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I gioielli della Mazzini

Et in arcadia ego: osservazioni sopra l’edizione bodoniana dell’Aminta del Tasso

Prosegue il tour virtuale di CDS fra gli scaffali della biblioteca "Mazzini" che apre i cassetti più ameni e presenta le proprie rarità.

L’Aminta del Tasso

La biblioteca civica Ubaldo Mazzini della Spezia possiede una notevole edizione dell’Aminta del Tasso, stampata coi tipi bodoniani nel 1793. Si tratta della seconda edizione della celebre opera del poeta sorrentino uscita dai torchi di uno dei maggiori tipografi italiani, che faceva del bello la sua missione editoriale. L’armonia della composizione, il tipico carattere dalle grazie sottili e dai perfetti allineamenti nelle forme di stampa, le grandi dimensioni e gli ampi spazi bianchi sono alcuni dei tratti che rendono inconfondibili le opere di Giambattista Bodoni. Un prima edizione bodoniana dell’Aminta, composta in caratteri espressamente incisi, uscì nel 1789 in centouno esemplari in carta comune e fine ed era così interessante che fu contraffatta nel 1792, ad opera sembra del fratello del grande tipografo. Una terza edizione venne infine stampata nel 1796. A giudizio dei maggiori critici l’Aminta del Tasso è considerata una delle opere migliori della letteratura italiana, per spontaneità e naturalezza e dove si riconosce il Tasso “vero” (Monti, De Sanctis e Fubini). Essa rappresenta indubbiamente “il trionfo della regolarità dal punto di vista della composizione, senza aggiunte barocche per la disposizione delle scene e l’equilibrio delle parti ma soprattutto per il linguaggio, perfetto esempio di imitatio” (Fubini), ovvero imitazione elegante e intelligente di una grande varietà di fonti sia classiche, sia contemporanee al poeta.

Questo gioco di citazioni dotte si inserisce perfettamente all’interno della poesia imitativa del Rinascimento, in maniera tutta naturale e senza forzature, grazie all’abilità del Tasso che combina in modo impeccabile parole, suoni e persino pause, così da fare della poesia un canto vero e proprio, consacrando l’Aminta come il “più bel madrigale della poesia italiana” e indice di una “perfezione che la Gerusalemme è ben lontana dal raggiungere [per cui] essa piacque e piace ai raffinati di tutti i tempi” (Bosco). Composta per l’ambiente della corte ferrarese, dove venne per la prima volta recitata, essa cela in sé una duplice chiave di lettura. Se da un lato è infatti evidente il suo intento pratico di svago teatrale, dall’altro non può non suscitare nel lettore attento profonde riflessioni per i temi trattati, tra amore e morte, che si concentrano tutti nel celebre adagio del coro primo: “s’ei piace ei lice” (quel che piace è lecito). I critici non sono però su questo punto concordi e si suddividono in due gruppi. Alcuni, come il Fubini pongono in secondo piano gli aspetti morali dell’opera risolvendo tutto nello stile madrigalesco e scherzoso, sottolineando l’assenza di spessore psicologico dei personaggi e di morale della favola, motivo per cui l’Aminta è da considerarsi “come intermezzo e svago letterario dove si alleggerisce la complessità della poesia più profonda” e dove persino la “la sensualità non deve essere fortemente sottolineata, come invece è nella Gerusalemme”. Altri invece, tra cui il Getto, si concentrano maggiormente nel messaggio del testo, da cui emerge “un’iridescenza di luminosi riflessi di vita idillica e di gioiosa anarchia dei sensi,
infine di lirica contemplazione dello sbocciante sentimento d’amore”.

Come svago teatrale l’Aminta, scritta dal Tasso nel 1573 (ma pubblicata nel 1581), venne rappresentata, senza il coro, il 31 luglio di quell’anno nell’Isoletta o Delizia di Belvedere, luogo di villeggiatura degli Estensi oggi scomparso, che si trovava sul Po e apparteneva al duca Alfonso I D’Este. La seconda rappresentazione, voluta da Lucrezia D’Este, si svolse nel febbraio dell’anno seguente a Pesaro, durante il carnevale, con giovani attori di Urbino diretti dal Tasso. L’Aminta piacque assai al pubblico, anche perché molti sono al suo interno i riferimenti a reali personaggi dell’epoca, ben conosciuti dalla corte ferrarese presente alle prime rappresentazioni. Tra questi, al di là dell’identificazione, su cui non tutti i critici concordano, del Tasso nel personaggio di Tirsi, precisi e puntuali sono i richiami ad alcune dame della corte, tra cui Lucrezia Bendidio, damigella d’Eleonora D’Este e amata dal Tasso e ad altri rivali in amore del poeta.
Celebre è anche il riconoscimento del filosofo Sperone Speroni, maestro del Tasso, nel personaggio negativo di Mopso
(cfr. http://www.cittadellaspezia.com/I-gioielli-della-Mazzini/La-struttura-dialogica-di-Amore-l-186363.aspx).

