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Nuovo piano di emergenza esterna: "Esplosione a Panigaglia? Impossibile" - Citta della Spezia
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I timori dei cittadini

Nuovo piano di emergenza esterna: "Esplosione a Panigaglia? Impossibile"

A Porto Venere incontro pubblico sul rigassificatore. Le rassicurazioni della scienza: "Un incendio in un serbatoio avrebbe effetti al massimo fino alla Napoleonica".

Assemblea pubblica sul rigassificatore

Nessuno scenario apocalittico. Nessuna palla di fuoco ad investire le borgate di Le Grazie, Fezzano o Cadimare. Solo, nell’ipotesi peggiore possibile, una nube fuoriuscita da uno dei grandi serbatoi scoperchiati che brucerebbe per qualche decina di secondi arrivando al massimo a toccare la Napoleonica, nel tratto alle spalle dell’impianto, e i boschi limitrofi. E’ quanto contiene il Piano di emergenza esterno per il rigassificatore di Panigaglia gestito da GNL Italia, documento in corso di aggiornamento che oggi è passato al vaglio della cittadinanza. Un’assemblea pubblica presso il Comune di Porto Venere alla presenza delle istituzioni coinvolte, a partire dal prefetto Antonio Garufi che su quei fogli dovrà mettere la firma finale. “La tematica è importante e la partecipazione è sacrosanta – ha sottolineato il rappresentante del Ministero dell’Interno – Ogni valutazione che i cittadini faranno, sarà presa in considerazione con attenzione. Già alcune di quelle che sono arrivate in questi giorni contengono elementi interessanti da approfondire”.

Sulle scalee della sala consiliare prendono posto residenti, membri di associazioni ambientaliste e politici locali. Di là il sindaco Matteo Cozzani, l’ingegnere Gianni Benvenuto per la Provincia della Spezia, il comandate provinciale Leonardo Bruni dei Vigili del Fuoco e il capitano di vascello Giovanni Stella, comandante della Capitaneria di porto. Ci sono poi l’ingegner Tomaso Vairo di Arpal e l’ingegner Giuseppe Vareschi, responsabile esercizio di GNL Italia. Saranno soprattutto loro a rispondere ai quesiti dei cittadini. “E’ importante capire che pericolo e rischio non sono la stessa cosa – introduce Vairo – I pericoli sono ipotetici e legati alla natura della sostanza che viene trattata. In questo caso abbiamo il metano liquido, che è altamente infiammabile e compresso nei serbatoi. Solo se si verifica una certa catena di eventi il pericolo diventa rischio. In questo caso l’evento temuto è la dispersione del gnl, per evitare la quale si adottano una serie di misure di prevenzione. Nel caso ci sia dispersione, intervengono una serie di sistemi di protezione per evitare o limitare le conseguenze di questo evento”.
Il Piano di emergenza esterno dipinge proprio questi casi limite in cui tutto, per così dire, è andato male. I punti sensibili dell’impianto sono i due grandi serbatoi da 50mila metri cubi, con una struttura esterna di cemento armato sormontata da un tetto più leggero in metallo. Qui dentro il gas è portato a circa -160° per ridurne il volume fino a 600 volte rispetto a quello che si ha a pressione atmosferica. Altro snodo delicato sono i bracci di scarico in testa al pontile che prelevano il fluido dalle navi gasiere per portarlo nell’impianto. “Il top event è un incendio, che può prendere due forme: un jet fire o dardo di fuoco oppure un flash fire o nube di fuoco – spiega Vairo – Avremmo una zona rossa, o di sicuro impatto, che sarebbe circoscritta solo all’impianto stesso; una zona arancione, o zona di danno, che investirebbe potenzialmente anche un tratto della strada provinciale; una zona gialla, o zona di attenzione, che potrebbe riguardare anche le aree oltre la strada”.

Nella prima, la zona rossa, si attendono “effetti sanitari comportanti un’elevata probabilità di letalità anche per le persone mediamente sane”. Sarebbero di fatto i dipendenti del rigassificatore e chi si trovasse dentro l’area della struttura in quel momento a poterle subire secondo le analisi degli esperti nella gestione del rischio. All’interno delle zone arancione e gialla solo chi non avesse adottato le misure di protezione o i “soggetti particolarmente vulnerabili” sarebbero a rischio della propria incolumità. Oltre quell’area, che non va oltre i limiti orografici della baia stessa, i rischi sono valutati come trascurabili.
Stesse conclusioni anche nel caso uno dei serbatoi venisse scoperchiato disperdendo il proprio contenuto. “La nube gassosa che si spanderebbe non potrebbe invadere le località vicine?”, incalza il consigliere Fabio Carassale. “La nube di metano non permane a differenza di quello che può succedere con il gpl – illustra l’esperto di Arpal – Le caratteristiche chimico fisiche escludono questo scenario perché il metano è più leggero dell’aria. Di per sé la rottura catastrofica di un serbatoio ha una probabilità di accadimento che lo fa rientrare nel campo dell’impossibilità, questo anche in virtù del fatto che le procedure di manutenzioni sono volte ad assicurare la tenuta meccanica in qualsiasi condizione. Ma anche se si verificasse questa remota possibilità, il metano si disperderebbe in pochissimo tempo uscendo dal campo di infiammabilità, per cui servono concentrazioni tra il 5% e il 15%”.

