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Diecianni

Il ritorno a casa non si svaluterà mai

di Stefano Tani

Stoccolma

Abito a Stoccolma da due anni.
Appena trasferitomi qui, quando la gente mi chiedeva da quale parte dell’Italia provenissi, ero costretto a dare risposte estenuanti:
– Vengo dalla Spezia, una città di dimensioni medie che si trova sulla costa nord-occidentale del paese…
“Vicino alla Francia, cioè”. Mi interrompevano quelli geograficamente più incontenibili.
– …anche. Ma più vicino a Genova. Genova è un importante porto del Mediterraneo…
Capiamoci, neanche una volta ho spiegato: è vicino a Pisa.
Pochi, comunque, sembravano al corrente di cosa fosse Genova. Allora passavo alla parte illustrata. Mi sbilanciavo da un lato, allargavo un braccio e gonfiando patriotticamente il petto indicavo l’ascella dicendo – Io sono l’Italia. Qui c’è la mia città.
Adesso conosco meglio la geografia mentale degli svedesi e posso dare risposte più sicure. Quando mi chiedono da dove venga, replico secco: “La Spezia. E’ vicino alle Cinque Terre”.
Gli abitanti di Stoccolma sono tutti estremamente gentili, non solo con noi stranieri, ma anche tra di loro. Di conseguenza sono tutti stressatissimi. Per diluire lo stress, prendono il treno o l’aereo e vengono in Italia. Il treno impiega circa due giorni di più dell’aereo, ma ha due vantaggi: piace ai bambini e non inquina. Molti svedesi scelgono di venire nella nostra provincia. Sono attratti in egual misura da una promessa di ozio e di fatica; la seconda giustifica il primo. L’ozio se lo immaginano, simbolicamente, come un caffè preso con calma, seduti al tavolino di un bar di uno dei nostri paesi, magari con vista sui monti o sul mare. La fatica invece è simbolizzata dai sentieri che uniscono i paesi in questione (provenendo da un paese con pochi rilievi, non posson sapere che la fatica di un Riomaggiore-Montenero non ha proprio nulla di simbolico). E quando tornano sono davvero contenti: del paesaggio, del clima e del cibo, certamente; ma anche della vita che anima le nostre vie, del sole caldo di novembre che si godono all’aperto, della cordialità degli abitanti, del loro modo di parlare poco in inglese ma molto a gesti. A volte sono contenti perfino dei treni.
Anche io quando voglio rilassarmi vengo in Italia. E’ fantastico. Sono estasiato come un turista svedese, ma conosco molto meglio la lingua, e quali forni fanno la focaccia buona. Avendo già visitato i dintorni, punto direttamente sulla Spezia. E ogni volta, ogni volta che con il treno inizio a passare i tunnel del Levante, mi ricordo come il “tornare” sia sempre un movimento con un profondo valore emotivo. Non importa se hanno inventato le compagnie aeree a basso costo, il volo umano continentale che costa come un paio di stringhe da scarpe. Il ritorno a casa non si svaluterà mai. E di conseguenza, il ritorno alla Spezia porta con sé tanta dolcezza. E pure un tantino di curiosità.
Appena arrivo a casa, mi affaccio al balcone (ah! senza bisogno di indossare il cappotto, finalmente), inspiro, tossisco un po’ di smog e poi mi guardo intorno per vedere cosa sia cambiato nella mia città. Mi dicono sia sempre uguale. Non è assolutamente vero. Al contrario, è percorsa da un naturale processo di rinnovamento, un atto creativo che si apprezza benissimo dopo qualche mese di assenza, e dopo qualche anno sembra addirittura frenetico Si rinnovano i negozi e i ristoranti, ad esempio. Cellule nuove si formano e si insediano nei gusci vuoti lasciati da quelle vecchie. Girando scopro sempre qualche sorpresa interessante – e a volte qualche delusione, come quando non ho più trovato il panificio dove andava già mia nonna.
É nello spazio pubblico, comunque, che osservo le evoluzioni piú importanti. A volte inspiegabili: certi cubi rosagrigiogiallo di dimensioni bibliche eretti in centro o in periferia. A volte molto rincuoranti: spazi puliti e meglio arredati, più vivibili e più vissuti. Frotte di bambini che giocano. A volte tristi: ho sentito che erano in corso energiche azioni per fare a pezzi gli ultimi alberi che sono in città. Spero di aver capito male, però.