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La Sprugola e le acque perdute, un salto nel passato per capire meglio la città pre-industriale - Citta della Spezia
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La sprugola e le acque perdute

La Sprugola e le acque perdute, un salto nel passato per capire meglio la città pre-industriale

Credo di essere nel vero se dico che ogni località, grande o piccola che sia, più o meno conosciuta, ha un suo emblema che la rappresenta agli occhi di tutti, così che basta dire quel simbolo e subito ti viene in mente la terra di cui è insieme metafora e metonimia. Così, se dici Vesuvio, subito il pensiero corre a Napoli così come il Colosseo è il link che ti collega alla Città Eterna. Pure noi, nel nostro piccolo, abbiamo un logo che se non da sempre, certo da assai più che parecchio è l’immagine della Spezia. Parlo della Sprugola, quel grosso invaso che stava dietro alla odierna piazza del mercato.

Agostino Fossati, La Sprugola con veduta di Spezia

Proprio per il suo carattere di simbolo alla nostra Sprugola è capitato non una sola volta di mettersi in posa per essere effigiata. Infatti, disegni famosi ce la mostrano: un grosso acquitrino dove le erbe palustri la facevano da padrone in un grande habitat che oggi possiamo soltanto immaginare, abitato come fu da tanto acqua, probabilmente più stantia che corrente, tanto verde e tanti uccelli. Gli abitanti di quel minimo regno furono, infatti, pivieri e beccaccini, nomi che oggi soltanto a dirli ci fanno venire in mente quasi un paradiso perduto, un eden che purtroppo se n’è andato perso smarrendo con lui anche l’età dell’innocenza di questa nostra terra che forse fu costretta per l’evolversi dei tempi a diventare adulta troppo in fretta.

La Sprugola, così grande che per andare di là, dall’altra parte ti serviva un traghettatore che non saprei dire se sia stato altrettanto cortese del più conosciuto Passatore della «Romagna» di Giovannino, ma che di certo non è parimenti famoso. Si erge, dunque, la Sprugola con la sua lettera iniziale scritta bella alta, maiuscola, ché si comprenda all’istante che è lei l’eletta, la regina di tutte le sprugole di cui è ricco tutto il territorio. E in questa nostra landa, quante ce ne sono, le più essendo concentrate nell’area di San Benedetto, dopo la discesa della Foce verso la Lanterna, ed ognuna di esse essendo connotata dall’identico cognome, una famiglia di acque sorgive i cui natali sono tuttora incerti.

Pietro Domenico Cambiaso, Sprugola

Di queste sprugole che sono al di fuori del territorio urbano, quella di San Benedetto era per l’appunto la più famosa, tanto conosciuta che compare già in testi lontani nel tempo anche se l’analisi e la descrizione del territorio diventa più intensa ed accurata nella secondo metà del Settecento. La cosa è comprensibile: illuminismo imperante, si manifesta con forza la volontà di intraprendere la conoscenza non solo di se stessi, ma anche delle proprie attività e del luogo in cui si vive. Si manifesta con forza il desiderio di sapere allo scopo di portare ogni cosa, dalla persona umana all’animale ed ai fenomeni naturali, sotto il ferreo controllo della razionalità: le luci della ragione che non possono accendersi in assenza della sua prima componente che è, appunto, la conoscenza perché questa è la lampadina che spenge il buio derivante dall’ignoranza delle cose.

Grazie agli stimoli intellettuali del tempo, noi possediamo non poche descrizioni che ci consentono di conoscere le forme secondo le quali si manifestava all’epoca il fenomeno della sprugola di San Benedetto che è la più nota fra quelle distanti dal centro abitato della Spezia. Fra le tante testimonianze, una è quella che ci ha lasciato Antonio Zaccagna-Orlandini che in un suo testo del 1790 («Corografia fisica e statistica dell’Italia») scrive che nella zona dove al sui tempo si collocava il confine fra i comuni della Spezia e di Riccò.

[…] àpresi un ampio avvallamento di suolo, dominato dalla chiesa parrocchiale di San Benedetto in fondo al quale è una Caverna […] Le acque che scendono dalle circonvicine pendici di Carpena e di Quaratica, si riuniscono all’ingresso di quell’orridissimo antro che tutte le inghiotte. Nel solo caso di piogge straordinarie, formasi un lago che sommerge i vicini campi […] Scaturiscono dal basso in alto perenni e voluminose sorgenti, formando attorno di esse altrettanti laghetti […] Nel linguaggio si dà il nome di Sprugola così alle caverne assorbenti come alle polle emergenti; [questa di cui parlo] dicesi Sprugola di Zegori […]

Insomma, sprugole ce ne sono tante e sprugola è un nome tipico del territorio, che peraltro non è conosciuto altrove se non nel prossimo carrarerese.

