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Le festività spezzine d'un tempo erano un 'visibilio di frittelle' - Citta della Spezia
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Sprugoleria

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Le festività spezzine d’un tempo erano un ‘visibilio di frittelle’

Generico gennaio 2022

Ora ci siamo. La fine della grande abbuffata è vicina. Siamo alla frutta, espressione più che adeguata per la puntata odierna che dice dei menù di fine anno. Da domani, massimo massimo dopo la Befana, la bilancia ci farà inorridire mostrandoci i chili presi nelle feste a cui non avevano fatto caso nonostante gli specchi ci avessero abbondantemente allertato sull’aumento del girovita. Basta, è l’affermazione che tutti o quasi pronunciamo decisi in questi giorni, da domani mi metto a dieta! Impegno solenne; se sarà poi rispettato dipende al solito dal personale libero arbitrio. Oggi diciamo mettersi a dieta ma per gli antenati l’affermazione era mangiamo di magro, asserzione che manifestava la volontà di essere parsimoniosi una volta che ci si fosse assisi al desco. Dicevano così ma che cosa avevano ingurgitato nelle feste decembrine?

La sera del 24 la tradizione imponeva, appunto, di mangiare di magro per non appesantirsi in vista del pranzo natalizio. Tuttavia, stando a quanto riferisce la cronaca, era un magro piuttosto cicciottello. I buoni propositi, insomma, duravano l’espace d’un matin, anzi d’une soirée. La cronaca gastronomica parla di ceste al mercato ricolme di pesci e gamberi che fanno capolino fra i cavagni che dal tanto che ce, non ce la fanno a contenere tutte le verdure su cui spiccano cavolo nero e insalate varie.
Come se i ventri non fossero già abbondantemente satolli, il giorno dopo, sulla tavola del Natale piatti di maccheroni con super ragù di ogni tipo di carne e a seguire si susseguivano tacchini, anatre, sausisse e cotechini. Anche se non sta scritto, immagino che le patate arrosto si sprecassero prima di arrivare ai dolci che sulla tavola imbandita alla sprugolotta sembra che fossero quasi esclusivamente i fritti. Anzi, come leggiamo, un visibilio di frittelle: a quelle con pesce salato e gamberi che non si capisce bene che cosa  c’entrassero con il dessert, se ne aggiungevano altre che in linea con quanto previsto per il fine pasto erano farcire con lo zibibbo o con fette di mela.

Tutti, attenzione, cucinati da una solerte cuoca, persona la cui presenza fa capire che questo menu degno del Paese di Bengodi ed al quale si accompagnava abbondante vino generoso, non era alla portata di tutte le tavole. Ai meno fortunati provvedeva la Pubblica Assistenza, istituzione anche allora quanto mai preziosa, che assicurava loro una minestra, vino, pane e companatico, ma in che cosa questo consistesse la cronaca non riporta. Ah, dimenticavo. Il cronista alimentare che ci rende edotti sulle abitudini gastronomiche dei bis-tris-quadrisnonni è Gamin.

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