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L'arsenale e la città

Storia e cultura appena al di là del muro. Donati: “Recuperiamo San Francesco Grande e avviamo uno scavo a Porta Marola”

Lo storico dell'arte, funzionario della Soprintendenza per 25 anni, avanza una proposta che riguarda due presidi in cui è scritta la storia medievale della città.

Recuperare il complesso della chiesa e del convento di San Francesco Grande e avviare una campagna di scavo per riportare alla luce le fondamenta della chiesa di San Maurizio e dell’antico borgo di Marola. Due potenziali gioielli culturali e archeologici che oggi si trovano solamente pochi metri al di là del muro dell’arsenale. E’ la proposta che Piero Donati fa dalle pagine di Città della Spezia, che periodicamente lo ospitano con la rubrica “Materia facoltativa”.

Mentre in città si infiamma il dibattito sulle presunte colpe della Soprintendenza ligure nella mancata realizzazione di progetti come lo skate park a Pegazzano o la passerella sospesa su Viale Italia, c’è chi ricorda che l’ente di tutela alle dipendenze del ministero dei Beni culturali nulla ha a che vedere con incompiute come Spezialand, il collegamento alla spiaggia di Tramonti tramite il tunnel di Monesteroli o il getto di decine di metri in mezzo al golfo. E c’è anche chi, invece, ricorda che la tutela dei beni culturali, paesaggistici e architettonici può essere motore di sviluppo e di incremento delle opportunità, e non significa solo divieti. E’ proprio il caso di Donati, storico dell’arte e già funzionario territoriale per 25 anni della Soprintendenza ai Beni storico artistici della Liguria, che propone un modo nuovo di approcciare il tema delle aree militari, puntando a recuperare a scopi di elevatissimo valore culturale alcuni degli spazi che, situazione internazionale permettendo, non sembrano poter essere ritenuti strategici, trovandosi ai margini esterni della base.
“Un approccio che non è del tutto nuovo – ricorda Donati –. Fu proprio nel periodo in cui rappresentavo la Soprintendenza, e dietro mio impulso, che il Museo tecnico navale dell’arsenale si aprì alla città e ai turisti, anche se allora di turismo ancora non si parlava. Il museo, nato nel 1924 e avallato da Regio decreto firmato da Vittorio Emanuele III e dal ministro della Guerra Benito Mussolini nel 1925 per accattivarsi le simpatie degli alti ufficiali della Marina, in prevalenza di fede monarchica, era infatti ancora considerato come un luogo di nostalgie e memorie appannaggio dell’alta ufficialità, come il Circolo ufficiali di oggi. Solamente in occasione di San Giuseppe il museo si apriva alla città, insieme all’arsenale. Rivendico di aver per primo voluto investire risorse pubbliche per il restauro e la conservazione della collezione di polene, che è una delle più importanti al mondo, ma anche di aver portato il Museo tecnico navale a essere un presidio di cultura in senso più ampio rispetto a quello che aveva avuto”.

Ed è con lo stesso spirito che Donati propone oggi di valutare la progettazione di una campagna di scavo in un’area che si trova a pochi metri da Porta Marola, dove sino alla metà del XIX secolo sorgeva l’abitato di San Vito, compresa la chiesa di San Maurizio, risalente all’alto medioevo. “E’ in quel periodo che si diffonde in Liguria e nell’arco alpino il culto per questo santo, al quale è dedicato, per esempio, Porto Maurizio, a Imperia. E’ dalla chiesa che sorgeva a Marola che proviene un grande sarcofago conservato oggi al Museo civico, e ritengo che oltre alle fondamenta della chiesa si possano trovare quelle delle case del borgo. I marolini rivendicano un affaccio al mare? Un altro grande passo nel recupero della storicità del loro paese – sostiene lo storico dell’arte – potrebbe passare da questo scavo, che consentirebbe di riavvolgere davvero la storia”.

