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Da lerici

“Aziendalizzazione sanità, colpo decisivo durante la pandemia”

Il dottor Franco Vaira: "Vicenda ospedale ignobile. In Asl5 carenze di personale, strutturali e organizzative. Da riformare il contratto dei medici di famiglia, così sono praticamente dei liberi professionisti".

Franco Vaira

In pensione da pochi mesi, il dottor Franco Vaira, a lungo alla guida dell’ambulatorio oncologia del San Bartolomeo di Sarzana, è stato uno dei relatori del convegno lericino Non di solo Covid. Curare, umanizzare, narrare (a fine articolo il video completo), promosso da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato. Una panoramica senza mezze parole, quella proposta dall’oncologo spezzino nella sala conferenze del castello di Lerici. “In quest’ultimo periodo – ha sottolineato – i pazienti si sono trovati spesso nella condizione di scegliere se continuare o interrompere il percorso di cura, questo per la paura del Covid, per il fatto che negli ospedali italiani, e in particolare nella nostra città, si ripetevano sempre più contagi intra ospedalieri. Continue le disdette di esami diagnostici, calati di quasi la metà – almeno fino al 2020 – i ricoveri ordinari per patologie non Covid e, dato non solo spezzino ma nazionale, elevatissimo calo dell’acquisto di farmaci oncologici. E ancora, difficoltà tremenda ad accedere alle prestazioni chirurgiche, allungamento delle liste di attesa per esami e visite, rallentamento o addirittura blocco dei tre screening più importanti. Mi risulta che per quello della mammella, che vede in attività suolo due radiologi, ci siano 35mila screening del 2020 ancora da fare”.

“La pandemia – ha continuato Vaira – non ha fatto altro che evidenziare problemi già esistenti e crearne di nuovi. C’erano e ci sono tutt’ora carenza di personale, carenza strutturali e carenze organizzative. In merito al personale, basti dire che Asl5 ne ha circa il 30 per cento in meno rispetto alla media regionale. La situazione è particolarmente critica per quanto concerne gli infermieri, ma riguarda anche i medici, in molte aree specialistiche non ce ne sono quasi più. Sulle carenze strutturali, oltre all’ignobile vicenda del futurando nuovo ospedale, c’è un Sant’Andrea dove crollano i soffitti, si allagano i pavimenti e ci sono sale operatorie impraticabili. La conseguenza è che anche post Covid i chirurghi sgomitano, ci sono liste d’attesa, 6mila interventi in elezione non ancora effettuati. Eppure quando leggo dove è che si tocca, vedo che paradossalmente si colpiscono, si riducono e a volte si tagliano i servizi nell’ospedale più nuovo, cioè Sarzana. E non capisco perché, essendo Spezia più vetusto e con tutti questi problemi. Le carenze strutturali riguardano altresì il comfort, abbiamo ospedali con sale d’attesa quasi inesistenti”. Quindi il tema delle “carenze organizzative: pensiamo al ritardo nell’applicazione dei protocolli Covid – fin dall’inizio ho fatto battaglie personali trovando un muro di gomma – e alla mancanza di una serie di figure di direzione stabili e autorevoli”. In merito il dottor Vaira ha parlato anche di “un rapporto deficitario tra ospedale e territorio, c’è uno scollamento totale. Non basta avere un servizio che si chiama cure domiciliari o palliative né avere sulla carta un medico di famiglia per pensare che abbiamo risolto il problema dell’assistenza domiciliare ai pazienti, non solo oncologici. Non è colpa dei singoli medici di famiglia, è colpa del sistema. Nella situazione pandemica si è visto come il ruolo dei medici di famiglia debba essere riformato. Inconcepibile che continuino ad avere un rapporto regolato da questo tipo di convenzione, che li rende praticamente dei liberi professionisti, salvo poi polemizzare se non avevano le mascherine e le dotazioni necessarie. Se sei libero professionista te le compri, se sei dipendente le fornisce il datore di lavoro. Non solo: c’è il problema del rapporto con la struttura. Non c’è ricaduta gerarchica. I medici di famiglia per lo più sono preparati e lavorano bene, ma indipendentemente dal giudizio di valore c’è il problema che nessuno riesce a controllarli e far fare rete tra loro e le altre strutture. Bisogna quindi ripensare la struttura contrattuale del medico di famiglia”.

Vaira ha toccato anche il punto dei ricoveri multipli dello stesso malato, “che si è aggravata in pandemia, visto che i medici di famiglia non visitavano a casa per via del Covid, gli ambulatori spesso erano chiusi, la medicina territoriale era in difficoltà”, osservando che, nel complesso, la pandemia “ha portato effetti deleteri sia per i pazienti sia per gli operatori, con una disarmonizzazione sostanziale delle cure, la difficoltà nel dare servizi e l’acuirsi delle ‘fughe’ verso la Toscana. Medici e operatori sanitari, complici i maggiori carichi di lavoro, hanno visto aumentare lo stress, cosa che ha alterato il rapporto con il paziente. Paradossalmente l’Italia è uno dei Paesi europei in cui i malati vengono curati meglio, ma la stessa Europa ha detto che la qualità della vita dei pazienti italiani è tra le più basse d’Europa: evidentemente il sistema organizzativo non funziona. Oggi in Italia ci sono 3.6 milioni di persone con diagnosi di cancro, 250mila nuovi casi ogni anno e 600mila pazienti in trattamento. Pensare che a tutto questo si possa rispondere solo attraverso l’oncologia ospedaliera è follia pura. O si mette in campo una rete organizzativa diversa oppure possiamo organizzare tutti i convegni del mondo, ma faremo sempre un buco nell’acqua”. Per l’ex dirigente medico “occorre realizzare un percorso oncologico che veda più setting assistenziali: ambulatorio, day hospital, ricovero, ma anche cure domiciliari e intermedie, riabilitazione sul territorio. L’ospedale non deve essere il centro del mondo e il malato va visto come una figura complessa, con esigenze di vita e comunicazione, rapporti sociali. Ma tutto questo è possibile se si hanno strutture adeguate e se non c’è il problema delle risorse umane. Risorse umane che vanno a loro volta curate e salvaguardate nella loro integrità psicofisica. Assurdo pensare che un operatore possa essere spremuto come un limone, anche perché facendolo non si consente di occupare in modo adeguato lo spazio umano tra l’operatore stesso il paziente”.

“Senza pensare – ha concluso Vaira – che durante la pandemia c’è stato un colpo decisivo verso una eccessiva aziendalizzazione, questa moda di essere un po’ americani, manageriali, per la quale magari si dice che 10 visite sono poche e 50 vanno bene. In merito ho preso anche una procedura disciplinare. Una visita comprende anamnesi, visione esami, colloquio, richiesta di esami diagnostici, di farmaci, relazione del medico di famiglia, eventuali telefonate, colloquio finale… non si tratta della consegna di un foglio, vorrai dire qualcosa alla persona che hai davanti? Tutte queste attività non si fanno nei 15 minuti in genere previsti dai magnifici manager regionali che organizzano la sanità. Una visita si fa col tempo che serve e a seconda di chi si ha davanti”.

 

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