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Alle origini della lingua italiana, le lettere di Ghezo a Vanni - Citta della Spezia
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I gioielli della Mazzini

Alle origini della lingua italiana, le lettere di Ghezo a Vanni

Continua il tour virtuale fra gli scaffali della biblioteca "Mazzini" che apre i cassetti più ameni e presenta le proprie rarità.

Biblioteca Ubaldo Mazzini

Per volontà del suo primo direttore, Ubaldo Mazzini, la Biblioteca civica della Spezia è anche sede dell’Archivio storico comunale, che raccoglie più di 2.000 unità archivistiche che spaziano dai primi del Quattrocento alla seconda metà dell’Ottocento.
Tra i diversi fondi, recentemente riordinati e ricollocati (1997) a garanzia di una migliore conservazione e accessibilità, si annovera la serie quasi completa dell’antica Podesteria, tra cui spiccano i libri delle deliberazioni della magnifica comunità della Spezia, conservati a partire dal 1403, per un totale di circa 200 volumi rilegati e quella delle filze e libri criminali, che partono dal 1416 per un totale di oltre 300 unità e testimoniano ogni processo e fatto di sangue svoltosi nell’ampio territorio del Capitaneato. In queste carte è racchiuso, senza pretesa di esclusività, ciò che ancora di inedito si può scrivere sulla storia del nostro territorio. Oltre alla parte prettamente istituzionale, tra cui rientrano i cartulari dei notai spezzini, nel loro valore di documento pubblico, si aggiunsero nel tempo manoscritti provenienti da fondi privati, come quelli, assai notevoli, del conte Giovanni Sforza di Montignoso, da lui stesso donati in punto di morte alla municipalità spezzina (1922). Questo lascito venne preso in carico dall’allora direttore Ubaldo Mazzini, amico di lunga data del Conte, con cui aveva condiviso la passione per lo studio delle antichità liguri, formatasi all’interno della redazione del Giornale storico e letterario della Liguria, che si stampava alla Spezia presso la tipografia di Francesco Zappa per la Società di Incoraggiamento. Ad accogliere il patrimonio documentario del Conte venne destinata una delle sale più belle e luminose di palazzo Crozza, la sala cosiddetta “S”, sulla cui porta campeggia tutt’ora l’epigrafe “Biblioteca Sforza”, ma la prematura scomparsa del Mazzini impedì un preciso ordinamento del materiale manoscritto, che subì diversi tentativi di riordino nel corso degli anni seguenti, senza mai giungere alla completezza. Si occupò in particolare del fondo Sforza, il professor Augusto Cesare Ambrosi, già Presidente dell’Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini cui si deve l’ultimo lavoro di inventariazione, negli anni ’80 del secolo scorso.
È appunto all’interno del lascito Sforza che si conserva un documento unico quanto singolare sotto molteplici punti di vista, comprese le circostanze del suo ritrovamento, recentemente avvenuto.
Si tratta di una lettera scritta nel 1310 da Ghezo Grifoli a Vanni
Salimbeni, membro della celebre e potente famiglia senese. Nel 2009, durante un lavoro di revisione del materiale Sforza ho avuto la fortuna di imbattermi nel documento, il cui contenuto e forma ho potuto approfondire con ricerche successive.
Di questa serie epistolare si conosceva sino ad allora solo una lettera, datata 1314, conservata presso la Pontificia Biblioteca Antoniana di Padova e studiata dal professor Marco Pecoraro in “Studi di filologia italiana, bollettino dell’Accademia della Crusca” (1957), quale caso molto particolare per la storia della lingua italiana. Lo stile di Ghezo presenta infatti delle peculiarità fonetiche, morfologiche e grafiche che lo rendono unico all’interno delle raccolte degli antichi testimoni dell’idioma italico.
Definito da padre Alberto Fanton, Direttore dell’Antoniana di Padova, come documento dalla “grafia quasi indecifrabile” e “di capitale importanza per la formazione della nostra lingua” (“Il terzo tesoro del Santo”, in “Il Messaggero di Sant’Antonio, n. 1290, gennaio 2012), la lettera di Ghezo del 1314 è stata inserita nella “Bibliografia dei testi in volgare fino al 1375”, curata dall’Opera del vocabolario italiano, Centro studi del Consiglio nazionale delle ricerche, presso l’Accademia della Crusca e di recente è stata analizzata, quale caso particolare ed unico di scrittura, dal paleografo Attilio Bartoli Langeli, che ritiene Ghezo “lo scrivente più generoso e più inabile del nostro Trecento” (cfr. Attilio Bartoli Langeli, La scrittura dell’italiano. Bologna: Il Mulino, [2000], p. 31).
