fino al collo escluso (ma non “a maschietto”, eh!, acconciata semplice senza pretese). Non diremo l’età, perché un numero non rende un’età, ma i lettori l’avranno già capita. Ama vestirsi elegante, cambiandosi ogni giorno, senza ricercatezza o eclatanza, con molta attenzione. Oggi ha scelto un completo giacca-pantaloni di un verde sobrio, tenue ma non anonimo. Fiorenza ha una fissazione: porta costantemente, in ogni periodo dell’anno, le unghie delle dita delle mani, e dei diti dei piedi, entrambi delicati e piccoli, laccate di un rosso porpora deciso. Guardato isolatamente, quel colore può sembrare aggressivo, quasi un po’ vampiresco, ma con lei tutt’attorno non dà tale impressione; e poi, i colori originali, plurimi, evidenti dei suoi vestiti -ripetiamo cambiati ogni giorno- si riflettono su quelle unghie producendo dei riflessi, delle mescolanza notevoli, dei mutamenti. Quando ha dovuto organizzare il suo ufficio di capo-sezione, al piano terra con la finestra sulla piazza grande, ha preteso cercandoselo tra le dotazioni già presenti in quell’immenso palazzo del primo ‘900, un mobilio consono all’epoca del palazzo stesso, in legno vero: poche cose: la scrivania, l’armadio dei documenti col vetro spesso, opaco, in rosso scuro. Si muove con simpatia e leggerezza in quella stanza, traendo carte, sedendosi e poi rialzandosi, osservando il computer, riflettendo col viso appoggiato alle mani alla Gustav Klimt, decidendo. Filodema vive con lei da anni, la accompagna dappertutto: silenziosa, tranquilla, vagamente incuriosita, mai sofferente. Un batuffolo bianco col ciuffetto tirato in su da un fiocco rosso. Pelo folto, non così batuffolo né così minuta da essere denominata dal Borachia – chiuso con Gloria nel segreto di casa propria – un topocane… soprattutto il pelo folto e brillante la distingue da quella pelle equina e bovina, affidata a stazze cinquanta volte inferiori, che tanto spesso vediamo in giro.

Ora Fiorenza dà un’occhiata roteante e panoramica al suo ufficio: due quadri in tutto alle pareti ritraggono ragazze al pianoforte e un mazzo di fiori privato del vaso, come sospeso nell’aria. Altri fiori, veri, ancorati a una pianta appoggiata sul pavimento.

Decide di fare una gita al primo piano: due rampe di scalini non ripidi fiancheggiate dalle colonnine di granito grigio e dal massiccio poggiamano, niente di lungo o faticoso. No sa se lo fa per sgranchire un po’ le gambe, e fare sgranchire le zampette all’amica, o perché ha davvero bisogno di parlamentare con l’altro capo (un briefing, come dicono quelli che fanno i fighi oggi). Non dappertutto i capi sono due, uno amministrativo e uno organizzativo. Di solito dove ci sono o vanno d’accordo, o si odiano, o lavorano autonomamente, quasi ignorandosi, con brevi efficaci aggiornamenti. Forse la terza opzione è quella di Fiorenza. Filodema trotterella sul grande corridoio dalle mattonelle bicolore originarie, si impegna sulla scala senza grossi problemi nonostante la sua taglia ridotta. Fiorenza fa sempre qualche metro e poi l’aspetta affettuosamente un poco. Terminati gli scalini, la cagnetta prende ‘stavolta a rigirarsi sul corpo: “su! che fai? ti sembra il momento di giocare, alla tua età? Vieni…” e fa per procedere, sicura che l’amica le darà retta. Ma sente una voce di ragazza alle proprie spalle: signora, signora! Sta male!; l’animale incomincia a agitarsi di più, poi a mordere l’aria, a abbaiare senza un suono: “ma…che hai? hei! hei!” le è addosso, si inginocchia, cerca di accarezzarla e non riesce, la immobilizza per guardarla meglio: “aiuto! Aiuto!!! qualcuno ci aiuti” le poche astanti casuali sono attonite. Esce l’altro capo: “Fiorenza: che c’è?”

