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Tokyo tricolore, Battistella: "Casa Italia è un orgoglio" - Citta della Spezia
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"qua ci guarda il mondo"

Tokyo tricolore, Battistella: "Casa Italia è un orgoglio"

Il medico spezzino, presidente della Federazione di arrampicata, racconta le sue Olimpiadi al tempo del Covid: "I cinque cerchi sulle pareti da climbing sono da pelle d'oca. Siamo controllatissimi, anche il presidente del Cio è senza la famiglia".

Davide Battistella e Casa Italia

Nel 1985 per la prima edizione di Sportroccia, prima competizione internazionale di arrampicata sportiva, Davide Battistella c’era. A 36 anni di distanza, dopo aver lavorato sodo, prima in parete al Muzzerone e poi come allenatore, il medico spezzino è a Tokyo, in qualità di presidente della Fasi – Federazione arrampicata sportiva italiana per i Giochi che vedono l’esordio del climbing nel programma olimpico. Le gare degli arrampicatori azzurri non sono andate come avrebbero potuto e per l’Italia non è arrivata nessuna medaglia, ma in generale la spedizione azzurra è stata comunque un successo enorme, superando di slancio il record di medaglie di Los Angeles 1932 e di Roma 1960. Una sfilza di trionfi impensabile, soprattutto per il modo in cui è maturata. Solo nella giornata di oggi sono arrivati per l’Italia tre ori: nella marcia 20 km femminile, nel karate e nella 4×100 maschile. Un sogno.
Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Fausto Desalu, Filippo Tortu hanno vinto da pochi minuti l’oro olimpico quando raggiungiamo telefonicamente Battistella.

Presidente, lo sa già o glielo diciamo noi? Abbiamo vinto l’oro nella 4×100!
“Lo so, lo so! Sono arrivato in albergo poco fa e sono riuscito a vedere la gara. Un’emozione incredibile. Parlando ieri con Stefano (Mei, presidente della Fidal e altro spezzino a Tokyo) e con Giovanni Malagò (presidente del Coni) devo dire che era nell’aria una prestazione eccezionale. Però che lavoro che hanno fatto! Jacobs si è letteralmente mangiato la pista e Tortu è stato semplicemente superlativo. Abbiamo davvero uno squadrone”.

Che si prova a far parte della spedizione olimpica più vincente della storia italiana?
“E’ un’esperienza incredibile. Ero stato a Torino 2006 nello staff medico, ma così è tutta un’altra storia. E non dimentichiamo il contesto mondiale: ci sono stati i lockdown, le chiusure degli impianti sportivi per mesi… queste Olimpiadi hanno mostrato una voglia di ripartenza pazzesca. Inoltre seguo in prima persona il nostro movimento sin dalla prima Sportroccia del 1985: essere qui e traghettare la squadra italiana di arrampicata pensando già al lavoro che ci aspetta in vista di Parigi 2024 rappresenta il compimento di un percorso, ma soprattutto la consacrazione per questo sport. Vedere i cinque cerchi sulle pareti di arrampicata metteva la pelle d’oca. Chissà che cosa sarebbe stato con il pubblico…”.

Come è andata la prima Olimpiade dell’arrampicata per la compagine italiana?
“C’erano solamente 20 atleti uomini e 20 donne e noi ci siamo presentati con due ragazzi e una ragazza. La quarta non si è qualificata perché la trasferta a Mosca è saltata a causa del Covid. Purtroppo la formula della combinata tra due discipline molto diverse ha mescolato le carte in tavola e né Michael Piccolruaz, né Ludovico Fossali, né Laura Rogora sono riusciti a centrare le prime posizioni. Il livello era altissimo, ma non sono stati gli unici a essere penalizzati: una leggenda come il ceco Adam Ondra si è clamorosamente piazzato sesto. A Parigi saranno due le medaglie in palio, una nella speed e una per la combinata lead-boulder, più vicine tra loro, e a Los Angeles 2028 avremo tre medaglie, una per categoria. Ci è mancato il risultato importante, ma per noi era già un traguardo essere qua. Con Laura siamo stati particolarmente sfortunati, peccato. Le prossime Olimpiadi e i prossimi appuntamenti sono già dietro l’angolo, ci aspetta un lavoro impegnativo sin da subito”.

La speranza è che in Francia ci possa essere ancora più spezzinità con Viola, sua figlia, giovane e promettente arrampicatrice.
“Se Viola si darà da fare potrebbe riuscire a qualificarsi per Parigi. Oggi ha 17 anni, le chance ci sono. Per allenarsi sarà necessario spostarsi spesso dal Golfo, ma i sacrifici sono indispensabili”.

Anche se l’arrampicata italiana deve rimandare l’appuntamento col podio partecipare ai Giochi è sicuramente una miniera di esperienza.
“La differenza tra le Olimpiadi e i Campionati mondiali o continentali, soprattutto per sport come il nostro, è che nelle altre occasioni non lo sa nessuno. Qua ci guarda tutto il mondo. Poi c’è il Villaggio olimpico: c’è uno spirito incredibile, viviamo i successi e gli insuccessi, ora di uno, ora dell’altro. E’ un’esperienza pazzesca e si fa conoscenza con i vertici delle altre federazioni, anche se qua la presenza è ridotta al minimo per le normative anti-Covid. E per noi Italiani c’è anche Casa Italia, una realtà unica dove vengono ospitati autorità, giornalisti e atleti e dove si festeggiano le medaglie in pieno stile italiano. E’ un orgoglio vedere che il Coni è l’unico comitato capace di un’iniziativa del genere. E sembra davvero di essere a casa”.

Lì a Tokyo, però, è solo?
“Sì, la mia famiglia è rimasta a casa, anche Viola. Anche il presidente del Cio è venuto da solo. Non abbiamo nemmeno gran parte del nostro staff: medici, fisioterapisti e nutrizionisti sono in comune con gli altri”.

Rimangono Olimpiadi blindate. La popolazione era fondamentalmente contraria allo svolgimento dei Giochi. Si percepisce?
“La sicurezza è a livelli incredibili, ma la cortesia con cui siamo accolti ogni giorno è qualcosa di indescrivibile. Inchini e sorrisi si alternano a una presenza massiccia di agenti di polizia e steward. Siamo controllatissimi e non possiamo andare in giro come turisti. Ci sono due app che monitorano i nostri spostamenti e se usciamo dal percorso ci vengono bloccati gli accrediti. Abbiamo auto dedicate con autista che ci portano ovunque. E noi italiani, solo noi, abbiamo dei monovolume Toyota con il tricolore marchiati Italia Team, un’altra grande idea del Coni e un altro spot per il nostro Paese”.

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