Si tratta di un termine la cui origine si perde nella notte dei tempi e che per la sua origine quasi primordiale ha conosciuto anche altre forme.

Infatti, in una carta celebre quanto importante carta del 1767 (“Delineazione della Spezia e suoi contorni”, di Giuseppe Ferretto e Giacomo Brusco), troviamo indicato il laghetto di piazza del mercato con la forma storpiata di «Sprogola», alterazione dialettale del casalingo vernacolo.

Quando poi della pianta del territorio spezzino si stenderà una copia nel 1898, il nome subisce un’ulteriore corruzione diventando «Sprogora». Io non so spiegarmi l’errore di trascrizione se non pensando ad un clamoroso refuso, lo scambio fra le due consonanti liquide “l/r” essendo un fenomeno fonetico abbastanza normale. Siccome tutti gli altri toponimi della pianta del 1898 sono state riportati in maniera corretta, cioè all’originale, si può, io penso, ragionevolmente supporre che l’errore di trascrizione sia stato originato dalla consuetudine all’ascolto di una voce diffusa nella lingua parlata che scambia una liquida per l’altra.

Insomma, alla base di tutto ci può stare anche una parola spesso sentita ed ugualmente spesso pronunciata: l’errore, allora, dipenderebbe dalla corruzione prodotta dal parlato che si ripercuote sullo scritto. Un po’ quello che succede con, per esempio, “voltare” che nel dialetto diventa “vorta-e”. Nella parte bassa del particolare della carta del 1767 notiamo, fra l’altro, che il corso della Lagora è interrotto da una «svenatura», una curva fatta fare per mano d’uomo al corso del canale perché il suo corso troppo rettilineo di frequente ne favoriva l’esondazione. Era, insomma, un espediente per frenare l’impeto delle acque che scendevano al mare. Questa costituisce ulteriore dimostrazione di quanto il territorio fosse soggetto al frequente tracimare dei fiumi di maggiori o minori dimensioni che in grande copia lo attraversavano. La località di Rebocco (faccio questo piccolo esempio) porta questo nome perché la non poca acqua che stazionava da quelle parti “riboccava”, cioè usciva dai suoi argini naturali con tutte le non felici conseguenze del caso.

Giuseppe Ferretto-Giacomo Brusco, 1767 (part). Il mulino è quello dei Biassa

Ma, giunti a questo punto, che cosa mai significa la parola Sprugola?

Chi è studioso della cosa, dice che il termine deriva dal tardo latino «speluncula», una piccola spelonca, una caverna di ridotte dimensioni. Si trattava, insomma, di una cavità, una grotta a testa in giù che, siccome si inoltrava profondamente nel terreno, era caratterizzata da un marcato andamento verticale. Nello spezzino, tuttavia, il nome si allarga per andare ad indicare anche i bacini da cui sgorga l’acqua che li colma. A me, che non sono studioso dell’origine delle parole, ma che ogni tanto scorro il «Dizionario etimologico» di Giacomo Devoto, è sempre piaciuto, però, privilegiare una differente soluzione, ben consapevole che l’idea che mi sono fatto è più prossima alla fantasia che alla scienza.

Un’antica voce mediterranea, dice il Devoto, una di quelle radici che l’illustre studioso chiama «serie», è «sss …prrr», un’onomatopea che riproduce il gorgoglio dell’acqua che scorre. Da essa sono sorte alcune parole che formano una simpatica e compatta famiglia: spruzzare, sprizzare, spruzzo. Questa onomatopea, inoltre, ha tanta forza da superare i confini nazionali per andare a produrre esiti anche all’estero. Infatti, non bisogna dimenticare che la parola inglese “spring” indica la fonte e la polla che scaturisce dal terreno oltre a designare la stagione in cui il risveglio della natura è attestato anche dal chiacchiericcio delle acque che scendono dai monti dove si stanno sciogliendo le nevi invernali. Inoltre, anche nella lingua tedesca il verbo “springen” significa saltare, balzare fuori e se una fontana (“brunnen”) zampilla, ecco che te la chiamano “Springbrunnen”.

Come che sia, i nostri antenati non si ponevano il problema di quale fosse l’origine della parola sprugola che a loro interessava soprattutto per l’acqua che portava ed a cui potevano attingere per dissetare se stessi e le loro coltivazioni.

(parte 1, continua domenica prossima)

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