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Dal campo... al campo, Mattia Biso: "Maggiore, Bastoni, Vignali esempi per chi oggi sogna di diventare un calciatore dello Spezia" - Citta della Spezia
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L'intervista

Dal campo… al campo, Mattia Biso: “Maggiore, Bastoni, Vignali esempi per chi oggi sogna di diventare un calciatore dello Spezia”

A 44 anni dopo l'esperienza da allenatore e lo scout, è il braccio destro di Riccardo Pecini. A stretto contatto con tutte le squadra, l'ex centrocampista dai piedi buoni racconta il nuovo mondo Spezia: "Una società aperta e moderna, che punta sulla formazione e le infrastrutture mettendo i giovanil al centro del progetto. Thiago Motta? Vede un calcio europeo".

Mattia Biso

“Giusto qualche settimana fa ho incontrato Giulio Maggiore nel parcheggio del Ferdeghini e gli ho detto che lo invidiavo perché non è da tutti affermarsi con la squadra della propria città. Lo stesso vale per Bastoni e Vignali che è andato in prestito ma a giugno tornerà a casa. E’ bellissimo per loro, io non ci sono riuscito e me ne dispiaccio: da calciatore ho inciso pochissimo e mi sento anche in debito perché speravo le cose andassero diversamente”. E’ tornato ancora una volta a casa il giramondo del pallone, cresciuto nell’amata San Terenzo ma scappato via molto presto, ostinatamente concentrato ad inseguire i sogni di un ragazzo con la palla fra i piedi. Mattia Biso ha ripreso in mano il libro della sua esistenza, affilato la punta della matita per provare a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia con il mondo del football. Da ragazzo fu centrocampista eclettico, buona visione di gioco e trovò la gloria e la serie A in due piazze storiche come Ascoli e Catania: 15-20mila persone allo stadio e anni che non si dimenticano. Oggi, a 44 anni, è il principale collaboratore di Riccardo Pecini, una sorta di braccio destro col quale da luglio condivide tutti gli aspetti prettamente tecnici dell’area di riferimento: “E’ un vestito datomi da Pecini, che ringrazio per la grande opportunità che mi ha concesso. Ho smesso di giocare e volevo fare l’allenatore, un’esperienza che mi è piaciuta. Poi durante il lockdown ho dato una mano al direttore Angelozzi con un lavoro di scout. Nel frattempo ho capito che oltre al lavoro con la squadra, apprezzavo anche tutta la parte relativa alle metodologie, alla formazione, allo scouting degli allenatori. Poi è maturata in me la certezza che mi sarebbe piaciuto vedere più direttori sportivi al corso allenatori e ho deciso di fare il tragitto inverso, facendo il corso da diesse. Quando smetti di giocare e vuoi continuare a lavorare nel calcio hai bisogno di qualcuno che ti dà fiducia: ricordo la prima esperienza con Pietro Fusco che mi portò a Spezia, poi il periodo con Guido Angelozzi che per me è come un padre e adesso Pecini che mi ha chiamato dandomi questa possibilità”.

Qual è in definitiva il ruolo che hai intrapreso dall’estate?

“Seguo la prima squadra, guardo i calciatori, interagisco col mister e lo staff: è un lavoro di grande responsabilità. Mi occupo della parte tecnica, non di contratti: la mia formazione è quella del campo e non potrei davvero occuparmi di conti, non sono nel mio dna. Abbiamo un format tutto nostro, lavoriamo come in una grande famiglia, facciamo tante cene proprio con l’obiettivo di cementare, costruire, respirare insieme. Quello che vedo è una società molto aperta, non esiste una cesura fra prima squadra e settore giovanile. Abbiamo voglia di costruire qualcosa di importante. L’inglese? Lo sto studiando con risultati penosi… però ci riusciremo”.

Un paragone tra la società che hai conosciuto, uscita di scena ad inizio 2021, e quell’attuale. Dove stanno le differenze?

“Il presidente Volpi era alla fine di un ciclo e non era presente fisicamente, questa società c’è e chiaramente vive con più entusiasmo un’avventura appena iniziata. Tella, il presidente e suo fratello ci sono, magari alternandosi, ma facendo sentire la loro presenza. Quando arrivai la seconda volta c’era Angelozzi che faceva un po’ tutto: ciò non toglie che con lui siamo andati in serie A giocando un buon calcio anche nell’anno in cui c’era Marino. E noi comunque stavamo benissimo visto che venivamo dal fallimento del 2008. Di sicuro stiamo comunque parlando di proprietà importanti. La promozione è stata emozionante, anche perché si è giocato al calcio e ci siamo ripetuti anche lo scorso anno”.

