Le nuove indagini del commissario Borachia
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Racconto a dispense, terza e ultima puntata.
Nell’affrontare in auto i tornanti che conducono fino alla Madonna di Montenero, Borachia decide di darsi un numero approssimativo di curve che riguardino alcune categorie di pernsieri, di riflessioni, di ricordi: il pensiero, lo si sa, ha una vita tutta sua, perciò un cinquanta metri di strada possono contenere ricordi e immagini da cento, centocinquanta, duecento e oltre metri, fino a quasi un chilometro. L’esordio tocca a rimembranze scolastiche; Riccardo, al liceo, aveva un profilo medio, con qualche soddisfazione qua e là che superava quelle dei secchioni; certo quello che gli piaceva gli piaceva davvero, ed ora gli viene in mente Goldoni che ambienta le sue Smanie per la villeggiatura proprio a Montenero, luogo in cui i nobili veneziani trascorrevano la Quaresima per avere pesce fresco di più veloce e meno dispendiosa procura sulle proprie tavole: ovviamente ciò dava luogo a spese di vestiario e servitù da trasportare a Livorno, con conseguente indebitamento di un ceto ormai in forti, forti difficoltà. A Riccardo sfuggono le corrispondenze con l’oggi, in cui è diventato ormai difficile, se non impossibile, stabilire se fra chi se la tira uno è ricco – e ricco sfondato – o silenzioso portatore di handicap che potrebbe anche non recuperare mai. Ma a lui che interessa?
La seconda visione iconica riguarda un suo amico di gioventù: bravissimo negli studi, notissimo femminaro narcisista molto abile a non farsene accorgere, dopo la laurea e negli incipienti matrimonio & lavoro aveva acquistato una villetta proprio lì, dove girava d’estate con una moto di grossa cilindrata, che lo riscattava dall’idea di secchione e gli permetteva -era molto abile a mantenere equilibri matrimoniali e sociali- di proseguire il suo hobby preferito…
Terminata così la prima risma di tornanti, Borachia si avvicina di più alla meta mentale della sua gita.
Sono un’infinità -in Italia e in altri paesi- i “maestri spirituali”, alcuni indigeni, da singoli apripista a creatori di intere comunità organizzate, altri immigrati da fuori con incomprensibili preparazioni pratiche (casa, sede, denaro, giro di amicizie…). C’è chi dipende da vie spirituali millenarie, o almeno secolari, di tradizione effettiva: ha studiato presso queste (difficile verificare i percorsi) e gli prende di portare in nuovi posti la sua sapienza; chi invece fa tutto da solo…e a volte ci riesce. Una cosa è certa: hanno molto successo: politici, grandi imprenditori, artisti, calciatori, sentono spesso il bisogno di riferimento in personaggi del genere. Una categoria di fans particolare sono gli intellettuali di professione: di solito si collocano a mezza strada fra i grandi ricercatori e quelli privi di titoli: nemici giurati dei preti e di qualsiasi religione, sono pronti ad applaudire banalità riguardanti la salvaguardia della terra e il bisogno di onestà e lontananza da un modello di vita venale, banale… Riccardo, del tutto disinteressato a queste frequentazioni, aveva avuto qualche assaggio occasionale: ad esempio un suo amico coltissimo e mangiapreti gli aveva raccontato di averne incontrato uno -suo conoscente- sulla metà del dicembre e di avergli detto “Buon Natale”, e l’altro “mah, sai…io non ci sono tanto per il Natale…”.
