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I dati di mare caldo entro sei mesi

Nelle acque del Mesco e Montenero arrivano 16 sensori per misurare la “febbre” al mare delle Cinque Terre video

Greenpeace ed ente insieme DiSTAV dell'Università di Genova per il monitoraggio degli impatti dei cambiamenti climatici sui mari. La presidente del Parco Donatella Bianchi: "funzionamento della rete delle Amp ha un ruolo chiave nella conservazione e ripristino dell'ecosistema marino, importantissimo per la mitigazione dei cambiamenti climatici, ma estremamente fragile".

Quanto è alta la “febbre” del mare alle Cinque Terre? La risposta a questa domanda arriverà entro sei mesi perché il Parco nazionale delle Cinque Terre aderisce al progetto “Mare caldo”che in soli due anni è riuscita a istituire ben 11 stazioni per il monitoraggio degli impatti dei cambiamenti climatici sui mari italiani. Greenpeace si è immersa in questi giorni nelle acque delle Cinque Terre con il supporto dell’Area marina protetta dove sta procedendo l’installazione di 16 sensori  posizionati ogni 5 metri di profondità nelle zone A del  Mesco e di Montenero, aree a riserva integrale dove c’è il massimo livello di protezione, per la misurazione delle temperature marine lungo la colonna d’acqua.

I dati raccolti durante i primi due anni di monitoraggio insieme al Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita (DiSTAV) dell’Università di Genova, partner scientifico del progetto, e al laboratorio tecnico ElbaTech, indicano chiaramente come i nostri mari si stiano scaldando fino in profondità con gravi impatti sulla biodiversità marina, dalla scomparsa delle specie autoctone più vulnerabili all’invasione di altre specie, spesso aliene, che meglio si adattano a un mare sempre più caldo.

“Si tratta di un progetto unico a livello nazionale che è stato capace di far collaborare diversi soggetti su una problematica urgente e attuale. Anche dal punto di vista scientifico questo progetto ha un valore enorme: solo tramite l’adozione di protocolli comuni, la condivisione e il confronto dei dati è possibile valutare gli impatti dei cambiamenti climatici ad ampia scala sui nostri mari e promuovere politiche di conservazione e gestione” dichiara Monica Montefalcone, responsabile del progetto “Mare Caldo” per il DiSTAV dell’Università di Genova.

Il progetto “Mare caldo” è iniziato a fine 2019 con una stazione pilota per la misurazione delle temperature fino a 40 metri di profondità installata da Greenpeace nel mare dell’Isola d’Elba. Dopo l’adesione nel 2020 di quattro AMP (Portofino in Liguria, Plemmirio in Sicilia, Capo Carbonara e Tavolara-Punta Coda Cavallo in Sardegna), nel 2021 si sono aggiunte l’AMP di Torre Guaceto in Puglia, Miramare in Friuli-Venezia-Giulia, Isola dell’Asinara in Sardegna e Isole di Ventotene e Santo Stefano nel Lazio. Oggi con l’adesione dell’AMP delle Cinque Terre e dell’AMP delle Isole Tremiti sono ben dieci le Aree Marine Protette che hanno deciso di entrare nella rete e lavorare insieme a Greenpeace.

L’obiettivo dell’Italia di tutelare il 30 per cento dei nostri mari entro il 2030 evidenzia quanto sia fondamentale ampliare la salvaguardia di questa grande risorsa, anche garantendo una gestione efficace delle nostre aree marine protette. Per farlo è necessario investire in azioni di sistema, in progetti che possano dar vita ad una rete e ad un confronto, proprio come avviene con il progetto Mare Caldo. Monitorare i cambiamenti climatici, fotografare la situazione attuale e divulgare le informazioni raccolte è oggi fondamentale per portare i decisori politici a compiere scelte giuste ed efficaci. Il funzionamento della rete delle Amp ha un ruolo chiave nella conservazione e ripristino dell’ecosistema marino, importantissimo per la mitigazione dei cambiamenti climatici, ma estremamente fragile” dichiara Donatella Bianchi, Presidente del Parco Nazionale Area Marina Protetta delle Cinque Terre.

“Il progetto Mare Caldo mostra che anche i nostri mari soffrono l’impatto dei cambiamenti climatici. Per affrontare questa crisi oggi più che mai è necessario liberarci dalla nostra dipendenza dai combustibili fossili e tutelare gli ecosistemi marini più sensibili. Si è visto che laddove proteggiamo la biodiversità dall’impatto di attività umane distruttive gli organismi marini sono in grado di riprendersi e adattarsi a un cambiamento che purtroppo è già in atto”conclude Giorgia Monti, responsabile della campagna mare di Greenpeace.

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