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Monterosso finì sui tig tutto il mondo

Quando Via Roma diventò un fiume scuro: “Ma in dieci anni è cambiata la concezione del pericolo” fotogallery

Quel giorno maledetto il centro storico del borgo più grande delle Cinque Terre fu letteralmente spazzato via dall'acqua piovana. Morì Sandro Usai, portato via dall'onda di fango mentre tentava di salvare alcune persone dalla piena del rio. Testimonianze e contrimisure a dieci anni da quel martedì, il sindaco Moggia: “Tutto quello che possiamo fare è la mitigazione del rischio e portare a termine i lavori del canale scolmatore del Morione".

“Basta, basta parlare di alluvione, torniamo a ballare, anche con la mascherina ma torniamo a ballare”. La voce nei carruggi di Monterosso è un unico canto. Complici due estati in emergenza sanitaria, senza sagre, senza danze in piazza, senza il charivari dei Bescanta’ e della festa dell’11 novembre. Tanti turisti, tanta voglia di mostrarsi ancora capaci di accogliere le fiumane da Cina e Stati Uniti, con nuove experience offerte dalla Pro Loco e nuovi scorci di paese conquistati. Monterosso ha già avuto la sua razione di dolore e malvolentieri ripensa a quel 25 ottobre 2011 quando l’acqua travolse il borgo, il mare diventò fango e le famiglie restarono a bocca aperta davanti al telegiornale della sera, quando i notiziari mostrarono via Roma diventata un fiume scuro che trascinava auto, detriti e la vita di Sandro Usai, impegnato nei soccorsi. “È una dicotomia – conferma il primo cittadino Emanuele Moggia -: da una parte c’è il dolore che riemerge ogniqualvolta si evochi l’evento e dall’altra c’è la necessità di esorcizzare. Si ricorda per rispetto di chi ci ha lasciato dando il proprio contributo di speranza e umanità, si ricorda per avere consapevolezza che il territorio è fragile”. E fragile lo è davvero, questo territorio. Arrivando in auto, i guard-rail sospesi nel vuoto ne rinnovano il monito. Il 5 ottobre il sentiero Monterosso-Vernazza è stato chiuso per frane dopo una giornata di forti piogge. “Sin dal mio primo mandato ho sentito prioritario investire nella Protezione Civile mettendo in atto un disegno organico per dotare il paese di un circuito di opere che, unite alla conoscenza delle buone pratiche di comportamento, permetta al paese di essere resiliente. In questa direzione si inserisce anche la costruzione della pista di elisoccorso a Vettora, una via aerea da utilizzarsi in caso di interruzione ferroviaria e viaria, che fa da antincendio, emergenza sanitaria, protezione civile, autorizzata per volo notturno”. 

Monterosso, la ricostruzione (3.11.2011)

Oggi resta la linea che raggiunse l’acqua sul muro della chiesa di San Giovanni, parallela alla linea dell’alluvione del 1966; un muro di pietre con messaggi solidali; qualche ringhiera mancante; foto esposte nei locali danneggiati; un blog che aveva aperto l’amministrazione, fondamentale per seguire gli aggiornamenti e le necessità; libri fotografici che “non si vendono: sono tristi”. Tra sacchi di sabbia, carriole, stivali sporchi,… qual è per il sindaco Moggia l’immagine preponderante dell’alluvione 2011? “Ho un ricordo olfattivo: gli odori acidi acri di materiale biologico in decomposizione, che impregnavano le narici, mucose,… e poi quella sensazione surreale del 26 ottobre: arrivato in paese, parlavo con amici che stavano al primo piano. Io ero in strada, davanti a loro, camminavo su 4 metri di dislivello”. Uno scenario postbellico, non a caso, come ricordano gli anziani che hanno vissuto il secondo conflitto mondiale, oggi come allora c’è voglia di ballare. Resta il timore negli occhi quando si scrutano tombini e grondaie. “Quando piove non mando mio figlio all’asilo: è anche inagibile a metà!”. All’emergenza era seguita la solidarietà, poi l’euforia delle riaperture, poi insinuazioni brechtiane verso chi era additato come Madre Coraggio del paese, poi la nuova normalità. 