“Nessuno ci ha mai parlato dei segnali d’allarme a cui i cittadini devono dare attenzione in caso di incidente”, dice Gabriella Reboa dell’Associazione Posidonia. “In caso di un incidente di quel tipo in quanto tempo noi residenti dovremmo lasciare l’area?”, vuole sapere Alessio Mugnaini. “La misura dell’evacuazione non è prevista in nessuno scenario – risponde l’ingegner Vairo – Trovereste i semafori lungo la Napoleonica rossi, in modo da comunicare il divieto di transitare per Panigaglia fino ad emergenza conclusa”. Stare lontani e attendere perché “non c’è modo di spegnere un incendio di quel tipo, l’unica soluzione è lasciare che il combustibile si consumi”, spiega Vareschi. Quanto ci metterebbe? “A spanne dico un minuto circa”, azzarda Vairo.
Per le informazioni ai cittadini sarebbero i piani comunali ad entrare in gioco. “Sul nostro sito istituzionale ci sono le misure di autoprotezione da adottare in caso di incidente al rigassificatore – ricorda Cozzani – Noi di certo chiameremmo tutti i numeri fissi e i cellulari che si sono iscritti all’alert system con tempestività per avvertire la cittadinanza del pericolo. E useremmo tutti i sistemi di comunicazione più rapidi a nostra disposizione, compresi i social”.

“Gli incidenti rilevanti in impianti di questo tipo hanno tutti riguardato la nave gasiera in un modo o nell’altro”, ricorda allora Stefano Sarti di Legambiente. E ancora c’è chi sottolinea come, con vento oltre i 25 nodi, non si possa attraccare al terminal. “Questa è una norma che conferma l’attenzione alla sicurezza nei confronti dell’impianto – dice il capitano Stella – Perché attorno al rigassificatore offshore di Livorno l’area interdetta alla navigazione è così ampia? Ogni porto ha un proprio piano, non esiste una ricetta univoca”. In verità il Piano di emergenza esterna si ferma ai bracci criogenici, la nave non viene presa in considerazione come eventuale luogo di incidente nel Pee. “Così vuole la norma, per un ben preciso motivo – aggiunge Vairo – Questo perché la nave ha già una sua certificazione stringente e una sua propria gestione del rischio”.
Alcune imprecisioni contenute nel documento saranno corrette, promette il prefetto. Tra queste la parte in cui si cita la Litoranea per le Cinque Terre come una delle due strade di accesso all’impianto (che in verità ha solo la Napoleonica) o la dimenticanza del borgo di Cadimare tra i paesi vicini. “Come cittadini vorremmo sapere quali scelte fare in caso di incidente: da che parte recarci per facilitare i soccorsi? Dove non andare? – chiede il consigliere Saul Carassale – Per questo ho chiesto nelle osservazioni di conoscere le ipotetiche interazioni con gli insediamenti militari nella zona”. Anche su questo ci sarà più chiarezza, è la promessa.

“Io vi ho ascoltato mentre ci rassicuravate, ma non riesco a togliermi di dosso una sensazione di insicurezza”, dice verso la fine Elisabetta Solari dell’Associazione Posidonia. D’altra parte nell’agosto del 1971 nell’allora esigua letteratura sulle tecniche di rigassificazione si scrisse un capitolo fino a quel momento sconosciuto proprio a seguito di un incidente avvenuto a Panigaglia. La pressione in uno dei serbatoi salì fino a 1.42 volte quella di progetto dopo il rifornimento avvenuto dalla “Esso Brega”: ci vollero tre ore di valvole aperte al massimo per evitare che quel rollover si tramutasse in qualcosa di peggio. La nave era stata lasciata ad attendere lo scarico per un mese, un errore che nessuno compie più nel mondo dove i rigassificatori onshore sono realtà dal Giappone fino alla Spagna. “Tra il 1990 e il 2003 in California sono state effettuate decine di prove di rilascio di gas naturale: non c’è stato neanche un caso di esplosione – rassicura l’ingegner Vairo – Non c’è verso che il rilascio di gas naturale generi un’esplosione per le sue caratteristiche chimico fisiche”.
Quasi tre ore di botta e risposta che apre una prima finestra di trasparenza sull’impianto di GNL Italia. Qualcosa di cui i cittadini sentivano il bisogno. “Noi ospitiamo le scolaresche, organizzandosi non vedo perché non si possa riuscire a mostrarvi l’impianto – conclude Giuseppe Veraschi – Potremmo mostrarvi come la sicurezza sia un aspetto fondamentale per noi, anche perché i primi a rischiare sono proprio i dipendenti. Il raddoppio? E’ un progetto che non esiste più. GNL Italia vuole ancora investire, anche se questa non è la sede per parlarne”, taglia corto mentre dagli spalti si notano colleghi del manager e addetti alla comunicazione dell’azienda molto attenti al dibattito, che tocca solo marginalmente il futuribile. Lo studio di fattibilità commissionato nel 2015 a D’Apollonia ha previsto anche un servizio di autobotti trasportate da Panigaglia al porto commerciale tramite chiatte. Un progetto che potrebbe vedere la luce a breve. “Saranno gli organi istituzionali a decidere se a quel punto ci sarà aggravio del rischio o un problema con il resto del traffico nautico del golfo”.

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