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Tomaino e la sua arte, “talmente semplice che si deve solamente osservare” fotogallery

Ci sono due punti di vista, per accedere ai tetti dell’artista Giuliano Tomaino. Si può con facilità approcciare ad alcune sue sculture riproponenti qualche soggetto che ricorre nella sua opera, il cavallo a dondolo e il “cimbello”, approfittando dell’escamotage dell’entrata più accostata all’ospedale di Sarzana, oppure approdare, con più sforzo ma forti della lungimiranza delle pedalate e della curiosità estremizzata, dall’evitamento dell’ascesa di Falcinello e appena individuato il forno d’un angolo di Via San Gottardo, gli opifici e le piante di fichi d’india ancora carichi di frutti.

La commozione dell’incontro si fa subito forte. Perché alla voce della canzone di Vecchioni, “Il violinista sul tutto”, immaginata quale colonna sonora dell’incontro sensoriale, il maestro Tomaino spiega che lui vive col pensiero pitagorico fisso nella sua anima: “Perché l’uomo è al mondo? Per osservare il cielo”.

Nel giorno della visita Giuliano sta lavorando a un’opera che partirà insieme a lui, al suo furgone e ad altri artisti per una mostra milanese; una sperimentazione artistica, nel divenire d’uno sviluppo acceso dalla sua storia e tradizione di proposizione di materiali: qui, per esempio, ecco un gioco di dadi. Ma con gli acuti di pochi e soliti, anzi solidi per sentire dell’artista, colori. Dove il disegno, il segno, si deve guardare. “La mia arte non ha narrazione, ma è d’una semplicità che si deve solamente osservare”, dirà più avanti nella conversazione il pittore e scultore nato alla Spezia nel ’45.

Tomaino, innamorato della ricerca delle origini cresciuta al tempo dell’arte povera per arrivare a una nuova scuola che tiene insieme dada e pop art, che anzi si trova in una via di mezzo fra questi due generi e diventa genere di sperimentazione della formula di rigenerazione premoderna, non a caso sicuramente è nato il giorno del 28 ottobre. Come la data della “disfida di Barletta”. Ricorrenza storica come quel famoso parallelismo alle biglie da lui spesso utilizzate e che gli spagnoli davano ai popoli precolombiani in cambio di gemme preziose. Insomma, ci piace pensare, per questa ragione l’esperto artista sta creando, e ha già cominciato col Fanfulla da Lodi, piccole opere che saranno la riproposizione artistica di quei cavalieri che fecero l’impresa. Che poi saranno portati appunto a Barletta, per l’omaggio alla città. E per momenti conviviali. Alla stregua di quelle situazioni che hanno contornato lo sviluppo di storie artistiche legate alle migrazioni dei nostri giorni. Dove, inoltre, alcune opere dell’artista che ha scelto questo tassello sarzanese quale punto d’elezione spirituale sono perfino state descritte con filastrocche devote e curate di Cristina Balsotti.

Quasi alla stregua di quando Tomaino fu chiamato nelle Madonie, sottoterra, a creare dal sale. Scendendo invece che salire alle Apuane per sentirne il marmo. E fare arte con quel sale che, tipo una porzione custodita nel suo laboratorio e in via di rimpicciolimento, ha ben oltre settantasei anni: 4milioni, comunica la sua forza di resistenza. Questo sale diventato materia prima d’arte ha proprio oltrepassato la soglia dei 4 milioni d’anni.

L’arte del maestro Tomaino ha attraversato il Novecento, e col suo continuo fermo rinnovamento sta vivendo il mondo nuovo. Se nel Sessantotto, Tomaino proponeva il suo primo autoritratto veramente fatto d’arte povera e davvero con materiali poveri, già nel 1983 lo scrittore Mario Soldati scriveva che “Giuliano Tomaino dipinge soltanto quadri astratti, informali, materici”. E che forse era vero, anzi: sicuramente. Ma fino a un certo punto. E non soltanto nella misura regalataci anni dopo. Tipo quando si sono poi potuti ammirare l’impatto meravigliante d’un ferro dipinto, della nuova vita di pietra di Malta, rosa Egeo, nero Zimbabwe… al contatto stretto e rigenerante degli spazi accoglienti; vedi una chiesa (“ché tutti gli uomini sono un po’ santi, vessati dai sacrifici, capaci di gesti generosi e atti eroici”). La modellazione della cartapesta, per dire.

Per presentare solamente un altro piccolo esempio della genialità del maestro Tomaino, si potrebbe ricordare che le biglie messe a comporre il Fanfulla sono quasi 2.000.

Ma ci piace forse ricordare soprattutto della vitalità multiforme e condivisa di quest’artista. Tomaino, infatti, dal 2009, ha creato una Factory insieme a Cristina Balsotti, Sandro Del Pistoia, Paolo Fiorellini, Claudia Guastini, Stefano Lanzardo e Francesco Ricci, di cui nelle prossime settimane si sentirà parlare. Intanto, in questi giorni ha uno spazio collettivo a Milano. Mentre proprio lì la personale di Giuliano Tomaino destina alla cura degli sguardi alcune di queste opere premoderne (leggi qui).