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Diecianni

Dai gozzi spezzini a ct giramondo

dialogo con Beppe De Capua

Quattro senza: Paonessa, Fossi, Capelli, Palmisano

La prima cosa che cerca la domenica sera su internet è il risultato dello Spezia. E dire che non è col calcio che ha ottenuto le sue soddisfazioni, ma con il canottaggio, quello olimpico.
Beppe De Capua, attualmente commissario tecnico della nazionale senior maschile di canottaggio, è nato in Viale San Bartolomeo, quando i cantieri navali dovevano ancora cedere il passo al porto. Ma non ha mai vogato nel Canaletto, nonostante l’amicizia con Gianni Casali.
“A otto anni frequentavo regolarmente il circolo Velocior: il padre di un mio amico era socio – ricorda il ct – e ci portava a fare qualche palata con uno dei due gozzi che erano a disposizione. Vedevo uscire quelle barche lunghe, belle, lucenti. In quegli anni c’era un otto olimpico. Ero affascinato da quelle imbarcazioni. Non vedevo l’ora di avere l’età giusta per iscrivermi e poter vogare e a sedici anni iniziai gli allenamenti. Sin dal primo giorno le Olimpiadi sono state un sogno”. Poi sono diventate l’obiettivo quotidiano.
Beppe De Capua è il solo spezzino ad aver ottenuto il titolo di Maestro dello sport, ad aver ricoperto la massima carica tecnica di una federazione olimpica, aver vinto medaglie a cinque cerchi e aver ricevuto incarichi internazionali dirigenziali e di consulenza. Stati Uniti, Gran Bretagna, Grecia, Spagna, Olanda, Giappone e da ultimo la Cina hanno richiesto la supervisione del tecnico spezzino per i loro equipaggi nazionali. Il suo lavoro ha sempre portato risultati evidenti: la Cina, nazione dove nel 2002 il canottaggio era considerato una disciplina in via di sviluppo, ha scelto De Capua per prepararsi alle Olimpiadi di Pechino 2008 e dopo due anni di lavoro ai Giochi gli asiatici hanno scalato il medagliere del remo sino alla quinta posizione. E non poteva essere altrimenti.
“Nel 1957, quando ero in quinta elementare, sul diario Vitt c’erano le foto degli atleti di tutti gli sport – ricorda De Capua – ma mentre a tutti i miei compagni interessavano calciatori e ciclisti, io mi ero fissato per un’immagine della canottieri Moto Guzzi, che avevano vinto l’oro ai mondiali l’estate prima. Mi guardavano straniti, come se fossi una bestia rara. Finito il nautico, che allora se la giocava con quello di Genova per essere il migliore d’Italia, e i 24 mesi di leva, che trascorsi negli equipaggi delle Fiamme gialle e dell’Accademia di Polizia, potei finalmente coronare il mio sogno e mi iscrissi alla Scuola dello sport del Coni, dove completai l’iter per diventare operatore tecnico sportivo”. Da lì in poi De Capua ha girato l’Italia e il mondo, portando sempre con sé gli insegnamenti appresi alla Velocior in fatto di passione per lo sport e rispetto per l’avversario.
“Le mie radici non sono mai venute meno, sono sempre ritornato spesso a casa. Sino al 1996 ho mantenuto la residenza a Bragarina. E dopodomani sarò a Spezia. Insomma non mi sono mai staccato per lunghi periodi, anche perché secondo me la nostra è una delle città più belle del mondo: dintorni del genere è difficile trovarli. Eppure il mondo l’ho girato in lungo e in largo. Quando mi affaccio dalla finestra della casa di San Terenzo lo sguardo spazia dal castello del paese a Porto Venere e la Palmaria, e si ferma sull’altro castello, quello di Lerici. E poi la montagna è a un passo, la Versilia dietro l’angolo. Negli Stati Uniti e in Cina tutti conoscono le Cinque Terre, a volte non ce ne rendiamo conto”. L’amore per questi scorci è ritratto anche nell’album nuziale: De Capua si è sposato a San Pietro, a Porto Venere.
Quando torna in città Beppe se la fa a piedi da Bragarina al centro, e per lui è il massimo. Comincia a ritrovarsi, a palpare qualcosa di speciale quando è dalle parti di Viale San Bartolomeo, dove è nato. Passa davanti al Nautico, dove ha trascorso cinque anni indimenticabili, e va verso la Velocior, dove è cresciuto. E poi va oltre, verso i giardini, di cui è orgoglioso. “Sono passeggiate che mi rinfrancano, mi rilassano e mi riempiono. Una sensazione che non ho provato nemmeno ai Fori imperiali, ai Campi elisi o sulla Quinta strada di New York. E’ come ritrovare qualcosa che è tuo, come rivivere un rapporto figliale. E’ proprio così, è una cosa psicologicamente tangibile. E poi qualche volta capitano incontri che accendono improvvisamente i fari su esperienze, su ricordi”.