“che c’è? che c’è!!!” la donna sta avendo una crisi parossistica

“su, sta’ calma, calmati”

“mi calmo? Mi calmo?!?…è morta!” l’altro capo ordina alle poche persone attorno di tornare da dove sono venute, si avvicina piano piano: la donna sta piangendo a dirotto, mentre tira fuori il cellulare dalla tasca:

“pronto! Sono Fiorenza!

“…”

“è…è… morta!”

“…”

“è qui, davanti a me: è morta ti dico!”

“…”

“sono al lavoro. Vieni! Lo sai dove lavoro?”

“…”

“sì, sì, lì. Vieni ti dico!!!”

il veterinario di fiducia arriva piuttosto presto. Ha da sempre avuto un debole per Filodema, e l’accaduto non gli piace affatto. Fiorenza, col sederino per terra e le gambe adagiate di traverso, non ha smesso di vegliare la sua cagnetta. Scatta il racconto, qualche domanda, qualche accertamento… Poi, il dottore avvolge il corpo senza vita in una coperta, lo porge alla donna, e i tre si allontanano insieme.

_._

Alla fine di un non del tutto scontato pranzetto domestico, Riccardo e Gloria stanno filosofando se consumare immediatamente un pinguino acquistato al supermarket sotto casa, o se rimandare alla cena tale botta di vita. Squilla il cellulare del commissario

“Fiorenza! Come stai?”

“…”

“Morta? Ma come?”

“…”

“ma…non mi pare vero!”

“…”

“mi spiace tantissimo, credimi”

“…”

“avvelenata?!? ma che dici?”

“…”

“no, no, non volevo offenderti: figurati!”

“…”

“indagare? ma…non spetta a me!”

“…”

“capisco, ma non spetta a me. Il veterinario che dice?”

“…”

“Ah! E, di lei…sì insomma hai capito: che ne avete fatto?”

“…”

“capisco: beh ha ragione: vista la dinamica, non poteva certo dichiarare il falso e permetterti di seppellirla in giardino. Cremarla era quasi obbligatorio. Non hai richiesto…sì insomma non mi ricordo il termine giusto per gli animali: l’autopsia diciamo”

“…”

“capisco, non te la sei sentita. Beh allora credo ci sia ben poco da fare. Sì lo so che era l’unica amica che avevi”

“…”

“Fiorenza! Stai parlando con il commissario dell’anticrimine!”

“…”

“certo che lo è, ma non rientra nei miei doveri, né diritti. Hai parlato con la Polizia Locale? Posso introdurti dal signor Monarce…poi, conoscerai le associazioni giuste molto meglio di me…”

“…”

“ma no, credimi, no: lo sai che ti vogliamo bene!”

“…”

“sì, certo. Verremo a trovarti, ne parleremo: non finisce qui… Ciao, ciao…”

Riccardo guarda Gloria, decisamente colpita: seguendo la telefonata ha capito quasi tutto.

Art. 1. (Modifiche al codice penale) 1. Dopo il titolo IX del libro II del codice penale è inserito il seguente: “TITOLO IX-BIS – DEI DELITTI CONTRO IL SENTIMENTO PER GLI ANIMALI Art. 544-bis. – (Uccisione di animali). – Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi

Di solito, la salma dell’animale morto viene cremata. Esistono anche cimiteri degli animali domestici. Il padrone può anche seppellirlo in terreno di propria proprietà-ovviamente dichiarandolo alle autorità competenti; è indispensabile però la dichiarazione del veterinario dell’Asl che non sussiste alcun dubbio sulla morte naturale, e che l’animale non aveva contratto alcunché di contagioso.

I due stanno a lungo in silenzio: ormai il pinguino è del tutto dimenticato. Il discorso -sempre privo di pinguino- ritorna a cena

“da quant’è che conosciamo Fiorenza?” chiede Gloria

“non so: tantissimo. E non ricordo nemmeno come è avvenuto, chi di noi due l’ha conosciuta per primo: strano, vero?”

