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Diecianni

Nessuna nostalgia

di Francesco Belloni

Fossitermi

La strada dal quartiere alla città fu una conquista dell’adolescenza. Da bambini il mondo era circoscritto al saliscendi degli spiazzi di cemento, davanti ai palazzi che si stagliavano dalla collina qualche metro sopra il resto di Fossitermi. Quando tutti i palloni di gomma leggera erano stati sacrificati sui rovi delle aiuole, si prendeva la strada del verde fino al “boschetto” e ad ottobre i sentieri che avevamo creato durante l’estate nell’erba medica erano ancora lì e stentavano a rimarginarsi. Se ti inoltri nel boschetto da via Puccini, all’incrocio con via di Birano, puoi camminare sotto gli alberi fino alla Pianura Padana, ma questo da piccoli non potevamo immaginarlo e sognavamo mete ben più favolose. Era la fine degli anni ’80 e il cielo della città alla sera tendeva ancora al giallastro per il fumo di carbone dell’Enel; la mia asma infantile sarebbe sparita prima di quella tinta artificiale. Ci volle un movimento politico ma soprattutto civile, in parte disatteso, per ottenere di nuovo un celeste accettabile. Mio padre, che lavorava vicino alla centrale, poteva finalmente riaprire le finestre dell’ufficio.
Arrivata l’età si poteva finalmente puntare il cuore della città attraverso il “campetto verde” e le case popolari dell’Inail del ministro Fiorentino. Poi il “campetto rosso” e il ponte ferroviario della Scorza che era stato le nostre colonne d’Ercole e meta di spedizioni timorose e proibite. Si passava per via G.B. Casoni e ai piedi della scalinata Marco Federici, due nomi che portano con sé altrettante storie che, in città più attente, avrebbero guadagnato titolazioni più nobili e centrali. Oggi si parla molto sudamericano in quella zona perché il mondo è sempre lo stesso ma l’Italia è cambiata e si trova finalmente dalla parte fortunata della barricata.
Andavo a trovare mia nonna che abitava in via Garibaldi. La sua chiesa era Santa Maria della Neve: tante volte mi aveva descritto il cubismo della via bombardata di fresco e la sola chiesa ancora in piedi, da raggiungere attraverso i viottoli tra le macerie. Come poteva quello non essere un segno dell’esistenza di Dio!
Il mercato con la tettoia bassa e opprimente che trasmetteva una sensazione di precarietà e di miseria, il lussureggiare della frutta di stagione e dei fiori, l’odore acre delle interiora dei pesci sul pavimento spazzato dalle secchiate d’acqua. Nel presentare e contrattare i muscoli, il lovasso, i batti-batti o le cicale, il dialetto trovava il suo luogo naturale di espressione e forse è ancora così. Le macchine passavano in mezzo alla piazza per Corso Cavour e le ambulanze Fiat 800 sbucavano dall’Oratorio di San Bernardino sull’asfalto di via Prione disperdendo il fiume di giovani del sabato pomeriggio.La sera non c’era granché da fare, soprattutto in centro, una birra da Alì e la musica alla Skaletta dopo un tragitto a piedi sotto la Spallanzani. La domenica all’Alberto Picco a incitare le maglie bianche, per sentirci veramente popolo accomunati dalla certezza che avremmo rivisto la serie cadetta dei nostri nonni quando tutto sarebbe stato meglio.

Da qualsiasi quartiere siano partiti, qualsiasi sia stato il loro “boschetto” e la meta, molti dei trentenni della mia generazione hanno concluso il loro viaggio alla stazione ferroviaria di un’altra città. Oggi torniamo e vediamo una città che ha iniziato a cambiare, anche se forse ancora più nella forma che nella sostanza, e che finalmente si è data degli obiettivi ambiziosi.
Per quanto dolce sia il velo dell’infanzia, del gioco e degli affetti perduti, lo dico in tutta sincerità, non ho nessuna nostalgia per quella La Spezia.