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Diecianni

"I ragazzi del 76 e quelli del 2000"

di Paolo Asti

Gustavo Stefanini

“I ragazzi del 76” è un bel libro, per me regalo oltremodo gradito, scritto dalla giornalista di “Panorama” Laura Maragnani, dedicato alla figura di Gustavo Stefanini ed a quella di Sergio Ricci, ma anche a quei “ragazzi” che seppero difendere la loro creatura, il cannone da 76, soprattutto dagli Americani, costruendoci sopra la fortuna di una fabbrica e di una città.
Ricordo, a differenza di molti miei coetanei l’Ingegner Gustavo Stefanini ed ho avuto l’onore di stringergli la mano, pieno di ammirazione, all’Associazione Industriali di cui, negli anni ’80 è stato Presidente. Per i più giovani, purtroppo, il suo è un nome privo di significato, che solo la lettura permetterà in parte di colmare.
Le testimonianze dell’amico Alberto Conforti, di Arcangelo Ferrari e dei “ragazzi” che sono rimasti, ci rendono anche la dimensione umana dell’Ingegnere, che va oltre alle capacità ed
alle intuizioni di un “capitano coraggioso”, leader di un’azienda, l’Oto Melara, dal dopoguerra agli anni del boom economico, fino al 1981, attraverso la storia d’Italia.
Che c’entra la storia di Stefanini e dell’Oto Melara, con il decennale di CdS?
Stefanini in fondo è figlio di una cultura che non conosce il digitale, non conosce internet e l’informazione è solo quella che sa di inchiostro e tipografia..
Eppure un nesso c’è tra i “Ragazzi del 76” e CdS.
Il nesso è la nostra città, la voglia di riscatto, di crescita, la voglia di esserci, nel caso di CdS di essere presenti con l’informazione.
Magari qualcuno, tra qualche anno, racconterà di quei ragazzi, primo fra tutti Armando Napoletano, di CdS, che cambiarono il modo di fare informazione in città, magari chiamandoli i “Ragazzi del 2000”, ricordando non un cannone ma un anno, l’anno in cui qualcuno ci aveva creduto prima di tutti gli altri.
L’altro nesso sta in una riflessione non su quel che c’è, ma su quel che manca in città.
Manca un leader.
Manca un uomo, dell’economia o della politica, che voglia provarci.
Un uomo capace di fare squadra per trascinare la città al cambiamento. Un uomo capace di convincerne altri per realizzare un sogno, capace di convincere gli altri a traghettare la città in un nuovo rinascimento negli anni difficili della crisi internazionale, ma più facili di quelli del dopoguerra. Un uomo capace di chiamare la fortuna quando questa sembra mancare.
Qualcuno obietterà che non è più il tempo di un uomo solo al comando. Io rispondo che la responsabilità va sempre solo in capo ad uno.
Come scrive Ignazio Silone ne “La scuola dei dittatori” facendo parlare per se Tommaso Il Cinico, “Nelle dittature la responsabilità, agevolmente, non è di nessuno.”