San Francesco Grande

Ma c’è un altro intervento, forse ancora più affascinante e di impatto, che secondo Donati potrebbe essere realizzato e che nel lontano 2009 era stato auspicato, pur senza avanzare proposte specifiche, da Alberto Scaramuccia, altra penna che oggi CDS ospita con orgoglio.
“Certo, si tratta di una partita complicata, ma certamente – continua Donati – varrebbe la pena lavorarci nei prossimi anni per restituire agli spezzini un posto in cui affondano davvero le radici della città. Il complesso di San Francesco Grande, quasi perfettamente conservato all’interno dell’arsenale, rappresenta infatti l’unico esempio di architettura quattrocentesca esistente, e per intero, in città. Il doppio chiostro con colonne ornate dal tipico capitello a foglie d’acqua è di grande interesse, così come la storia del beato Tagliacarne, personaggio originario di Levanto che, dopo aver promosso la realizzazione del convento di San Francesco nella sua cittadina nel 1449, nel 1470 diede il via alla costruzione di una struttura conventuale anche alla Spezia, dove all’epoca erano presenti anche i frati agostiniani. A fine Settecento in città c’erano quattro conventi maschili e uno femminile, eppure c’è ancora chi parla di Spezia come di un villaggio di pescatori prima dello sviluppo dell’arsenale… c’erano anche un teatro, una banca…”.
Tornando nel merito dell’intervento di recupero che ipotizza Donati sarebbe necessario trovare una sistemazione alternativa alla caserma dei Carabinieri dell’arsenale oggi ospitata nel convento e al deposito di vernici presente nella chiesa. Ma di certo lo spazio disponibile non manca… E anche in questo caso la distanza dal muro di cinta e l’assenza di elementi strategici potrebbe consentire una modifica del tracciato delle mura e una apertura del complesso a usi civili o quanto meno misti, come per il Museo.
“Il recupero di questi presidi culturali importantissimi – prosegue lo storico – potrebbe essere inserito in un itinerario percorribile in una giornata che comprenda anche il santuario dell’Acquasanta e la chiesa di Santa Caterina di Campiglia, struttura trecentesca, ampliata e modificata in seguito, dalla quale dovrebbero provenire le pietre lavorate della cosiddetta Fontana di Napoleone (conosciuta come Fontana di Nozzano), che si trova all’inizio del sentiero che porta verso Schiara, Fossola, Monesteroli, Riomaggiore o Biassa”. Tutto si tiene insieme: la bellezza paesaggistica delle località costiere, percorse dalla storia medioevale spezzina, in un contesto in cui la stratificazione dei secoli e delle diverse funzioni avute dal territorio si manifesta nell’incastonatura delle radici storiche all’interno del presidio militare ottocentesco, dal quale deriva un altro itinerario turistico sul quale puntare forte, come quello delle fortificazioni e delle mura ottocentesche che proteggevano la città.
Ma nelle intenzioni di Donati c’è anche di rimettere a posto le cose, letteralmente. Potrebbero per esempio ritornare nella chiesa di San Francesco, dalla quale provengono, opere come la tela di Aurelio Lomi o Il martirio di San Bartolomeo del monegliese Luca Cambiaso, oggi conservate nella chiesa di Santa Maria Assunta, in Piazza Beverini. “Potrebbero certamente trovare una collocazione più consona e più apprezzabile nel refettorio del convento di San Francesco Grande, spazio che grazie alla gestione rispettosa dei Carabinieri, si è conservato in buone condizioni”, suggerisce l’esperto.
Missione quasi impossibile, invece, per l’altare maggiore del 1777 e la balaustrata che vennero invece collocati nella chiesa di Nostra Signora della Salute, in Piazza Brin, ma che negli anni ’70 del secolo scorso vennero stravolti e ridotti. E forse dispersi per sempre.

Infine oltre alle funzioni museali e di recupero architettonico, nella proposta di Donati si possono scorgere anche elementi che darebbero risposte anche sotto il profilo occupazionale e, ancora una volta, turistico.
“Gli spazi del convento, col suo bellissimo doppio chiostro, sono talmente ampi da consentire di prevedere uno sdoppiamento. Da una parte si potrebbe ricavare un auditorium con funzioni convegnistiche, per rispondere a un’esigenza che negli ultimi anni abbiamo sentito riproporre più volte. La struttura sarebbe anche sulla strada per Porto Venere, assolvendo e creando nuovi servizi a favore di un altro gioiello del nostro territorio. Ma le superfici del convento potrebbero anche essere destinate parzialmente a prestigiosa aula magna del vicino Polo universitario trasferito al Falcomatà. E potrebbe anche ospitare un centro per la ricerca applicata alla tutela e alla conservazione dei beni culturali, anche in considerazione del fatto che in Liguria manca una struttura del genere che possa accogliere il lavoro degli accademici. Per esempio, visto ciò che è presente nel nostro territorio, si potrebbe guardare verso il trattamento delle opere in materiale lapideo, minacciato da agenti atmosferici e inquinamento. Insomma – conclude Donati – le possibilità sono moltissime e aprono tutte lo sguardo verso possibili sviluppi futuri della città”.

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