“Non saprei: queste cose succedono: pensa che io ho una collega -più giovane di noi- che qualche anno fa si è trovata davanti sulla strada un collega di un’altra scuola, del tutto sconosciuto…solo visto una volta per caso da lontano a una riunione comune; e quello le fa ciao, come stai? Tanto che non ci vediamo… e quella per gentilezza risponde, e poi qualche episodio analogo. Insomma per fartela breve si sono sposati: è stato solo quasi all’altare che lui le ha rivelato che l’aveva colpito talmente che aveva architettato tutto”

“ma pensa te!”

“una cosa bella…”

“se entrambi ci si ritrovano, se sono contenti…” Gloria ha come una piccola scossa, guarda Riccardo in modo strano, con un lieve sorriso sorpreso

“sai che mi hai fatto venire in mente una cosa che mi è capitata ‘stamani?” e si ferma qui

“beh, lo fai apposta? Che ti è capitato?”

“no, è che stavo cercando di rinquadrarla meglio”

“e ci sei riuscita?”

“è un fatto completamente diverso dai due che stavamo discutendo, ma al fondo qualcosa di simile c’è” di nuovo silenziosa

”beh, allora? Raccontamela no?!?” Gloria si drizza di più sulla schiena, come una scolaretta prima di recitare una poesia a memoria

“hai presente il periodo in cui diedi i concorsi?”

“beh, sì, eravamo amici: ti eri sposata da poco”

“esattamente. Erano ancora quelli seri, previsti dalla Costituzione. Per alcune classi ti fermavi per gli scritti tre giorni consecutivi, sostenevi le prove ogni giorno, sei ore al giorno: ti distendevi un poco, dormivi, e ricominciavi”

“ma dai che lo sanno tutti che voi insegnanti fate la bella vita!” Gloria fa finta di non sentire, si è fatta seria

“era vicino a Natale: eravamo tutti lì, emozionati, in un antico ex convento di suore, buio ma in qualche modo affascinante. Era come essere entrati in una bolla, senza le stupidaggini del mondo, della scuola inconsistente e antidemocratica che già avanzava, e delle manfrine di tanti colleghi che volevano, e sapevano, come scapolarsi quella prova e ottenere una cattedra a vita; eravamo tutti concentrati sui contenuti della materia, sulla scelta della prima traccia da affrontare. La commissione era severissima: giravano in continuazione, si nascondevano nelle scale, al piano di sopra, e dalle finestre interne del cavedio beccavano chi copiava, arrivavano giù e senza ne ah né bah li sbattevano fuori: io ne vidi cadere tre nella prima ora…”

“tuo marito mi raccontava, quasi in diretta”

“già”

“ebbene?” Riccardo, che ha assunto un sorriso dolce e benevole, pare ora incuriosito

“ebbene: a un certo punto entrò un signore nell’aula: si vedeva che aveva qualche anno più di noi; indossava un impermeabile e una sciarpa portata come una stola; aveva in mano una borsa di cuoio, di quelle di una volta: sembrava una figura di altri tempi. Hai presente Hastings?” [Gloria e Riccardo guardano sempre Poirot nell’edizione più famosa e meglio riuscita: lo riguardano in anni diversi, cercano di ricordare quando hanno già visto la puntata; commentano i colori, le espressioni stupende dei protagonisti, le battute ironiche. nda]

“certamente”

“ecco: fallo leggermente meno magro, meno ilare, e con una certa dolcezza negli occhi: quello era così” Riccardo la invita a proseguire con l’atteggiamento del viso

“io, giovane sposa incinta al mio primo concorso, provai una sensazione strana, come di due generazioni oneste, diversissime, che convivessero un attimo dentro quella bolla”

“e poi?”

