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La storia dei disertori che passarono alla Brigata Centocroci e di oltre 40 "bravi tedeschi" - Citta della Spezia
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Luci della città

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La storia dei disertori che passarono alla Brigata Centocroci e di oltre 40 "bravi tedeschi"

di Giorgio Pagano - Seconda parte

Veduta di Bardi (2020)

QUANDO LAURA FU SALVATA DA UN TEDESCO
Laura Seghettini, dopo la tragica morte del comandante del battaglione Picelli -e suo compagno- Dante Castellucci “Facio” (22 luglio 1944), si spostò nel Parmense, dove diede vita al distaccamento “Facio” della 12° brigata Garibaldi, di cui fu eletta comandante. A ottobre passò al distaccamento del comando della 12a Garibaldi, con il ruolo di vicecommissario di brigata. Leggiamo, su Laura, un racconto di Primo Savani, commissario di guerra nel comando unico operativo parmense, nel suo libro “Antifascismo e guerra di liberazione a Parma”:
“L’insegnante Laura Seghettini di Pontremoli faceva parte del comando della 12a Garibaldi. Era una partigiana della vecchia guardia, per quanto giovane d’età, che partecipava alle azioni gareggiando in coraggio e capacità con gli uomini.
La mattina del 20 novembre a Beduzzo era stata sorpresa dagli avvenimenti e non era riuscita a “sganciarsi” con i compagni del comando. Non sapendo a che santo votarsi, si era messa a letto fingendosi malata. Quando arrivarono i tedeschi, una vecchia del posto, o per malvagità o perché aveva perso la testa, riferì che in quella casa vi era una partigiana.
Il comandante del reparto salì le scale, entrò nella camera della Seghettini, le pose una mano sulla fronte e le disse: ‘Avete la febbre forte, vero?’.
Laura pensò in quel momento che fosse finita per lei. Invece il graduato tedesco le fece un cenno di saluto e ridiscese le scale per andarsene con gli uomini che lo attendevano. La vecchia sciagurata continuava a insistere che si trattava di una partigiana. Il graduato tedesco, irritato, le diede uno spintone, e la nostra Laura fu salva” (p. 184).
L’episodio è ricordato, con maggior precisione e dovizia di particolari, da Laura stessa nel suo libro “Al vento del Nord”. La Seghettini ha parole di pietà per la “spia”:
“Era una povera donna a cui i tedeschi, durante un precedente rastrellamento, avevano fatto saltare la casa, avendovi trovato dei caricatori di sten. Da allora se l’era presa con i partigiani, la cui negligenza era stata la causa del disastro” (p. 91).
Laura racconta che dapprima salirono due mongoli (ex soldati sovietici che, fatti prigionieri dai tedeschi, erano divenuti collaborazionisti, noti tra i partigiani per la loro ferocia), che infilzarono il suo letto con le baionette e buttarono all’aria il solaio; poi arrivò il graduato: “un capitano […] forse era atesino perché parlava bene italiano […] era un uomo calmo, cortese”. La riconobbe, le mostrò una fotografia che le era stata scattata da partigiana. Ecco il seguito della storia:
“Chiesi allora che mi facesse consegnare i miei vestiti e lo pregai di non far nulla alla famiglia dove mi trovavo perché gli dissi che anche noi, come loro, entravamo nelle case con le armi. Mi rispose: ‘Niente paura’.
Mi ritrovai nel vicolo mentre, accompagnati dai militari, passavano altri miei compagni, mi unii a loro e ci dirigemmo fuori del paese. Quando arrivammo in una curva, il capitano che mi aveva interrogata ci lasciò capire che potevamo scappare. Spararono, ma non mirarono a colpirci; soltanto uno di noi fu ferito di striscio a un braccio, il che lo fece correre ancora più velocemente” (p. 96).
Questa la riflessione di Laura:
“L’episodio mi fece pensare che anche i nemici fossero ormai consapevoli che la guerra era perduta; comunque noi in quella circostanza avevamo avuto fortuna perché ci eravamo imbattuti in un capitano che con ogni probabilità era critico verso il suo stesso ruolo” (pp. 96-97).