Un altro assaggio gli era capitato a una cena di beneficienza: una “guida” era seduta per caso dalle sue parti, e stava concionando sul grande fenomeno indoeuropeo che da tre secoli tiene banco nell’establishment universitario assottigliando progressivamente i suoi tempi di antichità: da 9000/5000 anni prima di Cristo si è arrivati a circa 300, trecento anni costellati di dubbi, cambiamenti di fronte e contraddizioni… Alla “guida” l’indoeuropeo piaceva, perché gli permetteva di unire roba germanica o su di lì con la sapienza indiana che somministrava a visitatori e visitatrici; un avventore un po’ maligno stava dicendo alla guida. “sai…questo qua insomma arriva a dire che gli Indoeuropei non sono mai esistiti…”; la “guida” aveva scosso un po’ il capo con un sorriso che un uomo della strada avrebbe definito ebete, e un/a dei/lle fans imperturbabile (Riccardo all’epoca lo definì dentro di sé “furbetto”), e dell’argomento non si parlò più (ma non poteva restarsene in Scandinavia? Aveva allora chiosato il Borachia). Ma questi erano ricordi sbiaditi, scalcinati. Ciò che invece Riccardo ricordava bene era una sua grande amica, ora tristemente sparita -e chi sa dov’era- che per sbarcare il lunario faceva un po’ di tutto. Perché questa ragazza aveva affrontato la situazione in cui la vittima si era messa poco prima di essere ammazzata: faceva da interprete dall’inglese ai frequentatori della “guida”: sai? Col m…. che mi faccio per tirare avanti -io, laureata, quando ci riesco insegnante- mi viene male quando tirano fuori il centone, e glielo danno, e lui sorride beatamente…” .
Riccardo respinge risoluto quei tristi ridicoli ricordi, e affronta la terza tornata di tornanti, probabilmente l’ultima. Si sta avvicinando infatti alla dimora del Saggio: niente di speciale: una casetta di spunto futurista cinquecento metri sotto il santuario cristiano, con discreta vista-mare. E allora Riccardo non può fare a meno di pensare al suo antico professore di matematica & fisica: padre di un esercito di figlie, si rifiutava di andare in pensione per racimolare più soldini possibile: appassionatissimo di discipline marinaresche, voleva acquistare un cabinato per viverci in ogni stagione dell’anno (e se mia moglie ci vuole venire, benvenuta! Se no ci vado da solo…). Si esprimeva in calabrese -e la città è parecchio lontana da tacco&sperone- in lezioni che quasi tutti i ragazzi definivano incomprensibili, coadiuvati da colleghi ipocriti e pettegoli. Chi però aveva avuto il coraggio di seguirlo si era ritrovato a dare esami all’università risolvendo problemi e spiegando teoremi, e si era sentito domandare dall’esaminatore ma questo metodo chi glielo ha insegnato, scusi? – il mio professore di liceo – rispondeva impaurito il candidato…dopo un po’ di silenzio assorto, il cattedrattico diceva: il suo professore era un genio!
Ebbene questo profe aveva una sua ilare teoria: non so perché-diceva-ma quando c’è un bel posto tranquillo, con un bel paesaggio sul mare…c’è apparsa la Madonna! Poi si rivolgeva alla classe, e spesso in particolare a lui: al Borachia, e con un sorriso malizioso chiedeva: ma non è che se lo inventano apposta???
i tempi cambiano… sta pensando il Borachia…, e con lo scorcio del pensiero, prima che arrivando a destinazione sia troppo tardi, riesce a immaginare quello che sta pensando più brachilogicamente in silenzio il prode Viglietti: cialtroni… belinate!
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…La casa, isolata, ha un cancelletto che risulta già aperto, seguono cinque scalini che conducono al portone di entrata; Borachia si volta all’indietro un attimo -come era già successo nella passeggiata nella campagna sopra la Città con la capra- a ammirare il paesaggio stupendo, le isole a cui Dante aveva chiesto di sommergere Pisa, sdegnato da come la gente di potere è pronta a divorarsi gli uni con gli altri, o forse sdegnato solo dal rinchiudere una persona umana con i suoi ragazzini in una torre a morire di fame (chissà se chi occupa la torre ora ha imparato più tolleranza, pensa Riccardo). Viglietti pensa semplicemente beato lui… Non è la prima volta che il commissario -per nulla fissato con ambienti e parole d’ordine- ricorre alla Natura che attornia l’uomo per farsi guidare nelle sue indagini sugli uomini: non è che la Natura non sbagli mai…poi bisogna vedere cosa s’intende, ma di solito fa sentire che qualcosa non va.
