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Il mestiere del fotoreporter raccontato da Berengo Gardin

L'appello del celebre fotografo al Festival della Mente: "Non fate foto inutili, usate i cellulari solo per telefonare".

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“Non mi interessa il lirismo né la poesia, a me interessa documentare le cose”. Intervenuto nel secondo giorno del Festival della Mente di Sarzana ieri Gianni Berengo Gardin ha sintetizzato così il suo approccio alla fotografia, che ha contribuito a renderlo uno fra i più importanti fotoreporter in Italia e all’estero. Classe 1930, nato a Santa Margherita ma cresciuto nella Roma occupata, ha iniziato a fotografare con la macchina della madre, prima di intraprendere la carriera vera e propria a Venezia. “Inizialmente avevo velleità artistiche, facevo foto ai tramonti in Laguna – ha detto di fronte alla platea del Canale Lunense – poi più tardi leggendo i libri che mio cugino mi mandava dall’America ho capito che sarebbe diventato un lavoro vero”. Un’esperienza alimentata dalle influenze della letteratura di Faulkner, Hemingway e Steinbeck: “Quando mi sono recato per la prima volta nei luoghi da loro descritti mi sono reso conto di conoscerli alla perfezione”.
Narrazione e fotografia sono sempre state una costante nella carriera di Berengo Gardin, come spiegato dall’editore di Contrasto Roberto Koch che ha dialogato con lui sul palco: “Nel suo caso – ha evidenziato – c’è sempre stato un impegno concreto nel narrare usando la macchina come una penna. Narrazioni diverse come architettura, inchiesta e denuncia sociale”.
Il primo successo editoriale è arrivato proprio con un libro su Venezia accompagnato dai testi di Mario Soldati e Giorgio Bassani, poi “Morire di classe” con Carla Cerati, pubblicazione di denuncia sulla condizione dei manicomi italiani nel 1968. “Franco Basagalia – ha ripreso Berengo – si batteva per la chiusura dei manicomi e nessuno fino a quel momento aveva mai pubblicato immagini sulle case di cura. Abbiamo fatto vedere a tutta l’Italia come vivevano i pazienti, contribuendo all’approvazione della legge 180 in Parlamento. In sei mesi ci siamo recati in diversi manicomi, anche a Firenze che era considerato uno dei peggiori. I direttori non ci facevano entrare ed erano gli stessi malati ad aiutarci per farsi fotografare, facendoci passare come parenti. Capivano l’importanza di quegli scatti”.
In ambito sociale un altro importante lavoro di Gianni Berengo Gardin ha riguardato le comunità rom di Firenze, Padova ed altre città: “Si parla spesso di loro in termini negativi – ha sottolineato – ma conosciamo solo una minima parte, ho vissuto con loro ed è stata un’esperienza particolare, come la collaborazione con Renzo Piano per il quale fotografavo i cantieri ancora in corso dando un contributo indispensabile al suo lavoro”.
Con la sua macchina a pellicola prima a tracolla e poi appoggiata sulla scrivania del Festival, a margine del suo apprezzatissimo intervento si è sottoposto con grande disponibilità all’affetto delle tantissime persone che lo hanno avvicinato per un saluto e un autografo, ma anche per avere un parere sulla tesi. Il suo tono pacato e sereno è cambiato solo quando si è trovato a parlare del presente e del futuro della fotografia, influenzata dall’avvento del digitale e degli smartphone. “Il telefonino si usa per telefonare – ha puntualizzato – e non per scattare. Mi sembra che ormai siano tutti fotografi ma questo è un mestiere come tutti gli altri che necessita di esperienza e studio ed ha le sue regole ben precise. Evitate di immortalare cose inutili. Non ce l’ho con il digitale – ha precisato – ma con i programmi di fotoritocco, molti miei colleghi scattano a raffica tanto dopo possono aggiustare tutto, ma così si riempiono i giornali di immagini false. Credo che l’era dei fotografi sia finita, almeno in certi ambiti”. Una preziosa lezione sul mestiere del racconto per immagini fatta con la massima consapevolezza: “Se ho avuto un certo successo – ha concluso – è perché ho sempre conservato lo spirito del dilettante senza mai smettere di fotografare”.

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