Laura, personaggio simbolo della Resistenza dei nostri monti, ebbe salva la vita grazie a un tedesco. Mentre “Facio” fu ucciso dai suoi compagni. Davvero, per studiare la Resistenza, occorre recuperare complessità, provare sempre a calarsi nella realtà dura e drammatica di quegli anni. Contro l’assenza di memoria ma anche contro una memoria troppo semplificata.

MARRA DI CORNIGLIO, IL PAESETTO SALVATO DAI TEDESCHI
Primo Savani, nel libro, racconta subito dopo un altro episodio:
“A Marra di Corniglio accadde un fatto ancora più strano.
Il reparto tedesco costituito dal comandante e da una trentina di uomini, che aveva avuto il compito di “rastrellare” Marra, dalla centrale elettrica si dipartì a piedi per raggiungere il paesetto. Giunto in prossimità, il comandante entrò nella prima casa. In un italiano appena comprensibile fece capire che dovevano avvisare subito gli uomini validi del paese di fuggire per i boschi, altrimenti sarebbero stati catturati. Da Marra non era difficile disperdersi nei monti tra le piante. Bastava uscire di casa. Due soli uomini vennero catturati e nel viaggio di ritorno verso Corniglio vennero posti davanti al reparto. Il comandante, con dei gesti comprensibilissimi, invitava con insistenza, avendo cura che non se ne accorgessero i tedeschi che lo seguivano, i due contadini a darsi alla fuga, ai margini della strada, nel folto del bosco. Uno dei due… comprese il latino, si lanciò in una discesa sul folto bosco. Ne seguì una sparatoria, ma si salvò. L’altro non ebbe il coraggio di imitarlo, fu internato in Germania e non fece più ritorno” (p. 185).
Questa la conclusione di Savani:
“Nel novembre 1944 c’era qualcosa di nuovo nell’esercito tedesco? O si trattava di casi di coscienza, di tedeschi non nazisti, oppure di non tedeschi incorporati nell’esercito tedesco nei Paesi occupati? Nel luglio nessun caso del genere si era verificato” (p. 185).
In realtà si era verificato, nel Parmense, dopo la battaglia del Manubiola del 30 giugno 1944, un caso più significativo ancora: il passaggio di un piccolo nucleo di tedeschi, presi prigionieri, nelle file della brigata Centocroci (l’ho raccontato domenica scorsa, nella prima parte di questo articolo). Savani scrisse il libro nel 1972: allora molte storie non erano conosciute, o erano state dimenticate. Marco Minardi, nel suo libro del 2007 “Disertori alla macchia. Militari dell’esercito tedesco nella Resistenza parmense”, scrisse che i disertori tedeschi nel Parmense furono almeno cinquanta, di cui trentacinque registrati nei ruolini delle brigate. Fu uno stillicidio continuo, fino ad arrivare, a livello di armata tedesca di stanza in Italia, a oltre 3.500 casi di diserzione.

HANS, DISERTORE TRA I PRIMI CADUTI DELLA RESISTENZA SPEZZINA
Il fenomeno della diserzione, nella Resistenza spezzina, si verificò ancor prima: nel marzo 1944. Una delle prime bande partigiane dei nostri monti -attiva a Vezzano dal dicembre 1943- fu il “gruppo Bottari”, legato a Giustizia e Libertà. Dopo un tradimento, la banda si spostò a Torpiana di Zignago. Tra il febbraio e il marzo 1944 prese il nome di “Brigata d’assalto Lunigiana”. Guidata da Piero Borrotzu, il “tenente Piero”, si insediò nella zona di Antessio, Airola e Chiusola, sotto il monte Gottero, e si contraddistinse per azioni valorose. Dopo l’assalto alla caserma fascista di Carro per fare incetta di armi, Borrotzu e i suoi si mossero verso Groppo, inseguiti dai repubblichini. Il fuoco nemico uccise un partigiano barese, Serafino Giovannello, mentre, assediati e ormai sconfitti, si diedero la morte l’aretino Arrigo Scopecchi e Hans, un disertore tedesco che si era unito ai partigiani. Era il 26 marzo 1944.