Viglietti suona il campanello, e dopo il tempo di attraversare con passo calmo un paio di stanze di misura normale, appare il Saggio: sarà sui quarantacinque, capelli neri cortissimi, indossa una tunica a girocollo di un grigio chiarissimo, di tessuto grezzo, pulita e sobria, come quella delle collegiali prigioniere in conventi in film vagamente porno mascherati da denunce storiche. I sandali come ce li immaginiamo…
“buongiorno”
“buongiorno: commissario Borachia della …..” solito distintivo; il Saggio è impassibile
“a cosa devo…?”
“ecco: vorremmo parlarle un attimo per una indagine che stiamo svolgendo da noi: se ne ha bisogno può telefonare alla questura di Livorno per sapere se è tutto a posto” l’uomo scuote impercettibilmente la testa
“accomodatevi” parla benino l’italiano pensano Borachia e Viglietti
i tre giungono dopo un corto corridoio in un ufficio tradizionalissimo, con mobilio funzionale e all’avanguardia: il Saggio prende posto alla scrivania e indica ai due di sedere dall’altro lato di essa
“siete qui per….., vero?” [il nome della ragazza uccisa] i poliziotti sussultano, ma sanno dissimulare bene la sorpresa; il Saggio prosegue, senza inclinare il capo mai, né dando segni di emozione scomposta
“una brutta cosa: provo un profondo dolore, credetemi”
“certo; ma come mai è al corrente della faccenda? Voglio dire, qui a Livorno nessuno sembra sapere niente”
“la signora……., con cui avete parlato, mi ha telefonato e mi ha informato [te pareva…pensano i due poliziotti]: mi sono preoccupato e ho passato in rassegna su internet i giornali on line delle vostre parti. So che ora riderete di me, ma io certe cose le sento” Borachia tace un poco, stringe le ciglia impercettibilmente. Viglietti sta pensando ci siamo…
“in quale sito ha trovato la notizia?”
“mi creda, non ricordo: l’emozione, la tristezza”
“sa, avevamo cercato di tamponare: non tutti i giornali hanno riferito l’accaduto”
“questo non potevo immaginarlo”
“era L’informatore cittadino ?”
“davvero mi scusi: non ricordo”
“non fa niente: scusi lei: posso passare alle domande per cui siamo venuti fin qui?”
“prego”
“di preciso, che cosa faceva la ragazza?”
“sapete già tutto: traduceva parti impegnative dei miei consigli spirituali ai discepoli”
“lei parla bene la nostra lingua…”
“grazie; ma una cosa è capirsi, scambiarsi informazioni, un’altra le parole spirituali, i discorsi elaborati: mi ero accorto dopo un po’ che rischiavo di fare un cattivo servizio a chi credeva nel mio aiuto. Anch’io avevo il mio tornaconto: perfezionavo il mio italiano a ben altro livello che semplicemente capirsi in cose pratiche”
“immagino”
“la ragazza era veramente bravissima: non sapeva solo la lingua, le lingue (perché anche l’inglese è servito molto): era un po’ preparata anche di aspetti culturali”
“immaginavo anche questo. Lei ha tanti clienti?..cioè mi scusi:discepoli?” il Saggio accenna un sorriso: quel sorriso maligno -che vorrebbe apparire imperturbabile- conosciuto da Riccardo per caso tanto tempo fa
“quanti il mio Tamashii, cioè, semplificando, la mia anima, riesce a attirare a sé” Borachia e Viglietti non se ne intendono molto, ma sanno che in Giappone c’è piena tolleranza religiosa (ora), ci son tante religioni, o meglio spiritualità, e tanto sincretismo [della serie: ‘sto qui ci può raccontare quello che vuole e imbambolarci come vuole…]
“capisco, certo, e… pensa che potremmo parlare con i suoi -diciamo così- “attirati”? Può fornirci dei nomi?” il Saggio lo guarda dritto in faccia
“sa bene che le dirò di no: voi lo chiamate segreto professionale, noi intimità spirituale, rispetto”
“mmm…certo. Un’ultima cosa -qui Riccardo cerca di reggere lo sguardo del Saggio, per distrarlo dal prode Viglietti, che ha un’espressione stupitissima- la ragazza gli ultimi giorni di permanenza qui, le aveva dato qualche impressione strana, le sembrava preoccupata…?”
