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Il sabato del Miraggio

Un calcio al calcio

di Salvatore Di Cicco

Carlo Tavecchio

La brutta figura rimediata dall’Italia calcistica ai mondiali di Brasile si presta a qualche riflessione su un mondo che da qualche tempo ha perso i suoi connotati originari e non sembra aver trovato una via nuova alternativa.
Come spesso accade, nel mondo dello sport e in particolare nel calcio, le gesta dei campioni e della rappresentativa nazionale diventano “carburante” indispensabile alla crescita di tutto il movimento, iniettando nei giovani voglia di andare avanti e, possibilmente, di emergere come i loro idoli.
Di fronte a questa prospettiva, però, oggi si assiste ad un fenomeno che inquina in maniera sostanziale il processo di evoluzione sia dei singoli calciatori che di tutto il mondo in cui questi vivono la propria esperienza sportiva. L’arrivo della televisione a pagamento e il mondo delle scommesse hanno ulteriormente allargato la macchia del sospetto su quello che ormai è diventato lo sport globale per antonomasia.

Ora, tra gli “effetti collaterali” di tale situazione, non si può tralasciare quello della scomparsa di alcune società legate ad una storia sportiva di rilievo o comunque ad una città di rilievo nazionale. Dalla Pro Patria alla Pro Sesto, dalla Biellese alla Pistoiese, dalla Cremonese alla Carrarese, dal Mantova alla Triestina: una lista senza fine di società da tempo finite nel cono d’ombra dei campionati minori.
Ultime in ordine di tempo, Padova e Siena che, per i soliti motivi economici, non sono riusciti a iscriversi ai rispettivi di campionati di serie B e di Lega Pro. È vero che, nel frattempo, tornano in auge società come Pro Vercelli ed Entella e che si affacciano (o si riaffacciano) sullo scenario nazionale squadra come Trapani e Lanciano, Frosinone e Perugia ma resta il fatto che solo il denaro decide salita e discesa di questa o quella società. I costi di gestione, si sa, non sono per gente morigerata ma è anche vero che i nuovi introiti (diritti televisivi e sponsor di ogni tipo) non riescono a coprire il pozzo senza fondo dei debiti societari.

Allora c’è qualcosa che non va. E questo qualcosa è la voglia smodata di raggiungere ambìti traguardi che non tiene conto della necessità di curare il settore giovanile, vera risorsa, non solo tecnica, di ogni società sportiva. Si aspetta sempre la manna di qualche “paperone” disposto a mettere mano al portafoglio, dimenticando che non sempre i soldi fanno la felicità, tanto meno quella calcistica. Lo dimostra lo spreco di denaro da parte di società blasonate che non riescono a tornare grandi e che devono fare i conti con bilanci in rosso.
Ma tant’è. Fra poco si ricomincia. Dimenticate le delusioni o galvanizzati dai successi dell’ultimo campionato, gli sportivi (di curva e di tribuna) torneranno a soffrire per i propri colori. La maglia sarà un simbolo a cui legare le sorti non solo della squadra ma anche della propria città perché il successo può dare alla testa ma può dare anche qualche vantaggio “di ritorno” all’economia locale. Un risvolto da non dimenticare, in tempi di magra come quelli attuali. Un segnale da tenere d’occhio prima di dare un calcio al calcio.