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Il sabato del Miraggio

Le macerie del progresso

di Salvatore Di Cicco

Macerie

La crisi economica (che speriamo si avvii ad un’inversione di rotta) non ha creato più povertà e meno speranza nel futuro. Tra i suoi “effetti collaterali” ce n’è un altro che non tocca direttamente le persone ma diventa per tutti una specie di “sacrario del paesaggio italiano”.
Stiamo parlando dei tanti, tantissimi capannoni industriali rimasti inutilizzati, appunto come conseguenza della crisi, e che sembrano indicare il punto più basso della situazione economica del nostro paese. Dal Piemonte al Veneto ma anche al Centro e al Sud, il paesaggio italiano era andato mutando, negli scorsi decenni per via di quella rincorsa a perdifiato dietro al mito del progresso. Ora che questo progresso è costretto a rallentare (e in certi casi a fermarsi) quei simboli di benessere si sono trasformati in simboli di decadenza. Il fatto, poi, che molti di quei simulacri di lavoro e di ricchezza stanno finendo nelle mani di altri padroni (i nuovi ricchi provenienti dall’Est o dal lontano Oriente, ma anche in quelle della malavita organizzata) non ne alleggerisce il peso nell’impatto ambientale.
Quello che viene a galla dall’abbandono forzato di questi capannoni, infatti, è proprio la grande ferita inferta nel tempo al paesaggio italiano e la quasi impossibilità di porvi rimedio. Sarà però il caso di riflettere sui danni che abbiamo procurato al nostro ambiente.
Riflettere vuol dire, prima di tutto, cercare di non ripetere gli errori passati. Non solo su questo versante (cioè quello della localizzazione industriale) ma anche su quello più genericamente riguardante il mondo dell’edilizia, uno dei comparti che forse risente maggiormente dell’attuale situazione.
Quando, per esempio, ci si preoccupa di non andare oltre i già ampi limiti della cementificazione del territorio (soprattutto lungo le coste) si vuole anche suggerire di fare scelte diverse da quelle che puntano esclusivamente su nuove costruzioni. È vero invece che, in alternativa, non si può dimenticare del grande lavoro di restauro dei centri storici, oltre di quello riguardante lo “sviluppo compatibile” delle grandi periferie urbane.
Qui, come sempre, non pretendiamo di dare ricette ma di sollecitare riflessioni, soprattutto per non dimenticare che i veri protagonisti della nostra storia siamo e rimaniamo noi e che il silenzio potrebbe diventare il nemico numero uno del nostro futuro.
L’immagine dei capannoni vuoti e abbandonati sono perciò nello stesso tempo le macerie del progresso e anche un monumeto all’ignavia di uomini votati solo al proprio interesse personale.
Un suggerimento potrebbe venire dalle amministrazioni locali. Riutilizzare certi spazi, per esempio, nell’ottica di nuove attività legate al sociale potrebbe essere una soluzione più che ammirevole. Ma anche qui è necessario il pungolo dei singoli cittadini. Perché ormai sappiamo bene che le cose si fanno solo quando tutti ne diventano in qualche modo “autori” e tutti capiscono il loro valore per la società.