“direi di no: solo il giorno precedente la notte in cui…è mancata…”
“è stata uccisa” precisa Riccardo
“sì, mi scusi: è una cosa difficile da pronunciare. Solo quel giorno, dicevo, mi aveva rivelato che sarebbe tornata da voi, ma contava di riprendere il lavoro la mattina dopo. Poi purtroppo…”
“Già! Beh, allora ci scusi tanto, e grazie per la collaborazione”
“di nulla. Vi accompagno all’uscita”
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“non mi è piaciuto niente”
“ti piace vincere facile, Sandro!”
“ma com’è che capitano qua?”
“mah…ci sono tante ragioni, molto diverse fra loro. Di solito uno ha approfondito un po’ certe spiritualità, poi s’è stufato. Gli piace l’Italia…vuole, come dire, “mettersi in proprio”, è abile a manipolare; ci fa anche dei soldi. Se inizia a buttare bene si sente potente, cosa che magari non accadeva dai suoi: delirio di onnipotenza, ma sobrio, guardingo. Succede anche fuori da queste stranezze, anche nel nostro quotidiano: lo sai bene. Quanto ai discepoli, è bello tirarsela per una cultura diversa, disprezzando il prete, bypassando lo psicologo che magari qualche difetto da buttare via te lo trova…magari quello chiede dieci euro di meno, che accumulati permettono qualche sfizietto”
“ah, sì! Ma, commissario: L’informatore cittadino! neanche nella Città tirerebbero fuori un titolo così stupido per un giornale on line: se lo viene a sapere il suo amico di Città della ……, Thomas,si offende”
“tu non dirgli niente!”
“no, no”
“sai, avevo poco tempo per inventare. Comunque: per parlare in linguaggio judoka, ho tirato due discreti colpi”
“e il secondo sarebbe?”
“vedi: dopo il primo mio colloquio con Paros, fresco di autopsia, ho proibito di diffondere e pubblicare risvolti: sui giornali di qualsiasi tipo è apparsa solo la notizia della morte: non si parla di ammazzare”
“ma è stupendo!”
“sì ma non sono prove: uno può negare, può dire che non aveva capito bene, che è andato avanti senza particolare precisione e senza precisazioni…”
“ma allora che facciamo?”
