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Dal Rio Bravo alla Patagonia

Europei e latinoamericani s’incontrano a Santiago de Cile

di Orsetta Bellani

Celac

Alla fine del mese scorso, i rappresentanti dei trentatré paesi della CELAC (Comunità degli stati dell’America Latina e dei Caraibi) si sono incontrati con quelli dell’Unione Europea nella capitale cilena Santiago.
I paesi europei, che stanno attraversando la peggiore crisi economica della loro storia, hanno investimenti diretti in America Latina per 385mila milioni di euro, soprattutto in Brasile, Argentina, Messico, Cile, Colombia e Perù. Le imprese transnazionali europee sono però intimorite dall’atteggiamento di molti governi latinoamericani, che hanno aumentato il peso dello stato nelle loro economie, ridimensionando il potere delle transnazionali. Ad esempio, il primo ministro spagnolo Rojoy ha forti frizioni con Argentina e Bolivia in seguito alla nazionalizzazione delle imprese iberiche nei due paesi sudamericani. E le tensioni si leggono nelle dichiarazioni del presidente boliviano Evo Morales, che alla fine del summit ha affermato: “È stata una riunione tra sordi. Abbiamo bisogno di soci, non di padroni che saccheggino le nostre risorse naturali”.
“Ci sono grandi differenze di visioni tra l’Europa e l’America Latina, ma il vertice è utile per avvicinarci”, ha dichiarato il cancelliere cubano Bruno Rodriguez, prima che Cuba assumesse la presidenza pro tempore della Celac.
In realtà, più che per avvicinare Europa e America Latina, il vertice ha avuto lo scopo di rassicurare le imprese europee intimorite dai provvedimenti nazionalisti dei paesi progressisti latinoamericani. La dichiarazione che è uscita dal summit reitera l’importanza del concetto di sicurezza giuridica per gli investimenti stranieri nei paesi della CELAC, e considera “vitale” che gli investitori rispettino il diritto nazionale ed internazionale, “in particolare, per quanto riguarda gli aspetti legati al fisco, alla trasparenza, alla protezione della natura, alla previdenza sociale e al lavoro”.
Una dichiarazione tanto ovvia che viene normale chiedersi se in un momento come questo, in cui una parte dei cittadini europei stanno assaltando i supermercati per procurarsi da mangiare, abbia senso spendere migliaia di euro per mandare i loro rappresentanti dall’altra parte del mondo.