Nel suo studio, Pecoraro definì la lettera come “difficile e dubbia a interpretare”, anche a motivo dei caratteri in cui è scritta, che sono “piuttosto strani, a tratti ora angolosi, or quadrati, or cuneiformi”, cosa che ci porta a ritenere lo scrivente come “incolto, o al più di limitata cultura mercantesca”, che “scriveva senza alcuna cura, storpiando spesso le parole conforme al modo con cui le pronunciava e percepiva” (M. Pecoraro, “Anomalie grafiche e fonetiche in un’epistola senese del primo Trecento”, in Studi di filologia italiana, XV, 1957, pp. 439-452).
Siamo nell’ambito di quella forma di corrispondenza che è una via di mezzo tra la commerciale e la personale. Ghezo infatti era il mezzadro di Vanni di Tofo Salimbeni cui scriveva periodicamente per informalo su ciò che accadeva nelle terre da lui direttamente controllate e sugli affari che aveva portato a termine o voleva intraprendere a vantaggio del suo signore.
Essendo un semi-analfabeta, il suo stile, pervaso da errori e storpiature, unisce termini dialettali senesi con quelli di altre zone della Toscana: quando Dante non aveva ancora terminato di scrivere la Commedia e si era agli albori della questione della lingua, Ghezo con le sue lettere accuratamente compilate contribuiva inconsapevolmente a gettare una piccola ma importante luce sulla formazione del nostro linguaggio.
L’esemplare spezzino ha permesso di aggiungere dati e notizie di un certo rilievo rispetto a ciò che si conosceva sui personaggi e luoghi citati nei testi e sciogliere così alcuni nodi problematici. Con la prima lettera, il professor Pecoraro aveva solamente ipotizzato che Ghezo fosse il fattore di Vanni Salimbeni, che amministrava parte delle terre situate nella zona della Maremma senese che ha per centro il paese di Boccheggiano (scritto “bochegigano” da Ghezo) frazione del comune di Montieri, che all’epoca apparteneva proprio alla ricca famiglia senese. Da un confronto con altri testi editi e documenti manoscritti dell’Archivio di Stato di Lucca si è potuto dedurre l’appartenenza di Ghezo alla famiglia senese dei Grifoli, che faceva parte dell’ordine dei Gentiluomini e del pari è stata collocata la sua data di nascita tra il 1260 ed il 1270.
Dal punto di vista della lingua, abbiamo trovato conferma che lo stile di Ghezo si distingue per l’assenza delle consonanti nasali davanti ad altra consonante (es. dcedo per d(i)ce(n)do), per la caduta delle liquide non seguite da vocale, (es. copa per c(o)lpa), e della r di per. Le mancanze non sono, contrariamente all’uso dominante, segnalate da alcuna abbreviazione. Ancora più singolare è il frequente raddoppiamento, senza regola, delle consonanti semplici che si accompagna allo scempiamento delle doppie. Nello scrivere di Ghezo manca inoltre ogni segno di interpunzione e l’uso di maiuscole per denotare nomi propri e di luogo. Ma il tratto più strano del suo stile è relativo all’uso delle doppie, che vengono interposte alle vocali, come ad esempio: tutiti (tutti), bochegigano (Boccheggiano), gigouedie (ggiouedie), ebib (ebbi), copipe (co(m)ppie), etc.
La lettera di Ghezo ha fatto parlare di sé anche all’estero. Un antico adagio giapponese recita: “le cose nascoste sono le più evidenti”, ma non credo sia solo per questo che l’esemplare spezzino, rimasto nascosto per tutti questi anni, ha attratto persino l’attenzione di un professore giapponese dell’Università di Osaka, studioso della lingua italiana, che si è recato appositamente alla Spezia per esaminarla e riportare così in patria un frammento di storia italiana e un ricordo insolito del Golfo della Spezia.
Per maggiori informazioni e un approfondimento sulla lettera del 1310, mi permetto di rimandare al mio scritto: “Avanni gheço visi rachomada: un’altra lettera di Ghezo a Vanni”, s.n., La Spezia, 2011, consultabile qui: clicca qui