Questo vero e proprio gioco di allusioni, confermato anche dal primo commento dell’Aminta ad opera dell’abate Egidio Menagio (1655), si spinge sino alla supposizione prettamente romantica dell’identificazione di Aminta con Tasso e al suo amore non ricambiato verso la sorella del duca Alfonso I D’Este, Eleonora (alias Silvia) da alcuni ritenuta causa della pazzia del poeta. La trama dell’opera è semplice: il pastorello Aminta è innamorato senza esserne ricambiato della giovane ninfa Silvia, scontrosa nella sua verginale purezza, che odia chi l’ama sol perché l’ama. I due si confrontano con una coppia maggiormente esperta in amore, Tirsi (poeta di corte e letterato) e Dafne (dama di corte) che offrono consigli e suggerimenti per superare gli ostacoli alla loro unione. Nel primo atto Aminta racconta la sua storia di amore e disperazione, iniziata in età precoce e del suo proposito di suicidarsi di fronte al rifiuto di Silvia. L’atto si chiude con l’elogio della perduta età dell’oro, quell’Arcadia dove ogni cosa desiderata è lecita e la vita scorre felicemente senza falsi pudori, nel solco della legge di natura. Nell’atto secondo Aminta salva l’amata da un tentativo di violenza da parte di un satiro, anch’egli a modo suo innamorato della fanciulla, senza però ottenere riconoscenza alcuna. Servirà la notizia del suicidio di Aminta per intenerire la ninfa e farle nascere un sentimento di pietà e di pentimento che si volgerà in amore nell’ultimo atto dell’opera, quando si apprende che il tentativo di suicidio di Aminta è fallito. Dal punto di vista del contenuto il testo solleva numerose questioni, soprattutto ad un lettore dei nostri giorni. Da un lato l’Arcadia, uno stato di natura idilliaco dove il poeta vorrebbe andare e rifugiarsi e dall’altro l’ambiente della corte ferrarese che è specchio della realtà di tutti i giorni. Le tematiche profonde sono dunque molteplici ed è interessante soffermarsi brevemente su alcune, interpretate alla luce di due autori moderni. Il contrasto tra vita sociale, regolata da leggi e consuetudini e la vita secondo natura, emerge in più luoghi dell’opera e ci porta alla conclusione di un apprezzamento lirico e ideale del Tasso verso l’età d’oro della spensieratezza e verso una condanna nei confronti del contesto cortigiano, spesso corrotto.

Questo è in sintesi il significato dell’elogio del “s’ei piace ei lice” che il Getto ha definito come “gioiosa anarchia dei sensi” e che di sovversivo in effetti ha molto, se si legge all’interno della tradizione di pensiero occidentale, che fa della dicotomia tra leggi positive (o comandamenti) e istinti naturali il fondamento dell’autorità politica e religiosa nello stesso tempo. Nell’episodio del satiro che tenta Silvia, Tasso gli fa dire: “ma perché in van mi lagno? Usa ciascuno quell’armi che gli ha date la natura per sua salute: il cervo adopra il corso, il leone gli artigli, ed il bavoso cinghiale il dente; e son potenza ed armi de la donna bellezza e leggiadria; io perché non per mia salute adopro la violenza, se mi fé natura atto a far violenza ed a rapire?”. A modo suo, nell’ottica della legge di natura, il ragionamento del satiro non fa una grinza. Ma nella società civile è l’onore a frenare gli istinti, come si legge alla fine del coro del primo atto: “quel vano nome senza soggetto, quell’idolo d’errori, idol d’inganno, quel che dal volgo insano onor poscia fu detto, che di nostra natura ‘l feo tiranno, non mischiava il suo affanno fra le liete dolcezze de l’amoroso gregge; ne fu sua dura legge nota a quell’alme in libertate avvezze, ma legge aurea e felice che natura scolpì: s’ei piace, ei lice” e più avanti: “tu prima, onor, velasti, la fonte de i diletti, negando l’onde à l’amorosa sete […] opra è tua sola, ò onore, che furto sia quel, che fu don d’Amore […] e son tuoi fatti egregi, le pene, e i pianti nostri, ma tu, d’Amore, e di Natura donno”. L’onore dunque contrasta amore, di cui è signore (donno) e genera sofferenza negli uomini con l’ostacolare ciò che la natura ha messo loro nei cuori (quello che sarà il “Lenzes Gebot”, comando di primavera, di Hans Sachs nei Maestri Cantori di Wagner).

