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Luci della città

Spezia civile e creativa – Prima parte

di Giorgio Pagano

La Spezia, il Forte di Montalbano (2016) (foto Giorgio Pagano)

Nel “baratro” in cui sta precipitando la cultura in città, per dirla con Jacopo Benassi, o nel “deserto che avanza”, per dirla con chi scrive (si veda, in questa rubrica, l’articolo “Cultura, fermiamo il deserto che avanza”, 11 aprile 2021) si muovono per fortuna voci civili e creative, sia pure isolate a al di fuori da un “clima collettivo”. Bisogna dare ad esse valore, perché sono il punto da cui si può ripartire per una ricostruzione condivisa di cultura crtica e per una nuova progettualità partecipata.

“ANNI COLLATERALI”
“Anni collaterali” di Marco Ursano è un romanzo contemporaneo molto bello, che racconta come sono cambiati negli ultimi decenni il nostro Paese e la nostra città, dal 1985 -l’anno della grande nevicata che paralizzò Spezia- a oggi. Un’opera di grande interesse anche per il linguaggio narrativo usato, molto innovativo. Il protagonista è Edipo: impegnato nel movimento studentesco della Pantera, cantante di un gruppo punk, innamorato di una ragazza tossicodipendente, poi studente universitario a Pisa e rider che porta a domicilio la pizza in motorino, quindi manager dell’industria digitale, fino alla fuga e all’auto confinamento all’isola Del Tino, come guardiano del faro, tra migranti respinti e turismo selvaggio. Poi, chiuso per sempre il faro, chissà…
Edipo cade più volte ed è sconfitto, ma rimane in lui uno slancio ideale che fa sperare. Edipo vince un tumore. Nel mondo infuria la guerra ma Keith Haring disegna a Pisa il murales per la pace “Tuttomondo”, dove ogni personaggio rappresenta un diverso “aspetto” del mondo in pace: le forbici “umanizzate” sono l’immagine della collaborazione concreta tra gli uomini per sconfiggere il serpente, cioè il male, che stava già mangiando la testa della figura accanto, la donna con in braccio il bambino rimanda all’idea della maternità, i due uomini che sorreggono il delfino al rapporto con la natura. Edipo non ha avuto figli ma, scrive in una pagina molto bella, “avrei dovuto avere figli”. E il rapporto con la natura è forse quello che, alla fine gli resta come salvezza: “Se esistono momenti della vita in cui possiamo dire di avere incontrato uno stato di felicità, anche incompleto, incerto, è quello che sto provando qui, ora, in mezzo al mare. Risalgo dalla scaletta sul pontile e mi stendo a ricevere il sole. ansimando, sino a che il respiro si stabilizza. Gli unici rumori sono il vento, i versi degli uccelli, il passaggio di una nave in lontananza”. Viene in mente quello che secondo me è, più di ogni altro, il film del Sessantotto: “Dillinger è morto” di Marco Ferreri. Nella totale perdita di senso della società, il film introduceva nelle ultime inquadrature la possibilità della fantasia: la civiltà occidentale è finita, il futuro è nel regno di utopia. Queste ultime inquadrature, arrossate dal sole accecante, furono girate nello stesso mare di Edipo, a Por¬tovenere, nella grotta Byron verso il mare aperto, simbolo del regno di utopia.

