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I gioielli della Mazzini

Tutto il sapere del mondo

Continua il tour virtuale di CDS fra gli scaffali della biblioteca "Mazzini" che apre i cassetti più ameni e presenta le proprie rarità.

Encyclopédie, ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, par une société de gens de lettres, a Lucques: chez Vincent Giuntini imprimeur, 1758, Frontespizio

Il 23 gennaio 1759 Omer Joly de Fleury, allora Procuratore generale del Parlamento di Parigi, pronunciò un discorso di condanna contro otto opere letterarie “empie”, ritenute una minaccia esplosiva in grado di disgregare la società, lo stato e la religione della Francia. Una di queste, composta da diversi volumi, fa oggi bella mostra di sé tra le edizioni antiche della Biblioteca civica U. Mazzini della Spezia.
Si tratta della celebre “Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers” (Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri) a cura di Denis Diderot e Jean Baptiste Le Rond d’Alembert, di cui allora era appena uscito il settimo volume (1758) e a cui venne revocato poco dopo il privilegio di stampa, al culmine di clamorose proteste, censure, sequestri e persino arresti.
Nata come impresa commerciale, e cioè come la traduzione in francese della Cyclopaedia di Ephraim Chambers (“Cyclopaedia, or an Universal Dictionary of Art and Sciences”, Cyclopaedia, o il dizionario universale delle arti e delle scienze, Londra 1728, 2 vol.), l’Encyclopédie prese forma come progetto a sé stante sotto la direzione editoriale di Diderot e d’Alembert, sino a divenire quel simbolo di laicità e libertà di ricerca, diretta incarnazione dei valori dell’Illuminismo, che tutto il mondo conosce. Ispirata idealmente a celebri modelli precedenti, come il dizionario di Moreri, ma soprattutto di Bayle (cfr. qui: http://www.cittadellaspezia.com/I-gioielli-della-Mazzini/L-epopea-secentesca-dei-grandi-184471.aspx) che veniva letto come esemplare capolavoro di critica e erudizione unite assieme, l’Encyclopédie aveva essenzialmente due scopi principali. Come enciclopedia essa doveva esporre nel modo più esatto possibile l’ordine e la connessione delle conoscenze umane; come dizionario invece, doveva spiegare i principi generali su cui si fonda ogni scienza e arte, liberale o meccanica e i più notevoli particolari che ne costituiscono il corpo e l’essenza. È quanto si apprende dal “Discorso preliminare” di d’Alembert, contenuto nel primo volume dell’opera (1751), da cui si evince come l’Encyclopédie, quale compendio universale della conoscenza umana, si proponesse di ripercorrere le principali tappe dell’ontogenesi e della filogenesi del sapere fino a costruire l’albero enciclopedico della conoscenza, classificandone baconianamente i rami evolutivi. Attraverso quella che d’Alembert definiva “l’esposizione metafisica dell’origine e connessione delle scienze” essa metteva così a nudo la concatenazione interna dei vari campi e facoltà dello scibile.
Data la mole del lavoro questo grandioso progetto venne concepito come opera collettiva di una società di scrittori, come indicato nella parte esplicativa del titolo (“…par une Société de Gens de lettres”), in costante crescita e sviluppo indefinito. Un’opera dunque aperta e suscettibile di continua revisione.
Alla fine della travagliata pubblicazione (1772), l’Encyclopédie era composta da oltre 60.000 voci, suddivise in 17 volumi di testo più 11 di tavole e si stima abbiano partecipato alla stesura più di 160 collaboratori, tra cui Montesquieu, Voltaire, Rousseau, il Barone d’Holbach, Condillac e altri celebri intellettuali e poligrafi dell’epoca. Particolarmente rilevante fu anche la collaborazione di artigiani e tecnici che furono invitati a esporre le loro arti e le cui botteghe vennero visitate direttamente dagli autori delle voci e dai disegnatori delle tavole esplicative, come ricorda Diderot stesso nel “Prospectus” dell’opera, un testo stampato nel novembre 1750 in 8.000 copie per sondare l’interesse del pubblico verso il progetto dell’enciclopedia e raccogliere le sottoscrizioni necessarie all’impresa editoriale, che furono oltre 4.000. In quest’ultimo aspetto sta il significato politico rivoluzionario dell’Encyclopédie: farsi portavoce di una classe sociale in ascesa economica ed intellettuale, la moderna borghesia, che si opponeva ai valori dell’Ancien Regime e del clericalismo conservatore, criticandoli più o meno apertamente con le argomentazioni dettate dai lumi della ragione.
Questo deciso successo del pubblico fu la molla che permise agli enciclopedisti di respingere nello stesso tempo i violenti attacchi, in primis dei Gesuiti e più in generale dei reazionari, che cercarono a più riprese di ostacolarne le pubblicazioni. Dopo i primi tre volumi che uscirono negli anni dal 1751 al 1753, il clima di opposizione divenne sempre più caldo, a causa della campagna denigratoria portata avanti da alcuni intellettuali all’interno di giornali, gazzette e libelli satirici, sino alla revoca del privilegio di stampa e addirittura ad un breve di condanna emesso da Papa Clemente XIII nel settembre 1759.
Mentre d’Alembert e altri abbandonavano, Diderot continuò segretamente la redazione delle voci e nel 1766 vennero distribuiti gli ultimi dieci volumi, tacitamente permessi dal governo ed infine tra il 1762 e il 1772 apparvero gli undici volumi delle tavole.
