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Le comunità energetiche, il nuovo modello per produrre energia - Citta della Spezia
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Le comunità energetiche, il nuovo modello per produrre energia

di Giorgio Pagano

Veduta della Riviera di Levante dalla vetta del monte Zatta (2017) (foto Giorgio Pagano)

Nella foto: Veduta della Riviera di Levante dalla vetta del monte Zatta (2017) (foto Giorgio Pagano)

Alcuni lettori mi hanno chiesto, dopo l’articolo della rubrica di domenica scorsa, di soffermarmi su un tema a cui avevo accennato, quello delle comunità energetiche. Se ne sta discutendo molto: recentemente, su “Domani”, il giornalista Guido Fontanelli ha raccontato alcune esperienze, mentre altre sono state segnalate da Legambiente, molto attiva in materia.
A Ussaramanna, in Sardegna, oltre sessanta tra famiglie e imprese si sono messe insieme per condividere l’energia fornita da tre impianti fotovoltaici, per una produzione totale di circa 72 MW all’anno. Grazie a questa operazione i soci della comunità energetica non solo contribuiscono alla “conversione” ecologica dell’economia, ma risparmiano anche circa il 25% dei costi dell’energia. Il che dimostra che si risponde al caro bollette non incaponendosi sul gas ma puntando sulle rinnovabili, in particolare sulla loro produzione “dal basso”.
A poca distanza, a Villanovaforru, una quarantina di soci stanno per condividere l’energia prodotta dall’impianto fotovoltaico da circa 53 KW che sarà realizzato sulla palestra della scuola.
Altre esperienze sono in atto a Magliano Alpi (Cuneo), a Pinerolo (Torino), e così via.
L’idea è nata in Europa con la direttiva Renewable energy (Red) del 2018, recepita in Italia nel 2020 dal decreto Milleproroghe. Il decreto ha introdotto le definizioni di “autoconsumatori di energia rinnovabile che agiscono collettivamente” e “comunità di energia rinnovabili”.

I primi sono residenti di un condominio facenti parte di un complesso, che agiscono collettivamente in virtù di un accordo privato e che producono energia elettrica rinnovabile, generalmente con pannelli fotovoltaici posizionati sui tetti per il proprio consumo, e possono venderla alla rete nazionale.
Le comunità energetiche invece sono dei soggetti giuridici formati da gruppi di cittadini, imprese, enti locali, che producono elettricità verde con l’obiettivo di portare benefici economici e sociali alla comunità e di garantire una maggiore autonomia. Le comunità possono utilizzare singoli impianti con potenza non superiore a 200 KW. Questi gruppi di consumatori non devono però avere come principale attività la produzione di energia e il loro fine non è il lucro. Solitamente il motore delle comunità energetiche è il Comune, in altri casi è un operatore del settore energetico che coinvolge il Comune. In tutti i casi sono coinvolti i cittadini e le imprese locali.
Le comunità energetiche appaiono come la modalità che consente di coinvolgere all’interno della sfida della decarbonizzazione il maggior numero possibile di attori sociali e di cittadini. Nel 2021 la spinta per la loro realizzazione è cresciuta: la Regione Liguria ha approvato una legge per promuoverle (anche se manca ancora il nuovo Piano energetico regionale) mentre il Pnrr ha destinato ai progetti per realizzarle un investimento di 2,2 miliardi.
I vantaggi, come detto, sono sia ambientali, perché l’energia rinnovabile non inquina, che economici, perché l’energia autoprodotta ha un prezzo più basso e perché quella non utilizzata viene immessa in rete e pagata.
L’Electricity market report 2021 realizzato dal Politecnico di Milano e da Energy & strategy group, ha analizzato 21 comunità energetiche e 12 gruppi di autoconsumo collettivo: la potenza media degli impianti delle comunità è di circa 48 KW e quella per l’autoconsumo di 32 KW.
Secondo uno studio di Elemens nel 2030 le comunità energetiche produrranno circa 17 GW di nuova potenza da rinnovabili, la stessa prodotta finora da parecchie centrali a carbone.
E’ una sfida di grande interesse: per le città come per i piccoli Comuni, che potrebbero ridar vita, anche in questo modo, alla millenaria struttura territoriale del nostro Paese, caratterizzata da un insediamento minuto e policentrico di piccoli centri urbani, di antichi borghi che potrebbero diventare i veri protagonisti della “conversione”. Qualcosa del genere, in Italia, si faceva già a inizio Novecento: gruppi di famiglie di molti paesi creavano piccole centrali idroelettriche.
A Spezia non partiamo da zero. Nel Comune capoluogo, nel 2016, L’Agenda la Spezia.20.20, purtroppo rimasta sulla carta, prevedeva proprio un’azione di questo tipo, proposta da Giovanni Cortelezzi di Legambiente e fatta propria dal tavolo di lavoro Energia. Il Comune di Arcola sta lavorando alla creazione di comunità energetiche complesse, per le quali chiede il superamento del tetto dei 200 KW di potenza massima installabile. In altri piccoli Comuni sono nate o stanno nascendo cooperative di comunità che potrebbero -dovrebbero- diventare anche comunità energetiche.
Credo sia chiaro -rispondo così alla domanda di un lettore- perché uso il termine “conversione” e non “transizione”. Il secondo indica un tempo lungo, senza scossoni, senza richiami alla responsabilità individuale. Ma la lotta al cambiamento climatico richiede tempi brevi e sforzi immensi, che si possono fare solo con la partecipazione dei cittadini. Viviamo in un’epoca in cui la gradualità non è più ammessa, e in cui la trasformazione deve riguardare i processi produttivi come i comportamenti personali.

Un nevaio -ghiacciaia di neve comunitaria per la conservazione dei cibi- lungo la salita al monte Zatta (2017) (foto Giorgio Pagano)

Un nevaio -ghiacciaia di neve comunitaria per la conservazione dei cibi- lungo la salita al monte Zatta (2017) (foto Giorgio Pagano)

lucidellacitta2011@gmail.com

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