“la sorvegliante, un’insegnante anziana e per nulla decisa, anzi piuttosto impaurita da quel ruolo, disse: prego? L’uomo rispose: io…arrivo adesso. La donna era visibilmente spaventata, stette un attimo incerta, poi disse un momento che vado a chiedere. Il commissario -un tipo bruttino, basso, anziano, durissimo, che però all’orale si rivelò molto competente e a tratti anche scherzoso- arrivò immediatamente: la donna spiegò la faccenda. Lui manco lo guardò: figurati! Ci sono regole chiare! Io mi sono messo in viaggio alle tre di notte per arrivare qua! E invitò l’uomo ad andarsene. Quello allargò le braccia, sorrise debolmente, disse va bé:arrivederci, e se ne andò. Sentii dolore: immaginai i suoi anni di precariato -io ne avevo già subito due: le segretarie che ti fanno tornare mille volte solo per gusto di potere, per inutili documenti, i presidi che ti sopportano, i colleghi che si dividono tra samaritani e chi ti guarda con sufficienza, come un lebbroso; gli orari mai ritagliati sulle tue piccole esigenze familiari. Le due o tre scuole contemporanee, il triplicarsi delle stupidaggini… Per i primi cinque minuti dopo il fatto, la sorvegliante continuava a ripetere forse avrei potuto prenderlo (mi colpì l’espressione: prenderlo) ma se poi… Non ebbi molto tempo per la mia contrizione: la posta in gioco e la fatica erano troppo grandi”

“e allora?”

“e allora: ieri sono sicura di averlo visto; lui me no. Sai che la nostra regione è piccola ma lunga, la cosa quindi non è affatto ovvia, e in tutti questi anni non era mai successa; meno che mai in ambiente di lavoro: voglio dire, colleghi che te ne parlano, appuntamenti comuni…; e ho pensato: Riccardo ho pensato: e se io avessi ottenuto il posto-diciamo così- al posto suo?” Riccardo butta fuori un po’ d’aria dal naso, sorridendo dolcemente a bocca chiusa

“dove si trovava?”

“davanti a un portone subito dopo il negozio di muscoli” [i muscoli della Città, oltre a essere i più saporiti del mondo, hanno una forma particolare: sono un po’ schiacciati, fatti a cuore; quel negozio è stato il primo a aprire senza essere un banchetto del mercato, e a proporli come sono o in ricette pre-preparate da riscaldare a casa; ha avuto un successo pazzesco; appena è stato possibile ha ripreso anche – come avveniva quasi cento anni fa, la produzione delle ostriche della Città, che si distinguono più o meno per prerogative analoghe. Su tre tavolini all’esterno propone, come accade a Cannes, quantità fisse di consumazione accompagnata da calici di bianco locale]. Per un attimo Riccardo rivede una delle sigle del Maigret italiano, serie a cui fin da bambino è legato con l’anima più che a Poirot.

“Riccardo: sono scappata”

“sai come si chiama?”

“ma no! Non pronunciarono mai il suo nome. Ecco: un fantasma: praticamente la questione si chiuse lì, come se non fosse neanche apparso, e mi colpì la sua non resistenza, il suo atteggiamento…”

_._

Nell’entrare al mattino presto in ufficio come altre volte abbiamo descritto, Borachia incontra inaspettatamente la Laura e la Fazio che, davanti al brogliaccio della notte del tutto tracurato, stanno parlottando tra loro; la direzione da cui lui proviene e il suo passo felpato fanno in modo che le due non notino il suo arrivo

“ti dico: gli era affezionatissima: come a una figlia!” fa la Fazio

“poverina!”

“poverine, dirai!”

“già”

“ma se l’è trovata lì, in cucina, stecchita: che scena! E non c’era stata nessuna avvisaglia, nessuna malattia…”

“ma pensa!”

“di che state parlando?” si palesa Borachia

“oh! Buongiorno commissario! nulla, nulla: è colpa mia, riprendiamo subito il lavoro” dice la Fazio visibilmente vergognosa e intimidita

“cioè, una è trovata morta stecchita e questo è nulla-nulla ?”

“ah, beh…si tratta di una mia amica, una della buoncostume: lei non la conosce: era affezionatissima alla sua gattina, che non era neanche vecchia”

“e l’ha trovata morta in cucina all’improvviso”

“già, triste eh?”

“ e magari il cadavere è già stato cremato” le due mostrano parecchio stupore

“…non…non so…”

“e come si chiama, questa tua amica della buoncostume?”