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L’Eden di Mismas

di Piero Donati

L'Eden

Fra i miei coetanei – nati cioè sette decenni fa – ci sono due artisti spezzini tutt’ora in piena attività, il pittore Giuliano Diofili e lo scultore Fabrizio Mismas. Molto diversi l’uno dall’altro, Diofili e Mismas hanno in comune una concezione del mestiere dell’artista radicata saldamente nel possesso delle tecniche tradizionali, dove questo aggettivo non va inteso nel senso di ‘appartenenti al passato’ ma nel senso – insito nel verbo latino tradere – di tecniche consegnate alle nostre generazioni dopo una sperimentazione plurisecolare.
Questa premessa è viatico necessario per accostare la produzione di Diofili – sul quale ho già scritto nel 2010 in occasione di una sua mostra presso la Galleria Brandi della Spezia – ed ancor più per accostarsi alla multiforme produzione di Mismas, della quale una riuscita mostra organizzata nei mesi scorsi presso il recuperato Castello di Madrignano (Calice al Cornoviglio) ha proposto una significativa rassegna. Il borgo posseduto un tempo dai marchesi Malaspina ospita da tempo un’opera impegnativa di Fabrizio Mismas, e cioè la porta bronzea della chiesa parrocchiale, omaggio esplicito a Manzù, e quindi le opere esposte nel castello – tutte di piccolo formato – rappresentano l’altra faccia della produzione dell’artista spezzino, quella forse destinata a lasciare una traccia più duratura.
Si trattava di un percorso affascinante, senza scrupoli cronologici, nel quale il visitatore era condotto per mano in un mondo incantato, una sorta di giardino di Klingsor – un riferimento wagneriano che non dispiacerà, lo so, al nostro Mismas – popolato da creature nate tutte all’insegna di quel “piacere di plasmare” di cui scriveva nel 2004 Ferruccio Battolini. Se dovessi segnalare un’opera che mi ha particolarmente colpito fra quelle presentate a Madrignano indicherei l’altarolo – nato nel 2007 – che l’autore ha voluto denominare, non casualmente, come il giardino nel quale si aggiravano, nudi e innocenti, i Progenitori prima della Caduta. L’esterno dello stipo (foto in basso) è una parafrasi, con palesi reminiscenze di van Gogh, della cosmogonia narrata nel Genesi; l’interno è popolato di volatili che, alternativamente, si cercano e si lasciano, e che le risorse materiche della ceramica raku esaltano in un seducente horror vacui, il quale trova nella iridescente nudità delle ante laterali l’amplificatore perfetto.