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Quisquilie e meraviglie

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“Guerra” fa schifo in tutte le lingue del mondo

Guerra in Ucraina

“È guerra.

Un incipit semplice, asciutto, per descrivere una situazione che semplice non è, né lo sarà mai.

E non mi riferisco ai meccanismi politici sottostanti di questo specifico conflitto e nemmeno ai meccanismi psicologici di chi si sente potente (onnipotente?) perché di fatto dispone del diritto di vita e di morte di milioni di persone. No, mi riferisco alla vita quotidiana di milioni di miei compatrioti, dal 24 febbraio 2022 a chissà quando.

Che poi, a pensarci bene, non è solo qui la guerra, ma sono tante, per esempio quelle civili in Africa, che anche ora mentre scrivo, e da anni, impregnano di sangue la terra.

Ma da qualche giorno tutto il mondo guarda verso la mia terra, verso casa mia, con ansia sempre crescente. Lo capisco è una guerra al centro dell’Europa, una guerra che sembrava razionalmente impossibile, eppure a quelli di voi più sensibili potrebbe anche capitare, chiudendo gli occhi, di sentire i bombardamenti in lontananza.

Ecco, chiudete gli occhi allora, cercando di immaginare come può vivere adesso una famiglia ucraina.

Vi arriva potente un senso di precarietà globale? Precarietà tra la vita e la morte, certo, ma anche precarietà del quotidiano. Una quotidianità che ci sforziamo di mantenere intatta ma che inevitabilmente vacilla sempre di più a ogni bombardamento, a ogni colpo di mortaio o di mitra che si sente, anche in lontananza.

Pensate a una mamma privata della certezza di poter acquistare il cibo per la sua famiglia, con l’annoso problema del “Cosa cucino oggi?” improvvisamente trasformato in “Riusciremo a mangiare oggi?”

Il problema non è più trovare quella marca di pannolino che non irrita la pelle di tuo figlio, ma proprio trovarli i pannolini. Punto. E anche lenire la pelle di un figlio diventa un problema secondario, quando è il cuore che avrebbe bisogno di lenimento.

Manca il pane, manca il cibo in generale e fa freddo. Tanto freddo. Fa freddo anche dentro di me, non solo dentro casa.

Guardo i miei genitori, ormai stanchi e anziani, e mi sale un senso di rabbia insopprimibile, al pensiero che la vita non gli ha concesso la vecchiaia serena che avrebbero meritato. Penso a quante privazioni hanno subito da giovani, quando i sacrifici erano davvero pesanti ma le speranze sufficienti e ora li vedo, spaventati, senza speranza.

E mi sento impotente perché il domani (chissà quando) che vedrà la pace, non so se sarà il domani che ancora hanno a disposizione, nella clessidra dei loro giorni che si svuota inesorabilmente.

Vorrei fermare il tempo con le mani, ma quella sabbia sfugge ovunque, non la fermo, e nemmeno fermo le lacrime.

Sì, io, coriaceo uomo ucraino, guardo i miei genitori e piango. Di nascosto, senza farmi vedere.

Guardo mia moglie, ho sempre saputo proteggerla ma oggi per la prima volta mi sento impotente e inadeguato. La paura di lasciarla a casa per andare al lavoro mi prende alle viscere, ma non ho scelta, e spero di mantenerlo ancora a lungo, il lavoro. Spero di non morire durante il tragitto, spero che la fabbrica non venga bombardata.

Spero di tornare a casa, perché so benissimo che la guerra lascia morti e feriti e non mi sento egoista nello sperare che la morte risparmi almeno me. Spero di avere una casa a cui tornare la sera, e spero anche con tutto me stesso, di trovare al ritorno tutti coloro che ho salutato al mattino.

Guardo mia moglie, un’ultima occhiata all’appartamento che ci vede insieme da anni e piango. Di nascosto, senza farmi vedere.

Penso a mio figlio, a quanto mi terrorizza la sua falsa sicurezza, la sua impazienza, di vestire una divisa per difendere il nostro paese. Mi trovo a pensare in quale modo fargli male per proteggerlo. Mi chiedo come troverò la forza per sparargli a un ginocchio, non “dove” la troverò, perché so che accadrà. So perfettamente che farei questo e altro per impedirgli di partire come soldato, carne da macello, inutile pedina di una guerra altrettanto inutile.

E so che mi odierà per questo, ma dal 24 febbraio ho la certezza che l’odio che avrà mio figlio nei miei confronti sarà immensamente più sopportabile del dolore della sua assenza, della sua morte.

Guardo mia figlia, la mia bellissima figlia non più bambina e non ancora donna. E no, non ce la faccio a guardarla senza pensare all’orrore che potrebbe subire il suo corpo e la sua anima. Non riesco a non immaginare mani sudice di uomini trasformati in bestie su di lei, il suo dolore e la sua disperazione. Entro velocemente in macchina e urlo. Grido forte perché le lacrime, questa volta non bastano. È un grido di rabbia e di dolore profondo, che arriva da posti della mia anima che non sapevo esistessero e che non avrei voluto conoscere mai.”

 

Beppe Mecconi

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