La famiglia Platek, la loro filosofia e la serie A del terzo millennio. Che cosa hai capito?

“Sono molto sensibili alle infrastrutture e ai giovani, non a caso siamo la squadra più giovane del campionato. Siamo molto contenti della linea dettata dal direttore: è bello lavorare coi ragazzi, c’è tanta energia. Non che qualche “vecchio” non serva, ma per proporre un certo tipo di calcio e far divertire il pubblico c’è bisogno di freschezza atletica. La Serie A è cambiata, sono mutate perfino le regole del calcio, perfino gli introiti hanno un altro peso rispetto a quando ho iniziato io, basti pensare al peso del botteghino che oggi vale il 10% di un bilancio. E’ un mondo completamente diverso. Il nostro campionato è trovare tre squadre da metterci alle spalle per fare un nuovo miracolo sportivo. Veniamo da una serie di problemi che noi tutti conosciamo, compreso il blocco del mercato e il direttore ha dovuto fare tante operazioni a titolo definitivo, pensando ad oggi ma anche in prospettiva. Non so quanto sia riuscito a dormire nei mesi estivi perché il carico è stato notevole. Ora abbiamo giovani interessanti, siamo contenti della squadra che stiamo strutturando”.

Tredici anni fa a Ceparana eravate obbligati alla doccia fredda, oggi c’è il Ferdeghini, la struttura più importante di tutta l’area vasta di riferimento. Fa una certa impressione.

“Fu una stagione purtroppo indimenticabile, eppure tenemmo botta sino a gennaio nonostante la situazione… oggi invece abbiamo tutto, vedi il contrappasso? L’obiettivo, adesso, è quello di seminare e avere in casa tra qualche anno i nuovi Maggiore. Sono favorevole all’under23 per le grandi squadre, perchè altrimenti si possono perdere per strada ragazzi validi: penso a Spinazzola che è stato tre anni a Pistoia senza giocare, rispetto a Morata che ha fatto le giovanili a Madrid, esordendo in prima squadra da giovanissimo. Bertola si sta allenando da tre mesi con i grandi e ha rischiato di esordire di recente. E poi altri che si stanno iniziando ad affacciare ai primi allenamenti, col tempo speriamo che siano pronti. A volte ci vuole più tempo e non sempre lo hai, noi lavoriamo pensando di averlo ma siamo anche noi figli dei risultati. Certo, se vuoi vedere qualcosa devi lavorare dal basso e infatti Pecini investe molto sulla formazione: tutti gli allenatori della giovanile stanno studiando l’inglese”.

Si vede la mano di Thiago Motta?

“Vede un calcio europeo, predilige la qualità e il gioco d’attacco. E’ molto aperto ad un calcio dove i ruoli sfumano un po’ e spiccano le funzionalità. Il marchio è vivere la partita da protagonisti. Sappiamo che l’obiettivo è fondamentale, proviamo a conseguirlo senza perdere la filosofia della proprietà. L’identità è quella di Gyasi, Bastoni, Verde, Erlic, Maggiore, Nzola, sono la colonna portante di questa storia: lo zoccolo duro lo abbiamo tenuto nel segno della continuità e poi ci sono i nuovi ragazzi molto interessanti”.

Difficile riprendere il filo dopo il Covid, soprattutto coi ragazzi. 

“Sono stati due anni impegnativi. Dispiace per i bambini, compresi i miei, che non hanno potuto vivere la loro vita. La tecnologia, le mascherine, le privazioni di questo periodo generano riflessioni. Vedo poca comunicazione fra loro, stiamo pensando di trovare un posto al Ferdeghini nel quale i nostri ragazzi possono depositare i loro smartphone. Per forzare il dialogo, per costruire amicizie: devono sapere chi sono, conoscersi per davvero, parlare e confrontarsi. Studieremo la cosa nel tempo perché mi pare un’esigenza ineludibile ritrovare il rapporto personale e non mediato. Lo è per noi adulti, figuriamoci per i ragazzi”.

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