Hans -di cui la cronaca partigiana non ci ha conservato nemmeno il nome- fu il primo disertore della nostra Resistenza. Giuseppe Nestini, nel libro del 1949 “Piero Borrotzu martire della libertà”, racconta come si costituì la banda tra gennaio e febbraio 1944 e scrive:
“Altri furono inviati dal Comitato di Liberazione di Sestri Levante; tra questi vi erano pure tre stranieri: un tedesco di Colonia, Hans, datosi ai ribelli per disperazione (Nota 1); un tedesco sudeta, soldato delle SS in veste d’agnello, e un polacco” (p. 43).
La Nota 1 dice:
“Andato in licenza, della sua casa trovò un cumulo di rovine, sotto cui giaceva l’intera sua famiglia”.
Dopo il combattimento di Groppo, la notte del 26 marzo 1944:
“Il tedesco Hans di Colonia, per non cadere vivo nelle mani dei nemici, estrae la rivoltella e si spara alla tempia. L’aretino Arrigo Scopecchi si piega sulla bocca del fucile, puntato al cuore, fa scattare il grilletto e cade” (p. 67). Nella stessa azione morì, come ho ricordato, Serafino Giovannello.
La storia di Hans è raccontata anche da Roberto Battaglia nel libro “Risorgimento e Resistenza” (1964), che si basa sul materiale documentario raccolto dallo spezzino Giulio Mongatti; da Giulio Mongatti nel testo “Piero Borrotzu”, contenuto nel libro “Resistenza nello Spezzino e nella Lunigiana. Scritti e testimonianze” (1973); e da Giulivo Ricci nel libro “La Colonna Giustizia e Libertà” (1995).
Nestini definisce Hans, Scopecchi e Giovanello “i primi martiri caduti del secondo risorgimento d’Italia caduti nella provincia della Spezia” (p. 67). E’ un’affermazione corretta, che va però precisata. Perché ci furono martiri caduti alla Spezia sia dopo il 25 luglio 1943 (il 29 luglio) sia dopo l’8 settembre 1943 (il 9 settembre). Ma, se consideriamo i combattenti della Resistenza armata ai monti nel territorio provinciale, i primi caduti furono in effetti i tre della “Brigata d’assalto Lunigiana”, il 26 marzo 1944.
Va precisato anche che -in seguito all’assalto al treno di Valmozzola, nel Parmense, condotto dalla banda Betti, in cui operavano molti partigiani spezzini- caddero i partigiani della banda garibaldina del monte Barca, nel Bagnonese (Lunigiana massese), in gran parte spezzini. Ciò avvenne qualche giorno prima (qualcuno morì il 14 marzo, gli altri il 17 marzo). Così come va precisato che, il 18 marzo, quindi anche in questo caso qualche giorno prima, fu ucciso dai fascisti a Sarzana, in un’imboscata, Arturo Emilio Baccinelli (a volte Bacinelli), il capo dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) sarzanesi. I GAP erano attivi nelle città, per attentati e sabotaggi. Nestini ha dunque ragione se si considerano i caduti in azioni di combattimento ai monti in provincia della Spezia: i primi furono i tre partigiani del “tenente Piero”. La stessa affermazione si trova nel libro citato di Roberto Battaglia: “Il 26 marzo 1944 cadono i primi martiri della Resistenza nella provincia della Spezia” (p. 181).
Ma, al di là di queste precisazioni, che pure vanno fatte in sede storica, è in ogni caso molto significativo che uno dei primi caduti della Resistenza spezzina sia stato un disertore tedesco, sconvolto dalle distruzioni, provocate dai bombardamenti, che aveva visto nel suo Paese.
Gino Camboni, nel libro “Il partigiano tenente Piero” (2013) racconta la partecipazione di Hans all’attacco della banda di Borrotzu alla caserma fascista di Carro ed evidenzia il suo coraggio:
“Hans, il partigiano tedesco, bussò alla porta con vigore e nella sua lingua intimò che venisse aperto” (p. 25).
