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L’archivio della Curia criminale spezzina - Citta della Spezia
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I gioielli della Mazzini

L’archivio della Curia criminale spezzina

Continua il tour virtuale di CDS fra gli scaffali della biblioteca "Mazzini" che apre i cassetti più ameni e presenta le proprie rarità.

Liber diversorum curiae civilis

All’interno dei documenti dell’Archivio storico comunale una delle serie più interessanti, anche se poco esplorata dagli studiosi, è quella relativa all’attività della Curia (tribunale) civile e criminale della Magnifica Comunità della Spezia. Essa comprende in modo quasi esaustivo la complessa funzione di questo ente, descrivendone l‘evoluzione storica, per ben tre secoli. I documenti rimasti coprono infatti un periodo che va dalla metà del XVI alla fine del XVIII secolo, con evidenti lacune e discontinuità. Una serie archivistica considerevole dunque, che conta al suo interno centinaia di fascicoli suddivisi materialmente in due grandi tipologie documentarie: filze e libri, che sono stati, dopo il recente ordinamento dell’Archivio, ricondotti correttamente agli uffici cui facevano capo in origine, secondo il metodo storico.

La Podesteria della Spezia, istituita nel 1343 e successivamente nominata capoluogo del Vicariato della Riviera orientale, era presieduta da un magistrato genovese, il Vicario appunto, chiamato talvolta Capitano, che amministrava direttamente l’ampio territorio lui soggetto, secondo precise competenze attribuite dalle leggi e, nello stesso tempo, quale garante dell’autorità genovese, dirigeva l’unico tribunale civile e criminale, diremmo oggi penale, del Capitaneato. Suo era inoltre il compito di vigilare sull’ordine pubblico, sul commercio e sulla sanità e di fare da tramite e garante nella riscossione delle singole tasse domandate da Genova. La funzione del Capitano venne meglio specificata dopo le leggi di Casale del 1576, con cui si stabilì che tale carica, rientrante nel novero degli uffici maggiori, potesse essere ricoperta solo da nobili genovesi che venivano periodicamente inviati alla Spezia e mantenuti a spese pubbliche. Nella sua attività il Capitano era affiancato da diversi funzionari, tra cui il Notaio attuario, che registrava gli atti del tribunale, il Bargello o capo della polizia con i suoi aiutanti chiamati Famigli. Il tribunale spezzino dipendeva dalla Rota criminale di Genova, cui si rivolgeva nei casi più gravi, per richiedere autorizzazioni a procedere per reati che prevedevano il ricorso alla tortura, mutilazione di membra e condanna a morte. Ogni causa che si svolgeva nella Giurisdizione, ogni fatto di sangue, indagine, perquisizione, interrogatorio, ogni fase insomma del procedimento penale, veniva quindi registrata all’interno di libri chiamati appunto Libri criminali, suddivisi per anno o tipologia, che si conservavano proprio alla Spezia, all’interno dell’Archivio del Palazzo pubblico, dimora del Capitano, sito nella Platea communis, attuale piazza Beverini.

Grande è dunque la portata di questi documenti, finora poco studiati, poiché essi permettono di ricostruire il meccanismo giudiziario e di polizia in vigore nella Repubblica di Genova oltre ad offrire innumerevoli spunti e riferimenti per la storia locale. Dagli interrogatori, riportati integralmente in italiano nei verbali, si possono trarre utili ed esclusive notizie circa lo stile e le abitudini di vita, le usanze e i costumi della popolazione, ricavare dati riguardanti l’economia, il commercio, la lingua, i toponimi del territorio. Ogni verbale iniziava con la comparsa di fronte al magistrato, del denunciante o accusato, il cui nome con la tipologia del reato era riportato nel margine superiore sinistro delle carte. Il libro era compilato secondo un ordine cronologico, per cui i diversi processi erano inseriti uno dopo l’altro ancor prima che si concludessero. Per ricostruire logicamente un procedimento, che durava come ovvio per più giorni, mesi o anni, bisogna dunque fare dei salti in avanti o all’indietro nelle pagine, seguendo le indicazioni poste al margine delle trascrizioni. Per i delitti e le ferite era riportata la testimonianza del medico o chirurgo che aveva visitato la parte lesa o eseguito l’autopsia (a volte scritta su un libro appositamente dedicato e denominato appunto “liber visitationum”).

Nei registri è possibile, anche se raro, trovare i disegni di reperti o delle armi ritrovate nelle scene del crimine o sequestrate durante perquisizioni personali o domiciliari. Il processo si chiudeva con la registrazione della sentenza. Un discorso a parte meritano le filze (foliatia) criminali, per l’eterogeneità del loro contenuto. Data la loro natura di fogli singoli e sciolti esse comprendono moltissimi documenti e provvedimenti che riguardano l’amministrazione del Capitaneato nel suo complesso: dal commercio alla sanità, dall’ordine pubblico alle tasse, anche in forma di corrispondenza tra il Governo genovese e gli enti locali. Ed ora qualche cifra: Il totale dei Libri criminali conservati ammonta a 344 unità che vanno dal 1537 al 1800, mentre le filze sono 244 e coprono gli anni dal 1539 al 1797.