Alla base del metodo degli enciclopedisti, dichiara d’Alembert nel “Discorso preliminare”, sta la convinzione che tutte le nostre conoscenze derivano dall’esperienza, che deve essere l’ultimo giudice della veridicità delle teorie scientifiche e filosofiche. Un rigido empirismo deve quindi guidare ed ha in effetti guidato lo sviluppo della conoscenza umana, interrotto poi dai secoli bui della “barbarie” medievale e ripreso nel periodo del Rinascimento, che ha per centro e nucleo promotore l’Italia stessa. “Sarebbe ingiusto da parte nostra […] non riconoscere il nostro debito verso l’Italia: la quale ci ha donato le scienze, che in seguito hanno fruttificato con tanta abbondanza in tutta l’Europa. Soprattutto all’Italia dobbiamo le belle arti e il buon gusto e innumerevoli modelli d’ineguagliabile perfezione”.
Se la sensibilità e dunque l’esperienza offrono al filosofo il punto di partenza e di arrivo nelle sue ricerche, permettendo di allontanare ogni forma di scetticismo e di giudicare su questioni importanti come quelle teologiche, dal punto di vista della storia sociale dell’uomo, gli enciclopedisti sono convinti che l’origine della società stia tutta nel principio edonistico di conservazione del corpo, che detta i parametri per valutare del giusto e dell’ingiusto, all’interno di una visione del mondo profondamente laica.
L’uomo, che punta naturalmente a conservare intatto il proprio corpo e a cercare quindi di attrarre a sé cio che gli crea vantaggio e benessere, allontanando ogni fonte di sofferenza e dolore, ha capito in tempi remoti che unendosi ai suoi simili, attraverso un patto consapevole, può ottenere tutto ciò in maniera migliore e più duratura, eliminando i soprusi generati dalla legge del più forte. In questo modo nascono i valori sociali di bene e male, o meglio di giusto ed ingiusto, che non sono dunque assoluti o rivelati, ma relativi e storici. La stessa legge positiva è tuttavia identica nella sostanza a quella del più forte, che coincide in questo caso con la moltitudine degli individui ed il suo interesse.
Così il vincolo sociale fa germogliare le arti che tutti conosciamo, dall’agricoltura alla medicina, che derivano anch’esse dal principio di conservazione del corpo e sono finalizzate al benessere collettivo. Attraverso un processo di astrazione l’uomo arriva infine a privare la materia delle sue qualità sensibili per studiarla nell’aritmetica e geometria. Anche la scienza più astratta ha dunque origine dall’utilità.
Come dizionario ragionato, l’Encyclopédie si occupa dell’esposizione storica dell’ordine di successione delle conoscenze umane, senza risparmiare critiche al sistema della teologia occidentale. “Benché la religione non abbia altro compito oltre quello di guidare la morale e la fede,” – scrive sempre d’Alembert nel “Discorso preliminare” -“costoro (alcuni teologi) le attribuivano anche il compito di svelarci il sistema del mondo fisico, ossia tutti quegli argomenti che l’Onnipotente ha espressamente lasciato alle nostre controversie” e prosegue con un chiaro riferimento alla condanna di Galileo: “Un tribunale […] che la religione condanna benché sia formato dai suoi stessi ministri […] condannò un celebre astronomo, come reo di aver sostenuto che la terra si muove e lo dichiarò eretico […] così l’abuso dell’autorità spirituale congiunta a quella temporale obbligava la ragione al silenzio, e poco mancò che si negasse al genere umano il diritto di pensare”.
Il “sapere aude” è nello spirito dell’Encyclopédie spesso unito alla strenua e talvolta velata (poiche disseminata in articoli di minore importanza o celata nei rinvii interni tra le voci) opposizione contro l’ingerenza politica della religione e la censura che ne segue.
Dal punto di vista strettamente editoriale, pur andando oltre la Cyclopaedia di Chambers, che, scrive Diderot nel “Prospectus”, nei soli due volumi in-folio di cui si compone, “ha attinto oltre misura da altre opere” e “contiene una enorme quantità di lacune”, l’Encyclopédie non potrà mai sostituire integralmente i libri e potrà servire solo ad uso di consultazione. Concepita come base per successivi sviluppi e come un santuario che custodisce il sapere di un epoca tuttavia essa “potrà almeno in avvenire, far le veci di una biblioteca in ogni argomento che interessi un uomo di mondo, in ogni argomento, eccetto il suo, per un doto di professione” anche se “dovrà contenere un giorno tutte le conoscenze umane”. “L’ultima perfezione di un’enciclopedia” – conclude Diderot – “è opera di secoli. Ci sono voluti secoli per cominciare, ce ne vorranno per finire”. Allora essa conterrà tutto il sapere del mondo.
La fortuna dell’opera fu subito grande, alimentata proprio dalle censure subite, che suscitarono curiosità e dalla soppressione dell’ordine dei Gesuiti (1764), che maggiormente si erano opposti alla sua diffusione. Venne imitata all’estero e ristampata più volte, anche in edizioni concorrenti pirata, in formati più piccoli dell’in-folio originale.
In Italia fu stampata già a partire dal 1756 nella Repubblica di Lucca, su iniziativa di Ottaviano Diodati e del tipografo Vincenzo Giuntini ed è proprio questa la bella edizione posseduta dalla Biblioteca U. Mazzini.
È composta da 17 tomi di testo e 11 di illustrazioni e riprende la stessa composizione tipografica della princeps, con l’aggiunta però di note e passi esplicativi curati da teologi lucchesi per cercare di mitigare i passi più controversi e pericolosi per la religione, che non furono però sufficienti a evitare anche in questo caso le censure della Chiesa romana.
I volumi si presentano in buono stato di conservazione complessivo, con alcune tracce di foxing della carta. La legatura purtroppo non è originale, ma frutto di un restauro un po’ troppo azzardato, eseguito probabilmente a metà del secolo XIX.