Quantcast
In prigione per giornalismo abusivo. Blogger preparate le arance... - Citta della Spezia
LA REDAZIONE
Scrivici
PUBBLICITÀ
Richiedi contatto

A fatti estremi

In prigione per giornalismo abusivo. Blogger preparate le arance…

Chi esercita abusivamente la professione di giornalista rischia il carcere fino a due anni e multe da 10.000 a 50.000 euro. A dare la bella notizia è lo stesso Ordine Dei Giornalisti. Fino ad ora, ai collaboratori e redattori abusivi di testate cartacee e online spettavano secondo la legge 348 del Codice penale solo “blande sanzioni”, ovvero multe di qualche centinaio d’euro o, in alternativa, la reclusione fino a sei mesi. Da oggi invece, grazie al ritocchino della stessa legge, «Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a 2 anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca delle attrezzature e degli strumenti utilizzati».

Rileggete con attenzione:”con la reclusione fino a 2 anni E con la multa”. Niente più aut aut, quindi: se scrivete su qualche giornale ma NON siete iscritti all’Albo professionale, dite pure ai vostri cari di andare a comprare le arance. Insomma, niente carota, cari non-giornalisti, nel vostro purgatorio è previsto l’uso del solo bastone. Qualcuno lo vede come un tentativo di porre fine “all’esercizio abusivo della professione giornalistica”, ma prima di usare “pesanti sanzioni” sarebbe forse meglio metterci d’accordo sul significato dei termini in questione.

Sul Corriere di oggi, 14 luglio, Pierluigi Battista parla di un vero e proprio “avvitamento di manette”, di una legge che punisce “chi osa sfidare il monopolio della corporazione”, che considera certe redazioni – soprattutto online – come “un covo di delinquenti”.

Come si può leggere nella “Storia” pubblicata sul sito ufficiale dell’OdG, solo in Italia esiste un Ordine dei Giornalisti. L’Ordine motiva la sua esistenza con la necessità di tutelare la pubblica opinione, ma questa singolarità dovrebbe far riflettere. In Italia – notoriamente terra dalla Burocrazia kafkiana – abbiamo 28 ordini professionali. Architetti, Avvocati, Commercialisti, Farmacisti, Geologi, Infermieri, Ingegneri, Medici, Notai, Ostetriche, Psicologi, Veterinari… E Giornalisti. Il giornalismo sarebbe perciò un tecnicismo, e i suoi adepti dei tecnici dell’informazione. Una visione da un certo punto di vista condivisibile. Ma premiarli e punirli tutti assieme è come dire che un chirurgo che opera un paziente senza una laurea in Medicina e un giornalista che pubblica un articolo di economia senza essere iscritto all’Albo – ma magari plurilaureato in economia – sono a pari livello. Perché la legge 348 butta tutti dentro allo stesso pentolone, facendone una questione di “status professionale.”

Quando si vuole sostenere che una simile tutela è a vantaggio ANCHE degli stessi iscritti, bisognerebbe prima chiedersi in quale modo la limitazione della libertà di stampa e di opinione possa giovare a chicchessia, soprattutto perché in uno stadio come quello attuale in cui vige la pluralità e mescolanza di opinioni, la rete è quanto di più simile al ragazzino porta-caffè delle redazioni anni ’80 esista: permette di formarsi.

E poi parliamo di come ottenerlo, oggi, quel tesserino. Vent’anni fa ancora si entrava in redazione a quattordici anni e si otteneva un contratto a tempo indeterminato seguendo il ritmo naturale della vita. A quei tempi i praticantati non erano bestie mitologiche, porcini da 8kg da scovare nel bosco, ma normali contratti di impegno e professionalizzazione stipulati tra il datore di lavoro e l’apprendista. Oggi questo mito non esiste quasi più: è come con gli autobus notturni a Roma, tutti ne parlano ma nessuno ci crede. Per potere tentare l’esame da professionisti ed iscriversi all’Ordine dei Giornalisti nel 2014 esistono solo due strade: il praticantato da 18 mesi (la porta finta), e le scuole di giornalismo (il patto col diavolo). Queste seconde esistono, ma si fanno sentire; sono quattordici, sparse a Nord e a Sud, durano due anni e hanno tutte una cosa in comune: il prezzo da capogiro. Se si riesce a passare la selezione iniziale, attendono due anni di rette da scuola privata prima di giungere all’agognato esame.

Non tutti possono permettersi un salasso del genere. E se non tutti possono permetterselo, non tutti possono scegliere la via della scuola. E se non scegli la scuola, puoi solo restare pubblicista – dopo 2 anni di collaborazione continuativa, retribuita e riconosciuta in una testata riconosciuta dall’Ordine – oppure ottenere un praticantato (leggi sopra). La normativa attuale non può dunque che creare disparità, tra chi può fare parte del Club Dei Giornalisti e chi non solo non può, ma non può nemmeno pensarci.
La precisione, la verità delle fonti, l’onestà della notizia, questi sono gli elementi che devono comporre il Giornalista, e non l’appartenenza a un Club che diventa sempre più esclusivo. Quest’ultima normativa punitiva nei confronti dei “non professionisti” si inserisce alla perfezione nella discussione pluriannale sulla legittimità dell’esistenza dell’Ordine, a dimostranza del fatto che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Non è proteggendo chi non fa parte del Club che si da’ un senso a un’istituzione, l’Ordine, che citando Vasco “Un senso non ce l’ha”. Senza contare che i redattori bravi ma non professionisti rischieranno adesso di non potersi esprimere per paura di essere messi alla gogna.

Per citare ancora Pierluigi Battista “Chi fa del giornalismo senza essere iscritto all’Ordine, in un regime pluralistico dove le fonti di informazioni sono tante e diverse, non fa male a nessuno. E non sarà certo un timbro dello Stato, comunque, a neutralizzarne l’eventuale pericolo. Ma il buon senso scarseggia, le corporazioni sono aggrappate al loro monopolio e la libertà di opinione non sembra un valore forte. Questo è il vero pericolo.”