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La sprugola e le acque perdute

Perchè senza acqua non ha luogo la vita

Come che sia, tutte queste cose fecero venire in mente a Ubaldo Formentini, grande studioso delle cose di casa nostra, che nella nostra zona si praticava un culto primigenio che adorava le divinità delle acque che si riassumevano tutte nella figura del gran dio Okeanòs. Questa sua idea la leggiamo in uno svelto libretto dal titolo accattivante: «I divini abitatori del Golfo della Spezia» che data, se non ricordo male, a qualche decennio fa, ma che ha conosciuto diverse edizioni successive.

Formentini rammenta anche le quattro chiesette intitolate alla Vergine che stavano fuori delle mura cittadine su quella terraferma che gli scavi effettuati per costruire l’Arsenale fecero diventare onde del mare. Erano quattro, quasi in fila, una dopo l’altra, a poche decine di metri la precedente dalla successiva, comprese fra il grande complesso chiesa convento dei Francescani collocato nel canalone di Fabiano e la porta che si apriva nel circuito murario là dove oggi le vie Biassa e Colombo s’incrociano. Quell’apertura nel corso della sua non breve vita conobbe più nomi ed uno di questi fu, guarda un po’ tu quando si dice la combinazione, «della fontana» perché lì, pare proprio quasi inutile il dirlo, si andava ad attingere acqua.

Comunque, le quattro chiesette erano così intitolate: Nostra Signora di Loreto, Madonna dello Starolo che era un fiumiciattolo che scendeva al mare dalle colline circostanti, Madonna della Lagora che poi fu anche chiamata della Neve, Madonna degli Angioli. Secondo lo studioso spezzino, in quell’area si praticava il culto primigenio delle acque. Quando come fede s’impone il Cristianesimo, l’antica forma religiosa trasmigra nella nuova confessione in cui una tale forma di culto si mantiene anche se muta il vecchio nome in uno più adeguato al nuovo credo. È, lo si è già detto qualche pagina fa, il fenomeno del sincretismo, quello per cui si festeggia la venuta al mondo del Cristo proprio nel giorno in cui nella religione romana che assorbiva i culti dei popoli con cui veniva a contatto più che una spugna, si celebrava il dio Mitra, divinità del sole. Ad ogni modo, al di là di tutto questo, vale la pena chiedersi se davvero questa acque fossero provviste di speciali e particolari virtù.

Mi limito a rilevare che il nostro territorio è ricchissimo di acque, una fortuna che non sono in pochi ad invidiarci e non da un giorno. Considero che l’acqua che scendeva dalle alture al mare si imbeveva dei sali minerali e delle sostanze contenute nelle rocce su cui scorreva. Concludo che proprio per questa loro natura, rispetto ad altre acque, dovevano avere qualche componente in più che non poteva non ripercuotersi su chi si abbeverava con le acque dello Spezzino che per il loro sapore sempre benedico, specie se le paragono con quella ingurgitata a Firenze con cui, quando ci abitavo, mi arrabbiavo ogni volta perché non riuscivo a sciogliere il sapone con cui mi lavavo le mani. Con la nostra, al contrario, basta una sciacquata veloce e ti ritrovi con la mano netta come Dio comanda.

Sta di fatto che la nostra Sprugola, perché poi è lei la primadonna di questo testo, veniva considerata pari ad una divinità. Una testimonianza di quella ancestrale considerazione risiede in un palazzo in via dei Mille, al civico 14. L’edificio nella facciata laterale di via Colombo, nello spazio compreso fra i numeri 155 e 175, porta una coppia di bassorilievi. In entrambi compare la figura di una grande ninfa che guarda dalla parte opposta verso cui mira l’altra, l’una specchiando il mezzogiorno, l’altra il monte. All’occhio profano le divinità si mostrano discinte, appena l’ombra di un peplo sottile a proteggerle, il seno altero, il crine fluido come l’acqua che sgorga dall’otre che entrambe tengono in una mano. Sotto ad ognuna, corrono su due righe, altrettante scritte in latino composte in caratteri capitali lapidei: due diversi testi che per i lontani ricordi degli antichi studi smessi di praticare da ormai mezzo secolo, sembrano avere la stessa impronta dell’esametro virgiliano.

Le due iscrizioni qua le riproduco entrambe: nel testo originale e corredate da traduzione. Avverto che della prima verrà in seguito fornita una seconda versione che si discosta da quella che riporto nelle prossime righe, la differente trasposizione essendo giustificata dal prosieguo dell’argomentazione.

Le iscrizioni in latino che celebrano la Sprugola

Dunque, la prima scritta, quella della Ninfa che volge il guardo in direzione del mare, così recita:

TIBI [,] INCOACTA SUB IMPOSITA MOLE [,] DENUO EFFUSE [,] DIVOQUE LYMPHA PATRUM EXORIOR

[per te, libera sotto il peso impostomi, nuovamente spargendomi per largo tratto, e per la divinità [io] linfa dei padri sgorgo]

Sotto il bassorilievo che ritrae l’altra dea, quella che indirizza la vista verso il monte, è riprodotta, invece, questa iscrizione:

NUMEN ADSUM [,] INDIGETE HIC SPRUGOLA [.] CIVIS ESTO [,] PERPETUO MANE VALEOQUE QUI BIBIS

[come divinità sono presente, [essendo] nume tutelare nativo qui [io] Sprugola. Che tu sia buon cittadino, nel tempo rimanilo e sta’ bene tu che qua ti disseti]

Le iscrizioni in latino che celebrano la Sprugola

Per quanto riguarda la prima iscrizione, la traduzione che si è riportata, è letterale, ma forse non è consigliabile. Certo resta più affascinante (lo si è appena detto) renderla con una traduzione meno fedele al testo latino, come vedremo a breve. Per quanto spetta all’altra scritta, se vale la pena di sottolineare che nell’iscrizione fa ritorno il concetto che chi si abbevera alla Sprugola sarà sempre cittadino del territorio, è anche vero che da quelle parole si fortifica la considerazione di quanto l’acqua sia un più che importante principio vitale. Su questo si fonda il mito magico delle fontane e dei bagni. Era la concezione, di genesi oscura, remota e misteriosa, per cui la vita era originata dall’acqua, senza la quale non si ha cultura, né culto, né religione. Le spiegazioni a volte non hanno bisogno di tanti arzigogoli.

Del resto, ognuno di noi, già dall’inizio del suo cammino nel mondo, non è forse preservato da urti e sballottamenti che potrebbero nuocere alla nostra incolumità, dal liquido salaticcio che la placenta racchiude e che chiamiamo amniotico, termine che deriva dal latino amnis che nella lingua dei padri sta per fiume? Che senza acqua non ha luogo la vita, lo sappiamo più che bene e questo elemento fondamentale per l’esistenza e per la continuazione di qualunque specie, l’epica (lo si è ampiamente spiegato in precedenza) lo ricordava facendo rinvenire i grandi eroi, i patriarchi capostipiti delle genti e dei popoli, lungo corsi d’acqua.

 

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