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Il sabato del Miraggio

Una piazza senza piazza

di Salvatore Di Cicco

Piazza Verdi, ormai senza pini

“Se ognuno andasse in piazza con il cesto dei propri guai, tornerebbe a casa di corsa.”
Il detto popolare mi è tornato in mente guardando quello che succede intorno e dentro Piazza Verdi. Difficile dire chi ha torto e chi ha ragione. Difficile capire dove e come nascano certe decisioni che lasciano l’impressione (quanto meno) di una certa fretta e quel senso di amara delusione da parte di chi si è sentito escluso da certe decisioni. Non si tratta, quindi, di capire chi vince e chi perde in una guerra che nessuno ha dichiarato ma nella quale tutti si sentono coinvolti.
Dove trovare, allora, un punto comune di discussione e di proposta per risolvere un problema che rischia di avvelenare i rapporti tra cittadini e amministratori.
Intanto, cerchiamo di capire di cosa si parla. Parliamo di “Piazza Verdi”, d’accordo, ma siamo sicuri di parlare davvero di una piazza oppure di qualcosa che alla piazza assomiglia ma piazza non è. Abbiamo altri esempi – da Piazza Europa a Piazzale Kennedy, da Piazza Cesare Battisti a Piazza Caduti della Libertà – che non lasciano dubbi: la piazza, quella vera, è un’altra cosa: uno spazio riservato alle persone (non ai veicoli) per trovare (o ritrovare) momenti di piccola e grande socialità, dove scambiare opinioni, esperienze, emozioni e tutto il resto.
Ormai siamo abituati a incontrare gli altri più al supermercato che al bar e tanto meno in piazza. Ecco dunque la necessità di avere un punto di riferimento, uno spazio dove il pubblico incontra il privato in uno scambio di reciproco piacere ed interesse.
Cosa significa, allora, offrire nuove prospettive e nessun vantaggio per la vita comune ad uno spazio chiamato piazza ma che piazza non è? Certo, una nuova dimensione può piacere e non piacere (come sempre) ma sarebbe stato meglio chiamare le cose con il loro nome. Chiudere la “piazza” al traffico privato lasciando quello pubblico non serve a dare ai cittadini l’occasione per “riappropriarsi” della città e, nel contempo, riduce ancor più la “mobilità” dei singoli che non possono fare a meno dell’uso dell’auto.
Tanti sono i motivi, come si vede, per discutere a fondo prima di prendere certe decisioni. Se democrazia, come diceva Giorgio Gaber, è partecipazione, in questo caso se n’è vista poca, prima e dopo la scelta di un progetto che, al di là di limiti e meriti, sembra avere un vizio di base: quello di non aver tenuto conto a sufficienza delle reali necessità della popolazione.
Qui non si vogliono fare processi sommari, anzi. Ma non si può nemmeno far finta di niente quando qualcuno cerca di opporre il proprio punto di vista partendo dalla difesa dei pini per dialogare con chi rappresenta la cittadinanza e sembra abbarbicato a un progetto da realizzare al più presto possibile, prima che qualcuno cambi idea…
Non è stato un bello spettacolo. Non lo è stato soprattutto se si pensa alla distanza tra amministratori e amministrati. Una distanza che rischia di diventare incolmabile.