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Murativivi: “Prima le bonifiche, poi un confronto su orizzonti ampi e sul futuro della città”

L’associazione risponde alla lettera di un lettore.

Le singole opinioni sono e restano un esercizio di libertà che è patrimonio di democrazia. Proprio per questo riteniamo doveroso esprimere la nostra opinione riguardo alla proposta di trasferire cantieri navali tout-court, così sulla base di una sensibilità individuale che, per quanto legittima e libera, stride con le esigenze di un altro piano, quello collettivo, di un’intera comunità.

Occorre una doverosa premessa. Oggi le attività all’interno dell’Arsenale, poche e talvolta oltre i limiti della nocività, dimostrano che la democrazia e la capacità di autodifesa di una comunità è pari a zero. Potremmo citare decine di esempi, dai tetti in eternit ancora li dove si sono sbriciolati quasi 3 anni fa, al ventre molle del campo in ferro ed ai veleni che contiene, alle emissioni costanti dei navigli ormeggiati, agli sversamenti in mare di carburante. Taluni da anni mentono sapendo di mentire, alludendo che un’area militare è un sito in cui le autorità civile non possono avere voce in capitolo. Purtroppo le norme vigenti dello Stato italiano dimostrano l’esatto contrario.

Su una cosa ormai anche le pietre del muro concordano, l’Arsenale assomiglia più aile vestigia dei set spaghetti-western, dimenticando anche i fasti di ciò che fu. Ma se questa premessa è ormai largamente condivisa,in città, se non altro perchè figlia di una presa d’atto che tuttavia non lambisce chi dirige e gestisce quell’immensa area sottratta 150 anni fa dai Savoia, di fronte ad una situazione simile, non ci stancheremo di rimarcarlo, occorre innanzitutto un protocollo di bonifiche, tali da assicurare la rimozione di ogni sorta di materiale che possa essere nocivo all’ambiente ed alle persone. Una condizione senza la quale, parlare di prospettive legate alle aree militari rasenta la follia.

Ciò premesso, dovrebbe essere altrettanto chiaro che le potenzialità delle aree arsenalizie sono, una volta bonificate, un patrimonio che in primis deve vedere protagonista la comunità di Marola, sotto il profilo del risarcimento che occorre riscuotere, dopo 150 anni di imprigionamento dietro a quel muro. Siamo consci che ciò non basti a definire una strategia articolata di riacquisizione delle aree che furono sottratte alla comunità, tuttavia la condizione necessaria e sufficiente sta nel metodo. Derubricare le proposte a singole voci porterà necessariamente ad uno stillicidio inesauribile ed inconcludente.

Ciò che l’amministrazione Peracchini ha dimostrato in questi anni è stata la totale mancanza di progettualità, necessaria ad una classe dirigente che abbia consapevolezza di come possa cambiare la città nei prossimi 40/50 anni. Allo stesso modo la critica è riservabile a chi, precedentemente, ha ravvisato la necessità di trattare pezzo per pezzo la complessità urbanistica e sociale della trasformazione di quelle aree.

Si apra un dibattito pubblico sulla base di un progetto di trasformazione, che si chiami piano strategico per la riacquisizione delle aree militari, che verifichi lo stato di bonifica, che ponga gli standard minimi di ridefinizione delle aree pubbliche e dei servizi necessari, che guard alla creazioni di aree produttive compatibili con la vita dei cittadini, senza porre vili ricatti occupazionali, ma cercando di traguardare un futuro di sostenibilità e di autodeterminazione.

Rivedere la viabilità tangente Marola, avvicinando la borgata alla dimensione di una mobilità sostenibile e sicura, valorizzare il patrimonio storico attraverso un percorso culturale, delocalizzare le attività dell’economia del mare dalla pesca alla mitilicoltura attraverso le potenzialità delle vasche di SanVito, far convivere la cultura del mare dei cittadini marolini con attività diportistiche che non siano per super ricchi che vengono a bagnarsi le terga 2 settimane all’anno al largo del Tino, ma che siano il frutto del recupero di un rapporto tra la città ed il mare. Proposte di buon senso che andrebbero discusse e rafforzate da un dibattito pubblico che dovrebbe superare interessi di bottega o mire poco lungimiranti”.

MuratiVivi Marola