“mmm…non facciamo i presuntuosi: riuniamo tutto il gruppo domattina da noi: si staranno sentendo soli…, e potrebbero aversene a male”
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“innanzitutto, io e l’ispettore Viglietti ci scusiamo per la nostra latitanza, e la mancanza di aggiornamenti nei vostri confronti: poteva essere una perdita di tempo, come no: da un minimo a un massimo. Ora qualcosa abbiamo, e non vediamo l’ora di condividerla. Qualche intervento?” tutti quanti, seduti a cerchio attorno alla scrivania del commissario, tacciono con aria di approvazione incuriosita
“allora vado avanti: vi racconto questa storia, ancora tutta in alto mare, ma meno che all’inizio” Riccardo mette la squadra al corrente dei contatti e dei sospetti guadagnati nella giornata precedente
“belle mosse, commissario” fa la Laura
“sì, può darsi…ma non molto utilizzabili: già c’è il rischio -ammesso e non concesso che quello ci sia dentro fino al collo- di averlo messo troppo sull’avviso. Poi, nesun giudice ti concederà fermi, arresti, intercettazioni, perquisizioni solo perché uno si è dimostrato sospetto in un semplice colloquio, del quale l’unico testimone è stato il qui presente ispettore. Noi non ci possiamo spostare a Livorno, e col personale come è messo, quelli non ci daranno una mano, là, per la nostra bella faccia, in un’indagine per ora manco partita” tutti tacciono, Riccardo prosegue:
“possiamo provare a scoprire qualche devoto in più, a cercare informazioni, ma magari facciamo un buco nell’acqua, mentre quello si mette maggiormente sull’avviso”
“i giapponesi cosa dicono?” fa Marco Rossi
“stai scherzando spero: ammesso che ti rispondano -perché, a quanto intuisco, qui ci sono di mezzo interessi grossi, e sai tra paesi diversi come va- ci vorrà un sacco di tempo, e il tempo sprecato gioca a favore dell’indagato, che poi per ora indagato non è” le espressioni silenziose di tutta la squadra hanno un unico significato: e allora?
In quel momento un questurino bussa alla porta dell’ufficio, entra e riferisce:
“Scusi commissario: l’ha cercata or ora il luogotenente Bistracci: dice se passa da lui il prima possibile” Riccardo apre la bocca per rispondere digli che vedrò cosa posso fare, poi si blocca attonito: ma è vero o no che la speranza è l’ultima a morire? E le intuizioni? Sono solo la proiezione dei nostri desideri, o nascondono strade inaspettate?
“ragazzi: continuate a stare qui, insieme, a scambiarvi pareri e proposte, con calma: io cerco di tornare subito” poi, rivolto al questurino-messaggero:
“digli che sto andando da lui”
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“volevi vedermi?”
“quale onore! così, subito: come mai?”
“si può sempre migliorare; posso esserti utile?”
“a me : no di certo. O meglio: potresti evitarmi inutili scocciature”
“?”
“com’è che ti metti a fare indagini autonome, di persona, in quel di Livorno, intralciando il lavoro dei miei colleghi?”
“Eh?!?”
“ti hanno visto: quello là, com’è che si fa chiamare…?”
“il Saggio?” esclama Riccardo con un filo di voce, mentre i suoi occhi implorano il Bistracci: dimmi di sì!
“sì, appunto: è un evasore di tre cotte; niente di che, per loro un’indagine come un’altra, però qualche appostamento, qualche foto, ci vogliono…” Riccardo è inebetito
“Bistracci tu sei la mia salvezza!”
“ma ti dà di volta il cervello del tutto? E sottolineo il del tutto…”
“Bistracci tu non sai quanto ti voglio bene!”
“Ho capito: devi farti vedere da uno bravo…”
“Bistracci io ero là per un assassinio: hai saputo della ragazza morta al faro?” Bistracci si fa, anche se non molto, più serio
“qualcosina, ma…”
“no: noi non abbiamo dubbi: è stata ammazzata, e con una tecnica raffinata, crudele”
“e beh?!?”
“…e beh: dedicami dieci minuti: ti racconto e spiego tutto…” e ripete la storia appena condivisa con i suoi ragazzi
“ok -fa il luogotenente- ma sono supposizioni, intuizioni, sospetti: prove niente!”
“sì ma tu, ora, subito, telefoni al tuo collega, gli dici di aspettare un po’ a notificargli il verbale, e gli dici di collaborare con noi in segreto, e ti fai mandare tutti i nomi dei clienti, dei discepoli, e qualsiasi informazione utile, capisci?!?” Bistracci assume un’aria molto asciutta, sta un po’ in silenzio:
“posso rifletterci, provare con calma, se decido per il sì…”
“con calma una bella ceppa! Quello ci sparisce sotto il naso, e il suo complice (perché sono sicuro che l’assassino sia un complice) meglio di lui: ma non capisci?!?” Bistracci tace ancora
“sì, ma vedi: se stai prendendo un granchio, io mi copro di ridicolo, intralcio il lavoro della mia Arma, e le conseguenze non ricadono su te e i tuoi amichetti e le tue amichette, ma -guarda un po’!- sul sottoscritto!”
