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San Francesco Grande raccoglie altri sostenitori. La storia del complesso raccontata dall'ex soprintendente Rossini - Citta della Spezia
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Un saggio di storia dell'architettura su cds

San Francesco Grande raccoglie altri sostenitori. La storia del complesso raccontata dall’ex soprintendente Rossini

Uno dei chiostri del convento di San Francesco Grande

Raggiunge quota 25 firme la sottoscrizione della proposta di recupero e valorizzazione del complesso architettonico quattrocentesco della chiesa e del convento di San Francesco Grande, da oltre un secolo e mezzo inglobato all’interno delle mura dell’arsenale. Alle firme degli accademici e del mondo dell’associazionismo che avevano sostenuto la lettera inviata da Piero Donati ai ministri della Cultura Dario Franceschini e della Difesa Lorenzo Guerini (leggi qui), se ne aggiungono un’altra selezionata dozzina, guidata dal nome illustre di Margherita Corrado, archeologa e senatrice, membro della VII Commissione permanente Istruzione pubblica, beni culturali del Senato. Li riportiamo di seguito, in ordine alfabetico, seguiti da un interessantissimo saggio su San Francesco Grande scritto dallo storico dell’architettura Giorgio Rossini, già Soprintendente di Venezia e poi della Liguria, tra i primi a interessarsi della proposta rilanciata con entusiasmo e convinzione da Donati su CDS (leggi qui).

I nuovi firmatari
Luca Basile, storico
Vinicio Ceccarini
Valerio Cremolini, critico d’arte
Margherita Corrado, archeologa, Commissione Cultura del Senato
Angelo Delsanto
Carlo Di Alesio, critico letterario
Fabio Giacomazzi, ambientalista
Francesca Girelli, storica dell’arte (Genova)
Amilcare Mario Grassi, poeta
Gianluca Solfaroli, storico
Giulio Sommariva, conservatore del Museo dell’Accademia Ligustica di Genova
Paolo Zanetti, pediatra