Tre secoli dopo, Sigmund Freud scriverà (Il disagio della civiltà, 1930): “Il processo di incivilimento è quella modificazione del processo vitale che questo subisce sotto l’influsso di un compito [che] consiste nel riunire persone isolate in una comunità collegata all’interno libidicamente. […] Lo sviluppo individuale ci appare come il prodotto dell’interferenza tra due aspirazioni, l’aspirazione alla felicità, che noi sogliamo chiamare egoistica, e l’aspirazione all’unione con gli altri nella comunità, che chiamiamo altruistica. […] Così del pari le due aspirazioni, quella alla felicità individuale e quella all’unione con gli altri, sono destinate a lottare in ogni individuo”. Da questa lotta si origina la sofferenza del singolo e quella che l’autore definisce come nevrosi collettiva di una massa malata. “Si può infatti sostenere che anche la comunità sviluppi un Super-io sotto il cui influsso si compie lo sviluppo della civiltà […] Il Super-io della civiltà ha configurato i suoi ideali ed eleva le sue pretese. Tra queste quelle che riguardano i rapporti degli uomini tra loro vengono comprese come etica.” L’etica viene vista come il punto debole di ogni civiltà e si arriva al paradosso che i comandamenti, tra cui il principale “ama il prossimo tuo” sarebbero secondo il padre della psicanalisi, inattuabili, perché il “Super-io della civiltà non si preoccupa della costituzione psichica dell’uomo, emana un ordine e non si chiede se per l’uomo sia possibile eseguirlo”.

Più tardi ancora, Konrad Lorenz scriverà (Il declino dell’uomo, 1983): “le inclinazioni fissate nel programma genetico della specie umana non sono sufficienti a soddisfare le pretese della società moderna, costituita da milioni di individui. In un gruppo di amici ognuno seguirà spontaneamente i dieci comandamenti, e se occorre affronterà gravi pericoli, mettendo a repentaglio la sua stessa vita, per salvare quella di un amico. Un sociologo americano ha calcolato che il numero ottimale di persone per un gruppo cementato da stetti legami di amicizia è di undici elementi. […] L’uomo non è malvagio fin dalla giovinezza. L’uomo è buono quanto basta per una società di undici persone”. Tra gli stereotipi cortesi dell’Aminta si celano dunque tematiche importanti per chi voglia cogliere queste suggestioni e la portata del contenuto sembra contrastare maggiormente con la regolarità, eleganza e nitidezza della forma, imposta dall’edizione bodoniana, che ci appare così, sotto questo rispetto, quasi uno “struggente tentativo di mettere in ordine il mondo”, per citare impropriamente Baricco, attraverso una “rassicurante ripetizione di forme”.

L’esemplare posseduto dalla civica spezzina, l’Aminta favola boschereccia di Torquato Tasso ora alla sua vera lezione ridotta, Crisopoli (“Città d’oro”, antico nome di Parma), 1793, di grande formato (in-folio), si compone di trentacinque pagine iniziali numerate in arabo e centodiciassette in romano. Il testo, che contiene gli Itermedi e l’Amor fuggitivo, riscontrato e revisionato sulla base delle prime edizioni a stampa, è preceduto dall’epistola dedicatoria in versi del Bodoni (in realtà Vincenzo Monti) alla marchesa Anna Malaspina della Bastia a celebrazione del matrimonio della figlia (già nell’edizione del 1789). Tra le biblioteche afferenti al circuito del Servizio Bibliotecario Nazionale questa edizione è posseduta in tutta Italia da dodici istituti. Questa copia in particolare, inventariata al n. 22414, entrò alla Mazzini il 13 dicembre 1915, essendo direttore Ubaldo Mazzini e apparteneva alla prof. Orestilla Biasci Piccardo, poetessa spezzina dei primi del secolo scorso.