Dalla disperazione per i lutti all’odio contro Hitler e alla diserzione, contrassegnata dal coraggio nelle azioni e anche -perché anche questo è coraggio- nel suicidio sul campo di battaglia.
I motivi del sacrificio di Hans ci sembrano comuni a migliaia di soldati tedeschi disertori: lo sconvolgimento per quanto stava accadendo in Germania. Forse è così che si spiega, nota Battaglia, il fatto che “la maggior parte delle testimonianze ci avverte d’un loro ostinato riserbo, d’un silenzio doloroso sui motivi della diserzione” (p. 282). Lo storico riporta, grazie a Mongatti, il ricordo di un partigiano di Borgo Taro:
“Il più delle volte tacevano lasciandoci fantasticare sul come o sul perché: di poche parole, piuttosto tristi, ma fedeli alla parola data e agli ordini lori impartiti, spesso erano capaci di morire sul posto, quando noi avremmo voluto (specialmente i giovanissimi) tagliar la corda” (p. 282).
Battaglia e Mongatti citano anche un certo Franz, “morto il 24 aprile 1945 a San Benedetto (La Spezia) che mai non volle rivelare il motivo per cui combatteva. Tutt’al più diceva laconicamente, come l’intesero dire gli abitanti della zona: ‘Non vi basta che sono qui?’” (p. 282). Non ho trovato altri documenti o testimonianze che ci parlino di Franz, ma proseguirò la ricerca. Chissà se la cronaca partigiana o della gente della zona ha conservato altro su di lui.
Purtroppo molti disertori tedeschi sono rimasti finora senza nome. Come l’attendente di Rudolf Jacobs, rimasto ferito quando il suo capitano morì (ne ha scritto Carlo Greppi nel libro su Jacobs di prossima uscita). Anche lui di poche parole e disposto a tutto. Nell’ articolo “Quel capitano tedesco che morì da partigiano”, pubblicato su “Il Mattino” del 25 aprile 1981 a firma di Carlo A. De Rosa, l’attendente viene così definito:
“un austriaco taciturno, che subisce l’ascendente del suo ufficiale da passare anche lui, senza esitazioni, dalle file dell’esercito tedesco in quelle della Resistenza”. E ancora:
“Inutilmente il fedele attendente cercò, benché ferito, di portar via il corpo senza vita del suo ufficiale”.
L’articolo fu chiaramente ispirato da Piero Galantini “Federico”, il comandante della brigata Muccini -a cui Jacobs e l’attendente avevano aderito- che è più volte citato. Il figlio di Piero, Federico, conferma il ritratto dell’attendente nel ricordo delle parole del padre: l’attendente, mi dice, “era un uomo taciturno, appartato, che stava sulle sue”. Così Vezio, il figlio di Flavio Bertone “Walter”, che sostituì Galantini al comando dopo il rastrellamento del 29 novembre 1944, che mi dice: “l’attendente fu ferito per proteggere il suo capitano, fece l’attendente fino in fondo”.

“BRAVI TEDESCHI” E “CATTIVI TEDESCHI”
Ma torniamo all’Hans di Colonia. Giuseppe Nestini, come ho ricordato, scrive che da Sestri Levante arrivò anche un altro disertore, “tedesco sudeta in veste d’agnello”. Il suo nome era Alfred. Si sofferma su di lui Giulivo Ricci nel libro citato, che riporta due testimonianze secondo cui ci fu un terzo tedesco disertore, Julius. Ecco un brano di una testimonianza:
“I tedeschi che affluirono al nostro gruppo erano due: Hans e Alfred. Hans morì nella cascina di Groppo, dopo l’azione di Carro. Qualche giorno dopo transitò per Torpiana un gruppo di partigiani della brigata Beretta, che aveva con sé un altro tedesco, Julius, ex ufficiale disertore, che affettava di avere una distorsione alla caviglia. I partigiani di Beretta ci pregarono di alloggiarlo con noi, in quanto non poteva camminare. Ci fidammo, e a torto, in quanto Julius era un coraggiosissimo ufficiale delle SS che si era infiltrato nella brigata Beretta e, evidentemente, avendo raccolto sufficienti notizie circa la formazione, desiderava averne circa la nostra” (p. 85).