Uno dei chiostri del convento di San Francesco Grande

“L’antico convento di San Francesco della Spezia”, di Giorgio Rossini
I Frati Minori giungono alla Spezia relativamente più tardi rispetto alle altre città della Liguria. Essi sono qui presenti a partire dalla metà del XV secolo, dopo che i primi Frati Minori si erano stabiliti già due secoli prima a Genova, Savona, Sarzana, Chiavari, Albenga e Ventimiglia.
L’attività costruttiva avviata dai francescani nella seconda metà del XIII secolo è disciplinata dagli Statuta generalia, approvati da san Bonaventura da Bagnoregio, ministro generale dal 1257 al 1274, nel capitolo generale celebrato a Narbona nel 1260. Si tratta della prima regolamentazione ufficiale dell’Ordine in materia edilizia, con la quale si voleva impedire una eccessiva ricchezza e monumentalità delle costruzioni, disponendo il divieto di utilizzare inutili decorazioni, le coperture a volta nelle chiese (eccetto che nel presbiterio), i campanili in forma di torri ed ogni altra superfluità.
Dalla prima fase costruttiva promossa dai Minori, nella quale vi era il “rifiuto” del chiostro, inteso come segregazione dalla vita cittadina, e la semplice accettazione di oratori, chiese abbandonate, umili case da suddividere con i poveri e i diseredati, si passa, dalla seconda metà del Duecento, all’adozione di impianti architettonici, talvolta anche di rilevanti dimensioni, ispirati generalmente a quelli più diffusi in quel momento: le abbazie cistercensi ed i conventi domenicani.
Il dibattito sull’architettura, sviluppatosi all’interno dell’Ordine alla metà del XIV secolo, diede origine ad accesi contrasti tra i frati che volevano abitare in case modeste e quelli che accettavano di costruire sedi più ampie, con chiese idonee ad accogliere un grande numero di fedeli. L’inevitabile riconoscimento dell’autonomia dei primi, autodefinitisi Osservanti perché intenzionati a seguire più rigidamente la prima regola, dai secondi, che continuavano a chiamarsi Conventuali, avviene molto più tardi, nel 1430, con la promulgazione delle prime costituzioni approvate da Martino V, ottenute anche grazie alla predicazione di dotti e santi dell’Osservanza, quali Alberto da Sarteano, Bernardino da Siena, Giacomo della Marca, Bernardino da Feltre, Giovanni da Capestrano.
Sono proprio gli Osservanti che producono norme mirate ad evitare eccessi, spesso provocati dalla concentrazione delle ricchezze presso una sola sede conventuale. In tal senso le prime costituzioni dell’Osservanza, redatte da san Giovanni da Capestrano nel 1443, limitano l’autonomia dei singoli conventi e richiamano i ministri provinciali ad un maggiore rigore nell’approvare le nuove costruzioni, favorendo un uso moderato della decorazione, non solo nelle chiese ma – concetto assai significativo per comprendere il nuovo orientamento della congregazione – anche negli edifici conventuali.
Con i primi conventi edificati dopo il 1443 si delineava già lo spirito profondamente innovatore degli Osservanti. La scelta di materiali semplici ed umili, come i laterizi per le murature portanti, i vimini intrecciati per le pareti interne, il “luto” (argilla impastata con paglia) per gli intonaci, già in uso nei primi eremi conventuali della prima metà del XIII secolo, costituiva infatti un innegabile limite alle possibilità espressive e agli eccessi dimensionali degli architetti e dei costruttori e forniva indicazioni irrinunciabili ai superiori preposti alle funzioni di vigilanza sull’attività edilizia. Il rifiuto di ogni ornamento architettonico e di ogni emblema di ricchezza e fasto era un segno concreto della volontà di testimoniare, anche attraverso l’aspetto esteriore dei luoghi, la scelta di vita degli Osservanti, improntata sulla povertà individuale e collettiva.
Si deve ad un confratello della Liguria, il levantese Battista Tagliacarne, la diffusione in Italia della nuova famiglia francescana degli Osservanti ed il riconoscimento della loro autonomia dai Conventuali. Egli aveva fondato nel 1449 a Levanto, sua città natale, il primo convento della nuova congregazione in Liguria, dedicato alla Santissima Annunziata. Dopo questa prima sede, sono numerose quelle che vengono promosse nella provincia ligure, anche in città ove erano già presenti i Conventuali. Ma se a Genova, Savona, Albenga, Levanto la diffusione delle nuove idee francescane in materia edilizia avviene attraverso i continui contatti dei conventi con Genova, sede principale della provincia, diversamente accadde nelle due maggiori città della Riviera orientale, La Spezia e Sarzana. Esse appartenevano infatti alla provincia toscana, e questo favoriva, maggiormente che in altre parti della Liguria ancora permeate dello spirito tardo-gotico, i contatti con artisti ed architetti sensibili ai nuovi fermenti artistici rinascimentali.
I francescani giungono alla Spezia su invito dello stesso fra Battista Tagliacarne nel 1455, sei anni dopo la fondazione levantese, e nello stesso anno in cui egli veniva eletto vicario generale dell’Osservanza Cismontana (in pratica il ministro generale degli Osservanti in Italia). La costruzione è confermata a partire dal 1458, dopo che con una bolla di Pio II, la Votis fidelium, si chiede all’abate del monastero del Tino di accogliere i frati e di favorire l’edificazione di un loro convento. Ma i lavori verranno avviati solo dopo il 1472, grazie alle cospicue donazioni di cittadini devoti alla causa francescana. Come tutte le sedi degli Osservanti, si predilesse un’area appartata, fuori del centro cittadino, per favorire lo spirito eremitico, il raccoglimento e la preghiera. La località prescelta era Sant’Erasmo, nei pressi di Marola, qualche chilometro ad occidente della città.
