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I gioielli della Mazzini

Il più bel fior ne colse: i celebri lemmari del Calepino e della Crusca

Prosegue il tour virtuale fra gli scaffali della biblioteca "Mazzini" che apre i cassetti più ameni e presenta le proprie rarità.

I celebri lemmari del Calepino e della Crusca

Tra le raccolte della biblioteca civica Ubaldo Mazzini non potevano mancare due celebri opere della cultura italiana, universalmente conosciute in ambito occidentale: parliamo del dizionario di Calepino, detto semplicemente “il Calepino” e dell’ancor più noto vocabolario della Crusca, entrambi possedute in più copie ed edizioni differenti, stampate tra il sedicesimo e diciottesimo secolo. Ambrogio Calepino, della famiglia dei Conti di Calepio, nato nel bergamasco attorno al 1440, era un monaco eremita agostiniano che legò la sua fama ad un fortunato dizionario di latino stampato nel 1502 per i tipi di Dionigi Bertocchi di Reggio Emilia: “Ambrosii Calepini bergomatis Dictionarium”, il cui nome divenne poi talmente popolare da essere preso quale sinonimo per tutte le opere di questo genere, desiganando per antonomasia ogni tipo di dizionario o repertorio lessicale. Formatosi tra Milano, Mantova, Cremona e Brescia, dove approfondì le conoscenze linguistiche sul latino classico e umanistico, Calepino rientrò successivamente a Bergamo dove ideò e portò avanti per un decennio, a rischio di perdere la vista, il suo progetto principale: creare un dizionario che contenesse i lemmi più importanti della lingua latina arricchiti da digressioni di carattere enciclopedico, riportando in auge gli splendori del latino classico su diretta ispirazione delle “Eleganze” del Valla. La stesura dell’opera fu condotta all’interno del convento di Sant’Agostino di Bergamo dal 1487 al 1498, anno in cui iniziò a lavorare assieme al tipografo per la stampa della princeps.

Il primo “Calepino” divenne in breve tempo un vero e proprio best seller e fu pubblicato anche all’estero dove era considerato dagli studiosi uno strumento di lavoro indispensabile. Calepino tuttavia, non del tutto soddisfatto della prima edizione, lavorò ad una nuova versione che uscì postuma nel 1520 (C. era morto nel 1510) a Venezia presso lo stampatore Bernardino Benaglio con il titolo: “Ambrosius Calepinus Bergomensis, dictionum Latinarum, et Graecarum interpres perspicacissimus, omniumque vocabulorum insertor acutissimus”, curata dagli stessi monaci sulla base delle correzioni del manoscritto conservato nel convento. Le aggiunte proseguirono sino al Settecento e modificarono il Calepino al punto da trasformarlo in dizionario plurilingue, come nel caso della ristampa curata nel 1718 da Jacopo Facciolati, l’erudito lessicografo padovano maestro del Forcellini, intitolata “Calepinus septem linguarum”, dove ogni lemma latino aveva l’equivalente in greco, ebraico, italiano, spagnolo, francese e tedesco.

La biblioteca Mazzini possiede ben quattro copie del Calepino: la prima, con le addenda di Paolo Manuzio e stampata a Pavia nel 1584; la seconda, qui presa in esame, dal titolo “F. Ambrosii Calepini bergomensis […] Dictionarium septem linguarum, hebraicae, graecae, latinae, italicae, germanicae, hispanicae, & gallicae”, stampata a Venezia nel 1618 per Giovanni Guerigli. Consta di cinque parti in formato in-folio e contiene un ritratto calcografico dell’autore sul frontespizio, quest’ultimo stampato in rosso e nero, secondo il gusto dell’epoca. L’esemplare della Mazzini, purtroppo mutilo della quinta parte, che conteneva proprio il testo del Manuzio, ha subìto diversi passaggi di proprietà e si presenta in discreto stato di conservazione, con una piccola lacuna al frontespizio e segni di degrado fisico della carta. La legatura, successiva, è in pelle verde con decorazioni geometriche e floreali e riporta il nome dell’autore in caratteri dorati impressi sul dorso liscio. I piatti della coperta sono in cartone marmorizzato in rosso, blu e giallo su fondo verde.
Le restanti copie sono entrambi il “Septem linguarum Calepinus” stampate in due volumi in-folio a Pavia per i tipi del Seminario, presso l’officina di Giovanni Manfrè, rispettivamente nel 1746 e 1752.

Il vocabolario della Crusca venne ideato un secolo dopo il Calepino, sul finire del Cinquecento, quando gli Accademici iniziarono lo spoglio degli autori per la scelta dei lemmi e dei brani, in prosa e poesia, da citare nell’opera. Allo scopo di salvaguardare la purezza della lingua fiorentina, la preferenza ricadde sui letterati toscani del Tre e Quattrocento: Dante, Boccaccio, Petrarca, Lorenzo de’ Medici e Machiavelli, e secondariamente su autori di altre zone d’Italia, come Bembo e Ariosto che venivano tuttavia citati nei termini considerati più belli e di origine toscana. La prima edizione fu stampata a Venezia nel 1612, per i tipi di Giovanni Alberti ed ebbe grande risonanza negli ambienti colti dell’epoca, suscitando nel contempo molte discussioni e dibattiti per i criteri adottati nella stesura delle voci e scelta dei lemmi (accusa di fiorentinismo). La fortuna dell’opera raggiunse presto l’Europa dove il vocabolario fu preso a modello, sia nel metodo che nei contenuti, per la composizione dei dizionari nelle singole lingue degli stati nazionali.

L’edizione posseduta dalla Mazzini è la quarta, stampata a Firenze dal tipografo Domenico Maria Manni in sei volumi, pubblicati dal 1729 al 1738. La loro stesura, iniziata sul finire del Seicento, durò molti anni e si avvalse della collaborazione di importanti linguisti che aumentarono le citazioni sulla base di nuovi spogli lessicali, controllando nello stesso tempo la correttezza delle fonti precedenti. Sul frontespizio di ciascun tomo è presente una vignetta con la calcografia dell’Accademia della Crusca, recante il motto “Il più bel fior ne coglie” disegnata da G.D. Campiglia e incisa da C. Gregori che realizzarono anche l’antiporta al volume primo.

La copia spezzina, mutila del sesto volume, che conteneva gli indici (autori, opere, voci e rimandi interni, proverbi e frasi latine) si presenta complessivamente in buono stato di conservazione, con qualche traccia di foxing (ossidazione) della carta. La legatura in pergamena è coeva, realizzata in maniera piuttosto semplice ed economica, con titolo e numerazione manoscritta dei volumi al dorso. La cucitura dei fascicoli, eseguita su quattro nervature, è leggermente danneggiata nel lato superiore. Inventariata al numero 28892, entrò in biblioteca il 14 dicembre 1922 e fa parte del lascito del conte Giovanni Sforza di Montignoso, cui apparteneva.