Julius diceva di aver disertato dal comando tedesco di Chiavari. Dopo pochi giorni propose un colpo di mano al magazzino tedesco presso Sestri Levante:
“Si allontanò quindi verso il piano, con Alfred. Giunto presso i tedeschi, però, Julius fece arrestare Alfred, che per quanto si sa, venne fucilato a Chiavari: e tornò, invece, guidando il rastrellamento del 5 aprile 1944. Catturò i nostri magazzini e si divertì a bastonare a sangue il vecchio contadino Giovanni Battista Ferretti, che lo aveva ospitato durante il suo soggiorno con noi (p. 85).
Il presunto disertore uccise il vero disertore e si rivelò un aguzzino.
La storia di Alfred e di Julius è raccontata anche nel citato libro di Camboni, secondo cui Julius si presentò come disertore alla banda di Franco Coni, collegata a quella di Borrotzu.
La vicenda è emblematica dello scontro tra “bravi tedeschi” e “cattivi tedeschi”.
Ovviamente molti furono i “cattivi tedeschi”.
Paolino Ranieri “Andrea”, altro protagonista della nostra Resistenza, nel marzo 1944 era commissario politico della banda Betti. Il 12 marzo 1944 (secondo alcuni il 13) la banda Betti, in cui i partigiani spezzini erano prevalenti, assaltò il treno alla Stazione di Valmozzola e liberò alcuni prigionieri. Vennero fatti una quindicina di prigionieri, tra cui due tedeschi. Sette fascisti furono uccisi perché erano stati visti sparare. Il 14 marzo “Andrea” scrisse una lettera ai dirigenti del PCI spezzino, in cui spiegava:
“I due tedeschi, ‘un muratore e un contadino’ i partecipanti all’azione erano concordi nel testimoniare che tutti e due si arresero subito senza colpo ferire, dimostrando di essere contenti della situazione in cui vennero a trovarsi. Strada facendo alcuni dei nostri chiesero loro se volevano tornare ai propri comandi o rimanere con noi, questi caldamente risposero di voler rimanere con noi”.
La lettera di Ranieri “ingannò” il grande storico della Resistenza Claudio Pavone, che nel suo bellissimo libro “Una guerra civile” (1991) citò questo passo come esempio tra i più significativi della diserzione tedesca: “la qualità di muratore e di contadino […] è sottolineata, come garanzia” (p. 218). Ranieri raccontò il seguito anni dopo, nell’intervista rilasciata a Giovanni Contini, Paolo Pezzino e Francesca Pelini per il Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo:
“Questi due tedeschi che poi conoscevano l’italiano sono ritornati su e sono andati dalla famiglia che era un’osteria che ci ospitava e hanno portato via uno l’hanno portato in Germania e gli altri hanno bruciato e hanno fatto quello che hanno fatto. Ecco abbiamo sbagliato a lasciarli andare via, ecco è così!!! A come la pensavamo in quell’epoca lì, sono due contadini, non hanno sparato e abbiamo commesso un errore”.

LO SMINAMENTO DEL GOLFO
Il fenomeno della diserzione tedesca riguardò in maniera consistente la brigata Val di Vara della Colonna Giustizia e Libertà, come emerge dal testo del suo comandante Daniele Bucchioni “Attività della Brigata Val di Vara della Colonna Giustizia e Libertà”, nel citato “Resistenza nello Spezzino e nella Lunigiana. Scritti e testimonianze”, e dal libro di Sirio Guerrieri e Luigi Ceresoli, “La brigata Val di Vara nella storia della Resistenza” (1986).
All’inizio del 1945 fu costituita la 5a compagnia, al comando di Giuseppe Coselli “Beppe”, in cui “vennero inquadrati quasi tutti i partigiani di altre nazionalità, russi, polacchi, tedeschi ed ungheresi” (Bucchioni, p. 179). Secondo Guerrieri e Ceresoli “i militari tedeschi accolti nella brigata furono in tutto sette” (p. 259).
