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"Nel turismo duemila domande di Naspi e stagionali tenuti in vita col fondo regionale" - Citta della Spezia
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L'intervista

“Nel turismo duemila domande di Naspi e stagionali tenuti in vita col fondo regionale”

Luca Comiti

“Come Cgil dobbiamo tenere ben presente il nostro ruolo politico. Il nostro sindacato è uno dei pochi baluardi ancora presenti che ha una linea definitiva e delle politiche da portare avanti”. Diventato oltre due anni fa segretario confederale della Camera del lavoro della Spezia, Luca Comiti ha seguito e sta tuttora seguendo in questi mesi la vicenda degli ospedali della Spezia e Sarzana e l’immensa partita della sanità provinciale, acuita dal Covid e dalle emergenze che il virus si è portato inesorabilmente dietro. Ma non soltanto il tema sanitario, lo ha investito di impegni: dal mercato del lavoro, passando per le politiche attive e occupazionali, che scaturiscono ora nella contrattazione sociale, ora nelle politiche abitative, sino alla formazione professionale e ultimo non per importanza, il settore che più di tutti sembra possedere i margini di crescita più importanti: quello turistico.

Comiti, iniziamo dall’attualità. Quando si parla di sindacato e si giunge in questi mesi dell’anno si usa la terminologia giornalistica di Autunno caldo. Al di là degli stereotipi, gli scioperi paventati per Enel e Oto Melara sono a dimostrare che le battaglie sindacali sono ancora tutte da combattere.

“La precarietà del lavoro tocca anche la nostra provincia. Al di là di quello che accade nelle grandi aziende, ci sono persone soggette a contratti anche nazionali, che fanno 15 ore la settimana e guadagnano 4-500 euro. Penso a settori che impiegano migliaia di persone come le mense, il commercio, le ditte di pulizia, i multiservizi. Il mondo è cambiato e la nostra provincia si è terzializzata. Faccio un esempio: dentro Oto Melara non ci sono soltanto i dipendenti diretti. E poi non dimentichiamo gli stagionali “tenuti in vita” attraverso il Fondo per il turismo. Le politiche passive non servono a niente, sono necessari invece contratti seri, dumping salariale, legge nazionale sulla rappresentanza e togliere di mezzo tutti quei contratti che non garantiscono nulla, ripristinando la regola: ore lavorate, ore pagate. La situazione è generalizzata, simile in tutta Italia poi ci sono anche delle positività ma le persone devono lavorare correttamente ed essere pagate per quello che fanno. Il turismo è il maggior settore di vertenzialità. L’anno scorso abbiamo ricevuto quasi 2mila domande di Naspi solo per quella categoria tenendo presenti Covid e blocco dei licenziamenti. Destagionalizzazione e presenza di strutture di qualità permetterebbero invece uno sviluppo organico del settore.”

Reddito di cittadinanza, tema divisivo e complesso. Anche il sindacato riflette e cambia pelle, i giovani si disorientano e si perde in competitività. Che idea si è fatto di tutto questo?

“Il Rdc ha dato un mano, è un strumento utile perché è un aiuto economicamente concreto ma difficoltoso per l’ingresso nel mondo del lavoro. Prima va creato il lavoro poi metti in contatto le due cose e invece mi pare non si sia creato l’incontro tra domanda e offerta. D’altro canto bisogna riflettere anche sul fatto che siamo la nazione con gli stipendi più bassi d’Europa e mettiamoci pure le contingenze: la precarietà, i bassi redditi dovuti anche al Covid hanno portato con l’applicazione degli ammortizzatori sociali un aumento delle disuguaglianze enorme. Per quanto concerne il ruolo del sindacato, è vero che l’ambito dei servizi è cresciuto e che molte persone vengono da noi per quello ma il nostro faro deve rimanere politico. Per questo motivo abbiamo integrato tutte le strutture, deve esserci un collegamento diretto. Sempre meno iscritti ai sindacati? In parte invecchiamo e intercettiamo faticosamente lavori nuovi, e poi c’è il grosso problema sui giovani perché molte volte vivono il ricatto occupazionale: se sei iscritto al sindacato non sei esattamente gradito. Siamo, insomma, ritornati indietro, è un problema culturale. La battaglia è comune anche alle altre sigle. Noi andiamo nelle scuole per spiegare ai ragazzi tutto questo col progetto Orientamento-Lavoro: parliamo con le classi 4e e 5e, raccontiamo loro il mondo del lavoro, come si prepara un cv, diritti e dovere, regole della contrattazione…”.

Recentemente il ministro del Lavoro Andrea Orlando è intervenuto nel dibattito cittadino, promuovendo l’idea di concentrare dentro gli spazi dell’Arsenale un grande polo formativo nazionale. Che ne pensa?