“Bistracci! Ti scongiuro!” il silenzio ora si protrae per un bel po’
“senti Borachia: cerca di essere obiettivo: io, noi qui, loro là, che ci guadagniamo?”
“ma…ma questo è ovvio, era ovvio fin da quando sono entrato: noi facciamo il lavoro sporco, faticoso: poi tutta la gloria a voi!” il silenzio adesso si protrae parecchio, poi è di nuovo il commissario a parlare:
“e prova a pensare un’altra cosa…”
“cioè?”
“se ho ragione -e ho ragione- non starò certo a guardare la vostra colpa perdonando e dimenticando: puoi giurarci: hanno ammazzato una ragazza” il silenzio ora è veramente lungo e pesante
“Bistracci: alza quel telefono per favore…” il luogotenente alza il telefono:
“sì, ciao, sono io…eh, appunto, quel commissario: è qui, davanti a me: mi ha raccontato come starebbero le cose…” per l’ennesima volta, la storia abbastanza fedele alla narrazione del Borachia si svolge brevemente alle orecchie lontane dell’altro luogotenente
“no, non recede: non ha tempo; ce l’ha promessa: è uno che non molla, conosce un sacco di gente -Riccardo alza le sopracciglia in un’espressione divertita- vuole i nomi dei clienti, subito”
“…”
“e poi, il merito risulterà tutto nostro. Mentre se gli mandiamo la faccenda a monte, dice che non lascerà perdere”
“…”
“grazie, buone cose” Bistracci mette giù, guarda Borachia
“ok, tra un’ora al massimo hai tutto” Riccardo ha uno sguardo quasi innamorato, si alza e se ne va. Sulla porta, quasi colpito da un fulmine, si ferma, si volta
“no, dimenticavo: teniamo d’occhio, tutti, dappertutto, voli prenotati a partire da adesso; più che mai dalla vicina Pisa, e il primo che arriva a qualcosa avverte gli altri
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La lista, una sessantina di persone –però!che entusiasmo per la spiritualità orientale!– è ora in mano della squadra, colpita da un’estasi molto più laica e occidentale. Già, ma inizialmente è quasi inutilizzabile: vista la banalità dell’intervento, i livornesi si erano limitati giusto ai nomi, da tenere utili una volta scattata la contestazione, per interrogatori e verbali: niente abitazioni, occupazioni, abitudini. Il tempo è poco e il lavoro da fare tanto e complicato. La squadra si divide i nomi in quantità quasi uguali: Borachia, Viglietti, la Laura, la Fazio, Marco Rossi: tutti pronti a contattare i colleghi giusti, gli esperti giusti. Riccardo si porta il lavoro a casa: il pc da un lato, il cellulare dall’altro, il taccuino e la penna in grembo, seduto sulla famosa poltrona del nonno. Alle quattro di notte -ora fatidica- il buzzz progressivo e assordante del cellulare
“pronto!”
“commissario, sono Lietta Siro…”
“chi?!?”
“commissario…son la Fazio…”
“ah! dimmi!”
“Bingo!…credo: medico, radiato dall’ordine perché se la faceva coi tossici, due anni di galera accorciati. Abita qui, in Città. Ora lavora in una casa farmaceutica; internazionale”
“accipicchia! aribingo!!!
“e non è finita: indovini di quale sport è appassionato a livello quasi professionale?” c’è un poco di silenzio
“immersione?”
