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La storia di baldovino, 80 anni

Da Lerici alla Slovenia per accogliere la figlia e i nipoti della badante ucraina

Baldovino Schimpolder

“In Slovenia ci hanno fatto una festa, quando ci siamo fermati per fare riposare la mamma e i bambini”. La testimonianza diretta è di Baldovino Schimpolder, che ha accolto nella sua casa lericina di Via San Francesco una donna ucraina e i suoi bambini in fuga dalla guerra.
Ottant’anni compiuti ad agosto scorso, il signor Schimpolder, “perché Baldovino, come il re del Belgio, è soltanto una traduzione più o meno veritiera in italiano del suo nome di battesimo olandese”, è andato di persona incontro alla figlia trentottenne della sua badante e ai figli, un maschietto e una femminuccia, gemelli di 6 anni. E se non avesse avuto una questione burocratica aperta con carte di soggiorno e altre accortezze varie, Baldovino a prendere i profughi sarebbe arrivato sicuramente fino in terra ucraina.

La storia di questa buona azione è semplice quanto travagliata. Un percorso che parte dai primi bombardamenti all’aeroporto militare a meno di 70 km di distanza dal paese di residenza di questa famiglia in fuga. Una vicenda che, tra le altre cose, rappresenta un altro spaccato di realtà. Perché la donna ha dovuto velocemente prendere con sé i figli e metterli a bordo dell’automobile normalmente usata dal marito per andare al lavoro. Il coniuge, invece, è rimasto in Ucraina.
“Perché per mantenere la famiglia – spiega Baldovino – deve continuare, nonostante il pericolo della guerra e con il resto della sua famiglia in fuga, a lavorare lì”.

Schimpolder, matematico, olandese di nascita e di passaporto statunitense guadagnato con 35 anni di lavoro in California dove si occupava di ingegneria aerospaziale, ha gli occhi contenti quando parla di quello che sta facendo per aiutare, come altre e altri, chi scappa da questa più recente guerra.
“I bambini sono contenti di essere in Italia, vogliono andare al mare perché lì non c’è”, dice sorridendo ancora Schimpolder. Ma questa storia di accoglienza passa da altri momenti duri. Quando la guerra in Ucraina ha cominciato a entrare nella sua escalation, appena è cominciata l‘invasione russa la famiglia ucraina è entrata in stretto contatto con Schimpolder alla ricerca di un aiuto. Che è prontamente arrivato.
Un viaggio che è passato anche attraverso la solidarietà di diverse altre persone di altre nazioni: “Un albergo ha fatto pagare la metà, un ristorante ha offerto una cena, in Slovenia è stata improvvisata una piccola festa di benvenuto”. Però il tragitto è stato ovviamente difficile. “Questa amica coraggiosa – racconta Schimpolder – appena ha sentito il rischio sempre più vicino ha preso l’automobile del marito e con i figli è partita velocemente, per varcare il confine polacco dalle parti di Zamosc, dopo una coda di decine di chilometri che l’ha tenuta ferma per giorni mentre i bambini avevano bisogno di cibo e servizi. Ha attraversato la Polonia per arrivare a Kosice, in Slovacchia, dove ha trovato un albergo per riposare grazie anche al sostegno a distanza. Poi è arrivata in Ungheria, a Budapest, dove si è fermata nei pressi del lago Balaton. Infine è riuscita ad arrivare in Slovenia, dove sono riuscito ad andare incontro alla famiglia, per portarla a casa a Lerici”.

Dopo migliaia di chilometri percorsi e tanti rischi corsi, in questi giorni per la donna ucraina e i suoi gemelli si stanno definendo, dopo le registrazioni di rito presso la questura, le questioni legate al permesso di soggiorno. Cittadina extracomunitaria, la donna è stata accolta quale “rifugiata”. A tamponi eseguiti, si capirà poi come e se provvedere alla vaccinazione anti Covid-19 dei piccoli ucraini. Intanto laggiù, lontano dal mare, continuano a cadere le bombe.

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