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La sprugola e le acque perdute

La Sprugola e la ‘cantonata’ di Baldassarre Biassa

Agostino Fossati, La torre di San Gerolamo

Quanto fino ad ora è stato detto, può sembrare digressione rispetto all’argomento di questo testo, ma non è proprio così. Anche in questa terra così priva di leggende epiche, segno indubbio di un passato anonimo ed impersonale, nell’occasione delle sorgive riesce a manifestarsi il mito con l’asserzione della bontà quasi taumaturgica dell’acqua, nel nostro caso di Sprugola. Si tratta di un racconto che costituisce l’unica forma di epos che si sia manifestata in questa landa che mai conobbe la materia prima che ne è radice, cioè le avventure di popolo (almeno fino al recente periodo resistenziale). Infatti, se guardiamo bene, anche per l’acqua della nostra sorgiva, tutto funziona nell’identica modalità che ha originato la grande epica classica.

I vincitori, siano essi i Greci che distrussero Troia o il troiano Enea che s’insedia nel Lazio sconfiggendo i nativi, prevalgono sugli avversari in quanto sono “qualitativamente” diversi in quanto agiscono sotto l’egida protettiva di un dio che, più potente di quello dei nemici, li ha destinati a quella sorte benedetta: è fato, il destino contro le cui decisioni nessuno può, neppure il sommo padre degli Dei. Per parallelismo e fatte le dovute proporzioni, l’identico meccanismo si ripercuote su chi si è dissetato alla sorgiva della Sprugola: sono abitatori di una terra scomoda e povera, ma comunque vengono beneficiati da un’acqua di insolite virtù prodigiose di cui, prima qualità a certificare gli effetti taumaturgici che il liquido dispensa, non si riesce a capire da dove esso scaturisca.

Sapere l’origine della Sprugola è un problema datato; in tanti c’avevano provato a trovare la fonte natale, ma non si era andati mai al di là di ipotesi più o meno dettate dalla fantasia. Sta di fatto che la “lezione” che il nostro buon Caselli dice (o ripete), è presto appresa ed assimilata da tutti. Ne è prova, ad esempio, una rubrica di cose spezzine, che tratta della storia e anche delle curiosità del territorio, che il settimanale «L’Opinione», unica testata locale nel periodo del regime, inizia «lunedì 26 ottobre 1931 – IX». Esce in seconda pagina e diventa immediatamente un appuntamento importante per il lettori di quel periodico fino alla sua ultima comparsa avvenuta il 16 gennaio di due anni dopo. La nuova rubrica s’intitola «Acqua della Sprugola» ed il «Preamboletto» che spiega il perché del nome del servizio che con puntuale regolarità la testata offre ai suoi lettori, è esplicito nell’elevare il laghetto a simbolo della intera città: «nell’ambito segnato dalla famosa Sprugola passa e ripassa durante il giorno e durante la notte l’intera cittadinanza, nelle sue varie classi sociali, nei suoi differentissimi individui e gruppi». Anche la celebrazione del cinquantenario della pubblicazione di «Romagna» di Pascoli che «L’Opinione» fa il 12 dicembre del 1932, è occasione buona per ribadire, sia pure in maniera molto indiretta, il ruolo che il laghetto nostrano vanta nella storia cittadina. Dato che Pascoli, è cosa nota, dedica la poesia al grande amico Severino Ferrari, il giornale chiosa che questi «cantò la Sprugola: la Sprugola rammenta sempre con devozione il suo nome». Che io sappia, nessuno dei componimenti che Severino dedicò alla città, si intitola «Sprugola». Il nome quindi nel settimanale diventa sinonimo della città della Spezia e gli «sprugolini», al cui «cuore riesce nostalgicamente» il ricordo del vincolo d’amicizia che legava i due poeti, è sinonimo di Spezzini.

