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Dal Rio Bravo alla Patagonia

Il diritto all’aborto in America Latina

di Orsetta Bellani

Aborto in Uruguay

Qualche settimana fa il presidente uruguayano José Mujica ha promulgato una legge che depenalizza l’interruzione volontaria di gravidanza durante le prime dodici settimane di gestazione. Gli altri paesi del subcontinente che permettono l’aborto sono Cuba e Porto Rico, oltre al Distretto Federale di Città del Messico, dove sono in vigore altri importanti diritti civili come il matrimonio tra persone omosessuali.

Negli altri paesi latinoamericani l’aborto è penalizzato, anche pesantemente. Ad esempio, in Cile una donna non può far ricorso all’interruzione di gravidanza neanche se il feto ha degli handicap, se la gravidanza è causata da una violenza sessuale e neppure se è a rischio la salute della partoriente. Nella Repubblica Dominicana, l’aborto viene esplicitamente paragonato alla pena di morte, mentre in Nicaragua nell’ottobre del 2006 è stato cancellata la norma che lo permetteva, viste le vicinanze del governo “socialista” alla gerarchia cattolica.

Si sa che una donna, nel momento in cui decide di abortire, trova il modo per farlo. Di conseguenza la nuova norma del parlamento uruguayano tutela soprattutto le donne più povere, fino ad oggi costrette ad abortire non solo illegalmente, ma in condizioni mediche ed igieniche così estreme da poter causare la morte della paziente. In Uruguay, l’aborto era stato legalizzato nel 1934 e proibito nuovamente nel 1938, quando venne incluso come delitto nel Codice Penale. Il parlamento lo aveva poi depenalizzato nel 2008, ma l’allora presidente progressista Tabaré Vázquez decise di vetare la legge per motivi etici: “L’aborto è un male sociale che bisogna evitare”, dichiarò il noto oncologo.

Molte organizzazioni per la difesa dei diritti delle donne non si sono mostrate completamente soddisfatte dalla nuova legge, in particolare a causa delle condizioni previste perché si possa praticare l’interruzione di gravidanza: innanzitutto, le donne intenzionate ad abortire dovranno rivolgersi a una struttura legata al Sistema Sanitario Nazionale per spiegare le proprie motivazioni. In seguito, si dovranno incontrare con una commissione che fornirà informazioni sui rischi legati all’aborto e sulle soluzioni alternative. La donna avrà quindi cinque giorni di tempo per prendere una decisione che verrà considerata definitiva e, se deciderà comunque di abortire, l’operazione sarà gratuita.

“La commissione finirà per essere come un tribunale. Quando una donna prende una decisione di questo tipo non ha bisogno di qualcuno che la faccia riflettere, è una scelta presa in modo cosciente, adulto e responsabile. Questa legge non è quella per cui abbiamo tanto lottato”, ha dichiarato Martha Aguñín, portavoce dell’associazione Mujer y Salud en Uruguay. Più ottimista è Ana Labandera, presidentessa dell’organizzazione Iniciativas Sanitarias: “È una legge perfettibile, ma ad ogni modo è un grande passo per garantire i diritti delle donne uruguayane a decidere su se stesse e sul proprio corpo”.