“Ci crediamo, l’Arsenale va riadattato e utilizzato. Bisogna puntare sulla formazione di qualità e credo si stia facendo un passo avanti. Molto volte abbiamo visto l’attivazione di corsi per figure già sature, dobbiamo ascoltare le aziende, puntare sugli istituti professionali e tecnici. La formazione non deve essere un ripiego ma un qualcosa che spinge le famiglie: non tutti possono essere laureati, i singoli lavori sono cambiati e, parlando della nostra provincia, nautica e turismo sono gli spazi nuovi dove agire. Credo che l’orientamento debba partire dalle medie e possa determinare la stessa scelta della scuola superiore: alcune famiglie in buona fede mandano i loro ragazzi al liceo ma magari non è per loro e la persona si perde perché non sa che un equilibrio fra aspirazioni e sostentamento si può trovare anche altrove. La risposta è complessa ma ineludibile: diversificazione dell’economia. Una sola tipologia non basta, gli esempi negativi sono sotto gli occhi di tutti noi: abbiamo riempito le strade delle nostre periferie di centri commerciali ma la qualità del lavoro è quella che è. Ripristiniamo l’importanza della qualità, diamo nuove chance all’artigianato, per esempio. Dobbiamo fare in modo che anche ai giovani sia assicurato un futuro attraverso lavoro di qualità, come abbiamo detto, ma anche una pensione di garanzia, considerato il fatto che la maggior parte di loro, oggi, ha carriere discontinue e a basso reddito”.

Dai temi generali alle vertenze cruciali. La situazione di Oss è finita come non doveva finire. O ci sono ancora spiragli?

“Abbiamo il concorso a tempo indeterminato che è soggetto a ricorsi e il 25 febbraio ci sarà la discussione al Tar. Poi c’è il bando a tempo determinato che a nostro avviso poteva essere una soluzione ottimale perché comunque permetteva a chi era stato estromesso dal concorso a tempo indeterminato di avere una valvola di sfogo e poter comunque accedere visto che è regolato per titoli. Ma essendo andato avanti l’iter del concorso a tempo indeterminato e visto che, ad oggi, dovrebbe scadere il 1° gennaio il contratto con Coopservice, se verrà fatta la graduatoria dei tempi indeterminati e se rivendicheranno l’assunzione i determinati, è chiaro che avremo delle difficoltà. C’è chi rimarrà fuori da entrambe le parti: perché 110 degli ex Coopservice sono rimasti esclusi dal tempo indeterminato e contiamo circa 2.000 domande per il determinato. Il prossimo 23 novembre avremo un tavolo in regione per discutere a proposito della ricollocazione e ricevere la mappatura delle competenze: bisogna capire se i 159 possono essere ricollocati nelle strutture private per dare loro una possibilità occupazionale. Ma a conti fatti i posti saranno una cinquantina… Purtroppo è uno scenario che avevamo prefigurato all’inizio del percorso. Ecco perché avevamo caldeggiato soluzioni alternative come la società in house. Nella commissione abbiamo chiesto l’intervento a tutta la politica ma il 31 dicembre o al massimo a febbraio 2022 sarà finito tutto.

Il tema Oss è soltanto uno dei filoni della sanità. Quella spezzina è ridotta ai minimi termini e non è soltanto una questione di ospedali mancanti. Cosa la preoccupa?

“Mi preoccupa che manca, al di là degli annunci sul Pnrr e l’Europa, un progetto fattivo. I soldi sono legati a progetti reali e se non ci sono i progetti non ci saranno i soldi. Serve una programmazione seria di tutta la sanità territoriale e un investimento serio sul personale: sennò saranno soltanto cattedrali nel deserto. Imperia ha più o meno i nostri abitanti eppure ha più posti letto e personale: le logiche di redistribuzione devono essere riviste, ora o mai più. Perché a ponente le cose vanno meglio? La Liguria è sempre stata genovacentrica e a dall’altra parte della Liguria forse anche il peso politico ha la sua importanza. Negli ultimi cinque anni ciò che di buono era stato costruito nel territorio è stato smantellato. Pochi investimenti, depauperamento dell’esistente, non c’è stato turn over anche perché il Fondo Sanitario Nazionale è stato tagliato. Al centro come nei territori la situazione è questa. Dobbiamo fare qualcosa e farlo subito, chiediamo incontri entro la fine del 2021. Vogliamo coinvolgere la popolazione di tutta quanta la provincia: è troppo importante soprattutto nelle periferie dove costruire quel modello di sanità”.

Il Felettino è ancora una collina senza nulla, il San Bartolomeo invece c’è ma si sente periferico.

“Se tutto va bene il nuovo Felettino nascerà nel 2026-27 ma se il metodo del finanziamento per il nuovo ospedale è quello indicato da Regione Liguria noi non lo condividiamo. I fondi devono essere pubblici come pubblica deve essere la sanità. Molte regioni vanno col project financing, anche la stessa Toscana. E anche oggi c’è del privato all’interno degli ospedali pubblici, ma è chiaro che i servizi principali non devono essere privatizzati. Quel canone di 14 milioni di euro all’anno finirà sulle spalle degli spezzini di oggi, domani e dopodomani. Ma non è tutto: se il nuovo Felettino sarà costruito, dobbiamo pensare all’emergenza, a questo lungo periodo ponte nel quale non si può andare avanti con questa situazione: vogliamo davvero pensare di utilizzare nei prossimi anni il Sant’Andrea ormai fatiscente? Allora il San Bartolomeo di Sarzana deve diventare provvisoriamente l’ospedale provinciale: può funzionare ancora bene, va potenziato e poi quando ci sarà il Felettino dovrà diventare una struttura attrattiva, un’eccellenza pubblica, che possa attrarre gente anche dalla Toscana. Crediamo nelle Case di comunità, strutture leggere con medici di base, capaci di accogliere i cittadini per funzioni più basiche che sgravino così gli ospedali. Poi abbiamo visto col Covid cosa può succedere… La gente deve avere riferimenti vicino a casa. Sempre di più, soprattutto di questi tempi”.

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