“esattamente commissario”
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Alle cinque del mattino Borachia compone il numero: dai, dai! Rispondi per favore…
“Pronto!!! ma chi è???”la voce terrorizzata della dottoressa Bravo. Madre anziana? Figlia segreta di cui non ci ha mai detto nulla? Amori segreti? pensa Borachia
“Dottoressa, sono Borachia”
“ma le dà di volta il cervello?!?”
“non è la prima a dirmelo, oggi”
“ma cosa c’è?!?”
“ho bisogno urgente dell’autorizzazione per una perquisizione e per la messa sotto controllo di un cellulare”
“ma…”
“ora le spiego tutto” e la nostra storia si ripete a nuove orecchie
“farò il possibile: le faccio sapere”
“ci conto. E…scusi, davvero”
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Si erano messi, nella fila per l’imbarco, in posizioni opposte, lontane; per cui, quando l’assassino era quasi sotto il metal detector, due agenti in borghese avevano dovuto fare il giro da dietro velocemente, per avvicinarsi anche al Saggio, privo di tonaca monacale. Quasi in contemporanea era scattata la fatidica frase: “buonasera: dovrebbe seguirci nei nostri uffici”
“ma che succede? Qui c’è qualche errore!”
“nessun errore”
“mi farete perdere l’aereo”
“se risulterà inutile, avrà tutti i modi di rivalersi: ora venga, non le conviene fare resistenza”
Li avevano interrogati, come da manuale, in uffici separati, in contemporanea, con ottimi collegamenti fonici e visivi. Borachia, silenzioso e anonimo, aveva voluto conoscere l’assassino. A quello del Saggio avevano assistito, anonimi ma molto meno silenziosi, anche Alberto e la Gloria, che un po’ di quella roba lì orientale ne sapevano; e qui il saggio era risultato più psicologo, affabulatore e furbastro, che illuminato.
All’inizio, alla presenza degli avvocati, non stava venendo fuori molto; certo i due non potevano più negare di conoscersi. La minaccia di coinvolgere la casa farmaceutica -sicuramente parte di spionaggio biochimico fra l’Italia e il Giappone- era stata la chiave di volta degli interrogatori. Nel box sotto casa dell’assassino erano state rinvenute fiale di ketamina. E dell’altra sostanza: quella letale. E la tuta da sub, che non aveva ancora smaltito la salsedine del molo della Città. La confessione non veniva fuori, ma ormai erano in loro potere, col tempo per cercare i giapponesi e fare tutti gli approfondimenti necessari.
Ma perché – pensa Riccardo che ormai sta seguendo distrattamente i risvolti – la ragazza era tornata in Città, a farsi ammazzare al faro? Aveva ricevuto un’offerta e aveva detto di no, e era andata a denunciare la cosa? In tal caso ci sarebbe stata una lurida talpa… Aveva finto di dire di sì e se ne erano accorti? Aveva detto di sì, per tornare ricca di denaro dal papà e dagli altri del paese, ma poi qualcosa era andato storto? E come l’avevano attirata in trappola: falso appuntamento del padre? Del vecchio moroso? Quanto era ingenua o preparata, la ragazza? Perché devo farmi questi crucci-pensa Riccardo: li abbiamo in pugno, prima o poi ci spiegheremo tutto…
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Sciallato sul divano a casa propria, il commissario dell’anticrimine della Città si gode i tg regionali: i due luogotenenti in pompa magna si godono la gloria della conferenza stampa: si vedono le labbra muoversi mentre la voce narrante riassume l’accaduto; ogni tanto il servizio attiva il viva voce dei due:
“vorrei ringraziare -fa il livornese- i colleghi della ……, per la fattiva collaborazione all’interno della nostra Arma”
bravo, faccia di …. pensa il Borachia, s’inserisce il Bistracci:
“e anche l’anticrimine della ……, per il prezioso materiale condiviso: in particolare il commissario dottor Borachia…”
“anche loro hanno un’anima…” sussurra, e nemmeno troppo sussurrato, Riccardo.
FINE