Ma gli Spezzini ebbero sempre cara l’acqua della loro Sprugola e furono pronti a rischiare la pelle per difenderne l’utilizzo contro chi la voleva proibire agli altri. Infatti, proprio legato al possesso della sorgiva ed all’uso della sua acqua è un episodio che Ubaldo Mazzini, il grande studioso delle cose di casa nostra, trova in uno dei suoi tanti giri dentro agli archivi e che si affretta a far conoscere ai concittadini. Protagonista, in negativo, dell’episodio è Baldassarre Biassa che della illustra casata fu l’esponente più famoso ed importante arrivando ad essere anche ammiraglio della flotta pontificia elevato a quel rango fi “trirerium praefectus” da papa Giulio II che dal nobiluomo spezzino era stato tratto in salvo nel 1494 quando, ancora cardinale Giuliano Della Rovere, era impelagato in lotte per il potere con la potente famiglia nemica dei Borgia. Come che fosse, quattro anni più tardi, è il 4 marzo del 1489, a Baldassarre salta il ticchio di cingere con una palizzata la Sprugola vietando a tutti gli altri Spezzini l’uso della sua acqua, il cui uso fino a quel momento era stata accessibile a chiunque. Si arroga questo diritto perché quella gora alimenta un mulino di sua proprietà, cosa che per il Biassa equivale al diritto di proprietà esclusiva sulla fonte. È un atto di prepotenza bell’e buono che manda in bestia chi fino a quel momento s’era abbeverato alla sorgiva; ne nascono discussioni e tafferugli per cui il Biassa oltre allo steccato a protezione di quello che considera un suo bene esclusivo, oltre allo steccato, ci mette pure degli armigeri. Gli abitanti allora si riuniscono in assemblea sotto la loggia del palazzo comunale per deliberare non solo che “l’acqua usurpata debba tornare in pristino stato”, ma che si possano perfino bruciare le case degli uomini di Baldassarre nel caso costoro, per proteggere la presunta proprietà di Baldassarre, dovessero ferire i cittadini. Nell’occasione a reggere le sorti della Spezia era Brizio Adorno che del borgo è Capitano a quell’incarico nominato dagli Sforza al tempo padroni di Genova e della Liguria. L’Adorno sta decisamente dalla parte degli Spezzini e chiama a dargli man forte altre truppe che veloci accorrono dalle zone vicine. Ne nasce così una furiosa protesta in gli abitanti danneggiano le case ed il mulino del Biassa. A questo punto il manoscritto che Mazzini consulta s’interrompe e noi ignoriamo come l’intera faccenda ebbe a finire. Solo sappiamo che al prepotente Baldassarre spettò l’onere di riportare tutto alla situazione primitiva riparando a proprie spese i danni avvenuti in seguito agli scontri.

L’articolo di Carlo Caselli del 1909 da cui siamo partiti per questa digressione che ha svariato dall’epoca di Omero fino ad arrivare ad anni più vicini a noi ed a cui adesso torniamo, riferisce anche di un tentativo che era stato messo in opera più di un decennio prima, nel 1898, per cercare di saperne qualche cosa di più. Si partiva dall’ipotesi che la matrice del laghetto di piazza del mercato fosse la sprugola di Zegori che avrebbe anche alimentato la famosa polla d’acqua dolce che scaturiva in mezzo al mare a poche decine di metri dalla riva sulla costa occidentale del Golfo, all’incirca a metà strada fra Marola e Cadimare. Si era pensato, cioè, per individuare l’origine della Sprugola, ad una triangolazione San Benedetto-Spezia-Marola. Tuttavia, le indagini effettuate in quella lontana data di fine secolo avevano dimostrato l’infondatezza di una tale congettura. Infatti, la domenica 23 gennaio di quel lontano 1898 (Caselli fornisce la notizia succintamente riassumendo una notizia di cronaca che compare sul “Corriere” del 29 gennaio con il titolo «La sprugola di San Benedetto») quattro Assessori (Pasqualini, Alberti, De Scalzi e Paganini) accompagnati dall’ingegnere minerario Monteguti e dagli impiegati comunali ingegner Verdi e geometra Ferrari, si erano recati a San Benedetto. Lo scopo della loro trasferta era di «esplorare quella Sprugola [che è una] specie di gigantesco imbuto, a traverso la quale scompaiono tutte le acque raccoltasi durante le pioggie [sic!] nel bacino chiuso che sta tra la via di San Benedetto, la Foce e il monte Parodi».

Nonostante la tanta buona volontà che dimostrano per improvvisarsi speleologi, la ricerca si rivela infruttuosa. Infatti, la caverna si apre nel mezzo della pioppeta di San Benedetto dove appare come «uno stretto crepaccio» nel quale si introducono il Paganini e l’Alberti. I due assessori, per andare ad esplorare, si devono immettere in uno «strettissimo corridoio» che li porta dopo due ore di “traversata buia ed aspra» in un laghetto sotterraneo. Siccome non riescono ad individuare se l’invaso comunichi con qualche altro bacino, ricorrono al sistema di versarvi dentro dell’uranina. Questa è una sostanza colorante di colore rosso-bruno che è usata dagli speleologi per individuare quale sia il tragitto dei corsi d’acqua che scompaiono alla vista, dato che si mantiene anche ad altissima diluizione e per di più ha anche effetti fluorescenti. L’articolo di fine gennaio ‘98 annuncia che avrebbe pubblicato in uno dei numeri successivi il risultato dell’esperimento, ma il fatto che della notizia non si trovi traccia alcuna, mi induce a credere che il colorante non saltò fuori da nessun’altra parte. Per questo, tuttora ignoriamo dove chissà mai quell’uranina versata si andò a disperdere.

Comunque, quello che conta in questa sede è che in quell’occasione si rivelò del tutto priva di fondamento l’ipotesi che la Sprugola spezzina discendesse da quella di Zegori. È per questo motivo che il mistero restò tale e tale si mantiene, per quanto ne so, a tutt’oggi. La polla d’acqua dolce che scaturiva dal fondo del mare fra Marola e Cadimare in mezzo alle onde d’acqua salsa di cui dice Caselli, era un fenomeno noto da sempre in ogni dove del mare Mediterraneo. Non ci fu nave che solcò le onde del grande lago fra le terre, che a quell’insolita sorgente non si fosse approvvigionato d’acqua e non avesse lì compiuto il suo bel rifornimento idrico.

 

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