“CIO’ CHE RESTA. APPUNTI DALLA POLVERE”
“Ciò che resta. Appunti dalla polvere” è un’opera nata nel laboratorio teatrale all’interno del carcere di Villa Andreini. È frutto del progetto “Per Aspera ad Astra (attraverso le asperità fino alle stelle) – Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza, coordinato dall’Associazione spezzina teatrale di innovazione Gli Scarti, con regia di Enrico Casale e Renato Bandoli, protagonisti 25 detenuti della Casa Circondariale della Spezia.
La performance teatrale non ha mai potuto debuttare in scena a causa dei lockdown: da qui l’idea di trasporla in un film di 35 minuti, visibile gratuitamente online all’indirizzo https://www.progettocult.it/movie/cio-che-resta-appunti-dalla-polvere/
Un’esperienza di grande intensità. Ha scritto Maria Dolores Pesce su dramma.it:
“È un percorso attorno e dentro all’umanità dell’uomo, quella umanità che si scopre forse ancora più forte proprio laddove è incatenata e repressa, un viaggio nell’uomo come polvere del tempo che casualmente si aggruma come un mulinello in identità improvvise e quasi occasionali, sottratte alla morte dal ricordo, dalla speranza e dunque dalla forza della immaginazione. Girato tra le rovine industriali della Ceramica Vaccari e le celle del carcere della Spezia, e ispirato allo sguardo del grande artista Alberto Giacometti, vede i detenuti protagonisti immersi in una atmosfera sospesa tra la costrizione e la liberazione, che si alternano come in un respiro affannoso ma irreprimibile”.
Anche qui, in un contesto e in forme del tutto differenti, la caduta e la speranza. Numerosi esempi di umanità. La recitazione teatrale come mezzo per i detenuti per mettere in atto altri sé, in qualche modo fiduciosi verso il futuro.

FRAMMENTI SIGNIFICATIVI, SENZA UN TESSUTO D’INSIEME
Esempi diversi, significativi di una cultura civile e creativa. Ma ancora frammenti.
Scrivono Gli Scarti:
“Gli ‘Scarti’ sono elementi rifiutati, rimasti alla fine, dopo tutto il resto; ma lo ‘scarto’ è anche il gesto improvviso e inaspettato che fa talvolta il calciatore per dribblare l’ostacolo e superare l’avversario, cambiando radicalmente direzione, inventandosi una strada proprio mentre la percorre. Per questo la nostra vocazione è la continua ricerca di ‘strade nuove’ e di percorsi inesplorati, sia in termini artistici che organizzativi e progettuali. Il nostro obiettivo è coinvolgere nell’esperienza culturale il maggior numero di persone, a partire dagli ‘ultimi’, dagli ‘scartati’, senza elitarismi o discriminanti, intendendo la produzione culturale e la ricerca artistica come un momento collettivo irrinunciabile e fondamentale, un atto politico e umano per la crescita civile di una comunità”.
Aggiunge Andrea Cerri, una delle “anime” de Gli Scarti:
“In città si è disgregato il tessuto culturale dal basso, il fermento vivo che c’era alcuni anni fa. Ci sono esperienze singole significative, ma mancano momenti di confronto e di incontro, utili alla crescita di tutti”.
Spiega Marco Ursano:
“Vivo in una sorta di isolamento creativo. Credo che molti scrittori e artisti abbiano rinunciato a mettere in discussione lo stato di cose esistente, a offrire uno sguardo critico sulla realtà. Ci sarebbe bisogno, invece, di un processo collettivo, corale, di critica profonda al sistema culturale, economico, politico. Sul piano estetico, di una rifondazione radicale del linguaggio. Pensiamo alla pandemia, e al mondo che potrebbe essere dopo. Il rischio è di perdere l’ennesima occasione di cambiamento sostanziale, anche della cultura, che se non possiede uno sguardo critico, altro, se non pone domande profonde, non è cultura”.

Post scriptum:
L’articolo di oggi è dedicato a Mirella Viarengo Busoni, una delle insegnanti più capaci e innovative della scuola spezzina, che ci ha lasciato nei giorni scorsi. Competente, straordinaria organizzatrice, animata da grande passione, si impegnò prima al Cardarelli, negli anni attorno al Sessantotto, poi al Fossati, nella Maxisperimentazione nata negli anni Settanta. La sua testimonianza in “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia” è un documento politico, pedagogico, umano preziosissimo. Si conclude con una riflessione che fa davvero pensare: “Tante volte mi domando come sarebbe stata l’Italia se, nel pieno degli anni Settanta, avesse affrontato, con un grande dibattito politico-sindacale, scientifico e di opinione pubblica, la riforma della scuola, e, sinceramente, penso che avrebbe potuto essere migliore, da tanti punti di vista”. Qualche sera fa, durante una presentazione del libro, i suoi ragazzi di allora hanno ricordato le sue qualità e il suo sorriso.