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La bottega di un pittore celeberrimo

di Piero Donati

Giuseppe e la moglie di Putifarre, collezione privata

Bene hanno fatto gli organizzatori della mostra sul più famoso dei pittori sarzanesi a separare nettamente la splendida pala di San Lazzaro, commissionata al giovane Domenico nel 1616 e da me fatta restaurare nel 1990, dai due pendant con episodi veterotestamentari che con troppa generosità sono stati ospitati nel Museo Diocesano di Sarzana senza che il proprietario – un antiquario del luogo – sentisse il dovere di ricambiare il favore, magari come primo sottoscrittore di una raccolta fondi per restaurare l’Adorazione dei pastori della chiesa di San Francesco, la più antica opera del Fiasella che si conservi a Sarzana, praticamente invisibile a causa dello stato di conservazione e per la presenza ingombrante di un fonte battesimale novecentesco che dovrebbe trovare migliore collocazione altrove.
Dei due pendant esposti, da me pubblicati nel 1974 (Abramo allontana Agar e Rebecca ed Eleazaro) il più interessante, dal punto di vista filologico, é il secondo poiché, mentre il primo é sostanzialmente autografo e attesta l’attenzione dell’anziano maestro nei confronti del più giovane Andrea De Ferrari, quest’ultimo vede la presenza, per oltre la metà della composizione, di una personalità diversa da quella del maestro, al quale spetta soltanto la figura dell’assetato Eleazaro. Un dipinto come questo chiama in ballo la nozione di “bottega”, nozione spesso confusa con quella di “scuola”: confusione particolarmente nociva nel caso del Fiasella poiché costui ebbe un alto numero di allievi e di collaboratori; di alcuni di questi ultimi conosciamo i nomi ma non la dimensione stilistica e quindi, in presenza di quadri come questo siamo costretti a constatarne la presenza senza poter andare oltre. La situazione é ulteriormente complicata dal soggiorno nella bottega fiasellesca di giovani pittori in possesso di un bagaglio stilistico completamente diverso – pensiamo a Valerio Castello e a Gregorio De Ferrari – i quali però ritenevano opportuno, per la loro carriera, poter inserire nel loro CV (mi si perdoni l’anacronismo) un master nella bottega del maestro che aveva ereditato da Giovambattista Paggi il ruolo di “padre nobile” della pittura genovese.
Su questo settore accidentato e poco esplorato dell’attività del Fiasella – settore che comprende almeno i due decenni finali della sua vita- occorre concentrare l’attenzione degli storici dell’arte, sempre che gli strumenti della filologia (o, più sinteticamente, il cosiddetto “occhio”) siano ancora considerati importanti per i futuri addetti ai lavori. Da parte mia, contribuisco a questa discussione rendendo noto un Giuseppe e la moglie di Putifarre (ancora un episodio veterotestamentario, dunque) di cui si sta ultimando il restauro dopo un recente passaggio sul mercato antiquario. Questo dipinto contribuisce a far luce sulla complessità dei rapporti vigenti all’interno della bottega fiasellesca: nella tela con Rebecca al pozzo il maestro si era riservato la figura del protagonista maschile, qui invece Domenico lascia ad altri i volti della lasciva protagonista e del casto Giuseppe e preferisce fare sfoggio della sua abilità nel panneggio e nel gioco delle ombre occupandosi della veste cerulea e del manto del giovane – il corpus delicti del racconto biblico – nei quali troviamo le sapienti stesure del Fiasella migliore. Non si può certo escludere che il maestro abbia voluto cimentarsi anche in altri brani, ad esempio i due cuscini purpurei o le cortine del letto, ma ciò che più conta è evidenziare la notevole duttilità e l’inconsueta generosità dell’anziano maestro.

PIERO DONATI