Abitanti e volontari al lavoro

“In dieci anni quello che è cambiato è la concezione del pericolo – interviene Enrico Magnani, capo squadra della Protezione Civile -. La postazione del Centro Operativo Comunale, che viene aperta a ogni allerta, oggi è all’avanguardia: abbiamo installato sensori, 48 telecamere a circuito chiuso, radar meteo, radio digitali georeferenziate, allarmi nei canali… è venuta anche la Rai1 tedesca a vedere la nostra attrezzatura. Il contatto con la comunità è diretto: abbiamo consegnato a mano il piano di protezione civile casa per casa e attività per attività, abbiamo un sistema di notifiche per whatsapp e telegram e abbiamo avviato un progetto con le scuole per spiegare la sicurezza a bambini e ragazzi. Nell’ultima allerta arancione, quella della frana sul sentiero Monterosso-Vernazza, abbiamo multato due guide che erano sul territorio. È importante monitorare: abbiamo preso il rischio di lasciare aperti gli esercizi anche in caso di allerta rossa, per non creare danno ad attività commerciali. Notifichiamo la chiusura noi se sale il livello dei canali”.

Strade ancora di fango

Anche il Parco Nazionale Cinque Terre dal 2011 ha seguito l’approccio di pianificazione e controllo con professionisti e all’indomani dell’alluvione ha creato il Centro studi rischi geologici, che ad ogni allerta si occupa di ricognizioni e mappature. Chiosa il sindaco Moggia: “Tutto quello che possiamo fare è la mitigazione del rischio. C’è uno step ulteriore che è quello della sicurezza e per questo sono soddisfatto di aver osato investire nel progetto del canale scolmatore del Morione, arteria principale del paese. Intercetta il torrente e scarica a mare. Come Comune abbiamo investito oltre 200mila Euro per la documentazione preliminare, per sapere come è fatta la collina, cosa ci si trova,… sono gli stessi progettisti del Ferreggiano e del Bisagno e il progetto è inserito nel sistema ministeriale ReNDiS che raccoglie tutti i progetti contro il dissesto idrogeologico che hanno già raggiunto buon livello di progettazione. Costerà 12 milioni di euro a opera finita. Oltre a questo, siamo impotenti. D’altronde le Cinque Terre sono fondate sul rischio, è anche il loro fascino”.

un attimo di sosta

Lungo via Molinelli, a Fegina, un nonno a spasso con la nipote guarda i sacchi di sabbia a bordo strada che vengono messi a riparare i fondi nei giorni di pioggia. “Vedi, dove noi camminiamo, qui pescavo le anguille. Anche qui c’era un canale, intombinato”. Sono vicini alla villa di Eugenio Montale, che all’anguilla dedicò una delle sue poesie più celebri. E l’iride dell’anguilla è l’iride di Clizia, la donna amata: “…in mezzo ai figli / dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu / non crederla sorella?”. Qui, dove il senso di collettività è endemico, dove i territori impervi sono stati forgiati collettivamente, dove la gente è operosa, tra sbuffi e controsbuffi, e si sa far amare, la commemorazione del decennale si terrà il 25 ottobre alle 15 con la deposizione della corona a largo Sandro Usai, per proseguire al molo dei Pescatori con la messa. “Abbiamo pensato alle nostre sorelle e ai nostri fratelli di fango. Vogliamo marcare questo anniversario con loro, rinnovare il legame con la Sardegna di Sandro. Per questo abbiamo invitato la Protezione Civile Provinciale e Locale, la Protezione Civile Savona, l’associazione Life on the sea Onlus La Spezia, l’associazione Grazia Deledda della Spezia, la Pubblica Assistenza Stazzema, la Croce Verde Pontedecimo, la Croce Oro Sciarborasca il Comune di Chiavari, il Comune di Riomaggiore e il Comune di Arbus, comune di origine di Sandro Usai. Senza di loro e senza tutte le donazioni e le braccia venute ad aiutare da tutto il mondo non ce l’avremmo mai fatta. E noi per loro ci saremo sempre”. Parola di capo squadra Magnani.

Si lavano i panni alla fontana come 100 anni fa