Molti i racconti sui tedeschi. Nell’agosto del 1944 venne arrestato il capitano Albert, l’austriaco che dirigeva i lavori della Todt, poi “fucilato per le simpatie sempre manifestate a favore della popolazione italiana” (Bucchioni, p. 161); Guerrieri-Ceresoli confermano l’arresto ma scrivono “di lui non si seppero più notizie” (p. 120). Nel febbraio 1945 disertò il tedesco Gherard Zimmermann, portaordini del comando tedesco:
“Essendo disgustato dalle rappresaglie contro i cittadini inermi, dalle stragi che non risparmiavano né vecchi né bambini, aveva deciso di disertare. Morire per il fanatismo di Hitler non aveva senso” (Guerrieri e Ceresoli, p. 258).
Fu “un combattente coraggioso”, di cui vengono raccontate alcune azioni.
Ma la storia più affascinante è quella dell’”operazione mine” e del maresciallo tedesco che salvò il golfo minato dai tedeschi: gli ordigni di distruzione avrebbero dovuto creare un vuoto tra le truppe tedesche in ripiegamento e quelle alleate avanzanti.
Racconta Bucchioni:
“Il comando venne a conoscenza che il sottufficiale comandante del plotone pionieri, che si occupava in modo specifico delle mine, aveva una relazione con una donna della Spezia; si cercò quindi di entrare in contatto con l’amica del tedesco. Si chiamava Sanfedele Edelmira, abitante in via del Prione. La donna si dichiarò disposta a collaborare con i partigiani, chiese però garanzie per la incolumità sua e del suo amico. […] Il sottufficiale aveva con sé la pianta del golfo della Spezia, da Lerici a Portovenere. In tale pianta erano riportate tutte le mine collocate a sito: un quadro impressionante. Erano circa tremila ordigni, molti di grande potenza, innescati con detonatori elettrici e comandati a distanza” (p. 186).
Fu concordato che il sottufficiale sarebbe tornato in città ed avrebbe tolto gli inneschi alle mine. Cosa che fece, prima da solo, poi con due partigiani. Il resto fu sminato dopo la Liberazione, grazie a quella preziosa mappa.
Non conosciamo il nome del sottufficiale (un maresciallo), ma quello del sottufficiale da lui dipendente, il sergente guastatore Theo Rohrwieck. Guerrieri e Ceresoli comprendono i due tra i sette disertori tedeschi della brigata.
Nel libro di Guerrieri-Ceresoli ci sono i nomi degli appartenenti alla brigata. Quelli dei disertori tedeschi potrebbero essere questi (in alcuni casi lo sono sicuramente):
Chircum Fiodor, Havikni Alessandro, Kowatsek Franz, Labiu Fiodor, Rohrwerk Theo, Werner Leo Frassech (l’unico caso in cui compare a fianco la parola “tedesco”), Zimmermann Gherard.
Se fossero tutti tedeschi, avremmo i nomi di tutti e sette i disertori.
Nel Registro storico dei riconoscimenti, custodito nell’Archivio dell’Istituto Spezzino per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea (ISR) e nella scheda sui partigiani e i patrioti stranieri realizzata da Maria Cristina Mirabello, che sarà pubblicata negli Strumenti ISR, sono presenti tre nomi sui sette citati, Chircum, Havikni (scritto Havinik) e Zimmermann.

OLTRE 40 “BRAVI TEDESCHI”
Anche nel battaglione Zignago della Colonna Giustizia e Libertà operò un piccolo nucleo di disertori tedeschi, anche in questo caso riuniti in una compagnia, la 6a.
Secondo la lettera del vice commissario e del comandante della I Divisione Liguria del 7 novembre 1944 a Gordon Lett, tra i disertori stranieri presenti nel battaglione Zignago-6a compagnia c’era l’austriaco Willy Pagel, che è citato anche nel libro di Ricci. Ricci cita pure il tedesco Willy Bramans. Nel Registro dei riconoscimenti e nella scheda ISR compare solo il secondo (scritto Bromans, con a fianco la parola tedesco).
