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Quisquilie e meraviglie

Quisquilie e meraviglie

Megio der Varietà

Un pallone di cuoio scorticato

Gli abitanti del nostro condominio, a metà degli anni ’60, erano particolari, non tutti, certo, ma su sedici famiglie otto erano particolari.

Per l’amor di Dio, tutta brava gente; a parte Idelmo, il marito della Viola, che era realmente cattivo e odiava i bambini.

In quel quartiere che si stava formando lì vicino alle scuole e lontano dalle vie carrozzabili ce n’erano sempre tantissimi nei piazzali impolverati tra un palazzo e l’altro, e lui era sempre a trovargli da dire e a sgridarli in malo modo, sia che giocassero a biglie o con i tappini, al pampano o al mondo, a nascondino o tutti gli altri giochi che sembrava non smettessero mai di inventare.

Aveva quasi sessant’anni e, come la mia famiglia, stava al mezzanino.

Segaligno e svelto come una faina aveva già sequestrato parecchi scorticati palloni di cuoio ai ragazzini che giocavano di fianco al palazzo, una volta era anche saltato giù dalla finestra per inseguirci e sequestrarci un pallone gonfiabile della Nivea, sembrava impazzito. Non aveva buoni rapporti con nessuno, buongiorno e buonasera e camminare. Mio zio Valè, proprietario di tanti difetti ma con una straordinaria capacità di sintesi, di lui diceva: «S’a lo troo ‘n tera agonizante, a lo strabaco1».

Sempre al primo piano, dirimpetto a noi stavano un fratello e una sorella e portavano quasi lo stesso nome: Egilda ed Egidio, entrambi venivano chiamati Egì, e la cosa ogni tanto creava qualche confusione. Lei era molto lunatica, a volte amabile e ottima vicina di casa, a volte scorbutica e litigiosa e pettegola. Lui era quello che in paese chiamavano un “gobbo reale” perché aveva la gobba davanti e dietro. Ottima persona, simpatico, sempre con la battuta pronta, capace di scherzare anche sul proprio difetto, affettuoso coi bambini e rispettato, nessuno lo prendeva in giro.

Di fianco a noi, viveva una coppia più o meno dell’età di Angelo con tre figlie femmine, il padre era il primo ubriacone del condominio, nel senso che ai piani superiori ce n’erano altri.

Vitò si chiamava, era già anziano: aveva la sbronza allegra e canterina, rincasando si fermava ogni tanto a fare brevi spettacolini e faceva ridere tutti, però, io credo sapesse quello che faceva.

Lo sentivamo rientrare la sera quando era ancora dalle scuole e sua moglie lo andava a prendere, sempre con le buone ché non era mai sgradevole o violento, solo gli piaceva il vino.

Al secondo piano c’era Duilio, un invalido di guerra. Aveva perso un braccio e un occhio in Russia.

Era gentile, con un’intelligenza pronta, sempre informato sui fatti del mondo, ogni tanto mi prestava libri di autori americani e aveva piacere a conversare. Sicuramente doveva essere stato anche un bell’uomo, alto, moro e, anche se adesso era molto magro, aveva ancora un portamento elegante, quando non era ubriaco frusto. Forse proprio per quello, ho sempre pensato, spesso si ubriacava, per non ricordare a come la guerra avesse devastato la sua vita.

Affianco a Duilio, che viveva con una bella figlia che si dedicava a lui, c’era una coppia che aveva due maschi, il più grande, sulla ventina, era Down. Si chiamava Domenico, era dolcissimo e grasso.

Lo si vedeva sempre fuori, nei dintorni del palazzo, seduto a strappare fili d’erba sorridendo e chiedendo una caramella a chiunque gli passasse davanti.

A volte i ragazzi si sfidavano a chi avesse il coraggio di dargli un ciottolo avvolto nella stagnola, e allora sì che si infuriava, si metteva a tirare sassi, dei quali aveva sempre piene le tasche, e possedeva una mira eccellente.

Al terzo vivevano madre e figlia, il marito e padre nessuno sapeva chi fosse. Un poco matte, certi dicevano “mica tanto poco”: erano convinte di essere grandi cantati d’opera, la madre in effetti aveva cantato alcune volte in qualche teatrino, e aveva dedicato la sua vita affinché la figlia seguisse le sue orme.

Si agghindavano nei modi più impensati, spesso con gonne di tulle colorato e parasole antichi che chissà dove avevano recuperato e, con trucchi vistosi e aria ispirata, gorgheggiavano romanze, di solito Puccini, e qualche volta non erano malaccio. A parte questa loro mania erano tra le più gentili e disponibili e sorridenti dell’intero condominio.

All’ultimo piano c’era il terzo degli alcolizzati, Hoffman, un ufficiale tedesco che durante la guerra era in servizio a Spezia con incarichi importanti ma che nel ’44 aveva rinnegato il nazismo unendosi ai partigiani.

In patria aveva lasciato moglie, figlio e genitori che lo consideravano disperso, e lui lasciava credessero così perché saperlo disertore, qualche volta aveva detto, l’avrebbero considerata un’umiliazione grande. Non era ancora tempo di fare sapere la verità alla sua famiglia di stampo antico, diceva, era ancora troppo presto. Ma gli anni passavano e lui non si decideva mai. Qualcuno diceva che Hoffman non era neanche il suo vero nome, che se l’era messo proprio per non farsi ritrovare.

Stava con una vedova e la figlia di lei. Dopo la liberazione, nonostante le sue capacità, le azioni coraggiose, la sua storia, nessuno l’aveva più considerato. Viveva facendo lavoretti saltuari e quando si ubriacava cantava interminabili tristi liriche in tedesco. Fossi stata al suo posto credo avrei bevuto anch’io.

E infine c’erano due “geni”, i fratelli Sisei, che stavano quasi sempre chiusi in casa facendo di continuo strani esperimenti. Ogni tanto si sentivano preoccupanti rumori provenire da oltre quella porta e vedevamo volare o, meglio, precipitare, strani marchingegni dal terrazzo. E se dalla panchina sotto la gaggia nello spiazzo davanti a casa qualcuno gli urlava di smetterla, prendevano le carabine ad aria compressa coi pallini di piombo e iniziavano a sparare.

Quando il più grande usciva per la spesa (il minore in quei frangenti rimaneva sul balcone ballonzolando sul posto) era sempre vestito a metà tra un damerino dell’800 e un comico d’avanspettacolo, ma a dirgli qualcosa si rischiava di dovere fare a botte, era già capitato. Quindi tutti facevamo finta di niente mentre lui, ogni tanto, si voltava di scatto con gli occhi sbarrati per controllare se qualcuno lo guardava.

Per la presenza di questo genere di straordinaria, meravigliosa, varia umanità – ripensandoci ora intendo, allora mi sembrava tutto così normale – i compaesani, che ad ogni nuovo caseggiato avevano dato un nome: “Er palasso dei màinài, a cà giala, a cà daa bisteca, villa triste…2”, avevano chiamato il nostro: “Er palasso megio der Varietà3”.

 

1«Se lo trovo per terra agonizzante, lo scavalco».

2«Il palazzo dei marinai, la casa gialla, la cassa delle bistecche, Villa triste».

3«Il palazzo meglio del Varietà».

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