Due atti notarili, uno del 5 giugno 1487 redatto “in dicto conventu Sancti Francisci de Spedia, videlicet in claustro dicti conventus”, (cioè nel chiostro di San Francesco) ed un testamento del 10 agosto 1488 con cui un cittadino spezzino, Paolo de Ambrosini, dispone che la sua sepoltura sia posta “in ecclesia Sancti Francisci noviter suscepti”, cioè nella chiesa appena eretta, testimoniano che alla fine del XV secolo il complesso doveva essere ormai praticamente ultimato. Nel 1498 il convento passa alla provincia di Genova, provocando lo sdegno di un cronista toscano, padre Dionisio Pulinari, che per questo si rifiuta di tracciarne la storia.
I frati francescani dimorarono nel convento fino al 1798, quando il governo della nuova Repubblica ligure, satellite del governo napoleonico, dispose l’espulsione dei frati dai maggiori conventi e monasteri per un loro utilizzo civile. Il convento fu inglobato nel perimetro del nuovo Regio Arsenale della Marina Militare, costruito tra il 1861 ed il 1869 per volontà del primo ministro Camillo Benso conte di Cavour, che individuò nel golfo della Spezia il luogo più idoneo ad edificare il più importante complesso del genere dell’Italia unita.
L’esproprio della vecchia sede francescana fu perfezionato nel 1863. Il convento divenne sede dei Carabinieri dell’Arsenale militare, e tale destinazione si mantiene ancora oggi. La chiesa venne modificata per essere destinata a magazzini a servizio dell’Arsenale.
L’appartenenza del convento spezzino alla provincia toscana nei primi decenni della sua storia si può percepire da certi caratteri costruttivi, che appaiono diversi da quelli adottati nelle sedi della provincia ligure. Ciò appare evidente ad iniziare dalla chiesa, ancora leggibile sotto le trasformazioni della seconda metà dell’Ottocento in conseguenza degli usi militari. Si tratta di un impianto ad aula unica coperta da una ampia volta a botte, con cappella absidale quadrangolare, assai simile a molti esempi di tradizione toscana, dal San Francesco di Cortona a quelli di Pisa, Pescia, Pistoia, Siena, ma diverso dalle chiese a tre navate il cui uso in Liguria persiste ancora nel Quattrocento (l’Annunziata a Levanto e a Genova, Santa Maria del Monte a Genova). I segni sono ancora più evidenti nell’ex convento, le cui strutture quattrocentesche, di raffinata qualità, sono ancora conservate sotto le trasformazioni ottocentesche. Ci si riferisce, in particolare, al chiostro, le cui colonne non sono in laterizio intonacato come a Levanto o negli altri conventi della provincia ligure, ma in marmo, con capitelli a foglie d’acqua, ed al refettorio, oggi suddiviso in vari locali ed utilizzato come sede del circolo dei Carabinieri dell’Arsenale. Questo locale, il maggiore degli spazi conventuali, presentava un impianto rettangolare, coperto con una volta a padiglione lunettato sostenuta da delicati peducci a foglie d’acqua, di evidente fattura toscana, erede del modello di volta “a lunette” descritta nel trattato del senese Francesco di Giorgio Martini. Anche in questo caso l’influenza toscana è evidente se si confronta con i modelli di refettori coperti con crociere nervate di derivazione tardo gotica, come a Levanto e nei conventi genovesi.
Ad un primo esame effettuato nel 2000, quando chi scrive era funzionario della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria, il complesso appare ancora recuperabile con semplici operazioni di demolizione delle strutture create per i nuovi usi militari.
Un recupero di questi ambienti, ancora miracolosamente esistenti, non può prescindere dalla ricollocazione delle molte lastre tombali della chiesa, utilizzate come materiale edilizio per le costruzione di murature attorno alla chiesa.
Dopo il loro allontanamento dalla prima sede i francescani, decisi a rimanere alla Spezia, peregrinarono in varie sedi provvisorie, fino a quando, nel 1887, si pensò di avviare i lavori per la costruzione di una nuova casa. La scelta del sito cadde sulla collina di Gaggiola, immediatamente sopra la nuova stazione ferroviaria, in un angolo delle mura della città realizzate in quegli anni dal Genio Militare. Il convento si localizzava nei pressi del quartiere della Chiappa, che negli stessi anni si andava sviluppando in seguito all’aumento della popolazione richiamata da varie parti d’Italia a servizio del nuovo ruolo strategico e industriale assunto dalla città. I lavori di costruzione della nuova sede francescana, affidati nel 1889 all’impresa dell’ing. Fausto Pegazzano, si conclusero, con una celerità che oggi stupisce, nel 1891.
Questa nuova residenza dei frati, già modificata negli anni Trenta del Novecento, fu pesantemente danneggiata durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Il convento che oggi si vede sulla collina di Gaggiola, prediletto dagli abitanti della Spezia come il primo convento di Marola, corrisponde alla ricostruzione effettuata nel dopoguerra.

Giorgio Rossini
Architetto, già soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria

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