Per ciò che riguarda la brigata Gramsci-Vanni sappiamo da varie testimonianze della morte, l’11 novembre 1944 nel rastrellamento a Cornice di Sesta Godano, di un altro Hans, ufficiale delle SS e disertore, che fu catturato, torturato e ucciso dopo il suo generoso tentativo di evitare rappresaglie ai contadini che lo ospitavano. Sappiamo inoltre di Heinrich Rahe, catturato e liberato dalle carceri di Chiavari pochi giorni prima della Liberazione, ancora vivente (compare nel Registro e nella scheda). Carlo Greppi lo ha intervistato per il suo libro.
Nella brigata Muccini, oltre a Jacobs e all’attendente e ai due disertori che combatterono prima con la Centocroci e poi nella Muccini con “Tullio”, c’era un altro tedesco nel distaccamento Righi, come ricorda Nicola Caprioni, figlio del comandante Rinaldo. In “29 novembre Numero Unico della Brigata d’Assalto Garibaldi ‘Ugo Muccini’”, 1947, viene citato un altro Hans, che potrebbe essere il disertore del Righi.
Il fenomeno della diserzione tedesca nella Resistenza spezzina appare davvero consistente e intenso: sette o otto, dopo la battaglia del Manubiola, nella Centocroci e nel Battaglione Internazionale; almeno undici in Giustizia e Libertà, cinque nella Muccini, due nella Gramsci-Vanni, il “misterioso” Franz…
A loro vanno aggiunti coloro che si ribellarono in varie forme e per questo furono uccisi, pur non diventando partigiani. Come il capitano Albert. Come i dodici morti tedeschi sepolti al cimitero dei Boschetti, “sottoposti alla pena capitale per disfattismo o tentata diserzione”.
Possiamo dire che i “bravi tedeschi” furono, almeno, oltre quaranta. Un fenomeno che si spiega innanzitutto con la loro “scelta morale”, con la loro capacità individuale di superare quello che ancora oggi ci appare un abisso. Ma che si spiega anche con la forza espansiva della nostra Resistenza, capace di attrarre forze persino dall’esercito invasore.
Tra le carte inedite di Piero Galantini “Federico”, che ho letto grazie al figlio, c’è un piccolo quaderno scritto a penna su carta intestata della Confederazione fascista lavoratori dell’agricoltura, quindi prima della Liberazione: è una “relazione sull’attività generale della Brigata Ugo Muccini”. Il “favoreggiamento della diserzione” vi appare come obiettivo primario:
“Furono allo scopo lanciati molti manifestini in lingua italiana, russa e tedesca” e “le cifre di bilancio” furono di “oltre 90 disertori russi, polacchi, tedeschi, austriaci, italiani”.
La linea di divisione non fu solo tra i due campi opposti nella guerra, ma anche all’interno degli Stati in guerra. In queste forme non era mai accaduto nella storia europea. La Resistenza al nazifascismo è stata europea, e l’idea dell’Europa unita, libera, sociale è nata allora. L’Europa avrà un futuro se non dimenticherà questo suo momento di vera e propria ri-costituzione e ri-nascita.

Post scriptum:
Sulle vicende narrate nella seconda parte dell’articolo rimando, oltre ai libri citati, a questi articoli della rubrica:
“Il tenente Piero e le filandine Elvira e Dora”, 4 maggio 2014 (su Hans morto a Groppo)
“Rudolf Jacobs e l’altra Germania”, 9 novembre 2014
“’Richetto’, Tino e la ‘santa pattona’”, 18 gennaio 2015 (su Hans morto a Cornice)
“Il giovane ‘William’ e il tragico duello tra ‘Facio’ e ‘Salvatore’”, 22 febbraio e 1° marzo 2015 (sullo sminamento del golfo).
Rimando inoltre al mio articolo “Rudolf Jacobs, disertore e partigiano, simbolo dell’Europa dei popoli”, MicroMeg.net, 24 aprile 2021.