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Una storia spezzina

Una storia spezzina

Quella satira bonaria ma per nulla ingenua

di Alberto Scaramuccia

La Spezia Marittima

Quando ero bimbo per le maggiori feste comandate, Natali e Pasque, uscivano dei numeri unici opera di universitari che facevano una satira bonaria e accattivante per prendere in giro, ma senza malizia, il potente di turno, lo sportivo del momento, l’imprenditore di successo. L’appuntamento nasceva da tradizione antica quasi a dire che nelle feste è meglio accantonare le polemiche.
Ospitavano parecchi biglietti da visita dei negozi che si facevano pubblicità consentendo ai goliardi che componevano il giornalino di far fronte ai costi e di mettersi in tasca pure qualche liretta che forse era la finalità ultima.
Ciò fosse vero oppure no, gli autori non si rendevano conto di fare storia perché creavano documenti che sono oggi testimonianze di come pensavano fette consistenti della società spezzina.
Rileggere oggi queste copie speciali del passato è come ripassare in filigrana la storia della città perché ci permettono di rivedere quelle che erano le mode e gli atteggiamenti di una volta.
L’elemento fondativo di questa stampa sono battute di (presunto) spirito e barzellette che non suscitano più il sorriso. Oggi fanno solo scuotere la testa in segno di sconsolata disapprovazione, ma a quei tempi là suscitavano il sorriso e a volte anche una genuina risata.
Per di più, compare, pur raramente, anche qualche articolo serio che si distacca dal consueto cliché di freddure e facezie per affrontare argomenti seri che ci fanno capire quanto certi argomenti odierni abbiano una genesi lontana.
Nel Natale 1970, mezzo secolo fa, esce “Er causo” che in una pagina interna, sotto ad un articoletto che parla del campionato dello Spezia, affronta l’argomento delle prospettive che al momento ha l’economia spezzina e su questo problema impegnativo ci fa il titolo.
Nella duplice constatazione che il clima non è favorevole e che non si fa nulla per cercare di migliorarlo, l’anonimo articolista afferma che aumenta solo il terziario ma unicamente perché gli altri due settori (agricoltura e industria) sono strutturalmente incapaci di recepire nuova manodopera. Per questo, l’articolo suggerisce che si sfrutti maggiormente “la piana di Ceparana che costituisce l’hinterland del nostro porto”. Usa parole nuove per i tempi (terziario, hinterland) ma ha chiaro che lo scalo può recitare una parte importante per l’economia del Golfo a condizione che se ne potenzino le strutture retroportuali. Altrimenti, questa è la sconsolata conclusione, i giovani saranno costretti all’emigrazione.
Giovani e occasioni di lavoro: storie vecchie o problemi attuali?
Meglio dirne domani, adesso c’è il panettone.

ALBERTO SCARAMUCCIA