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Diecianni

Una domenica piovosa al Picco, 53 anni fa

di Alfredo Liberi

Enrico Albertosi

Lo Spezia ha avuto sempre dei validissimi portieri. Mi limito a citarne due, cronologicamente separati da un trenennio: Nicolino Latella ed Enrico Albertosi.
Latella, nato a La Spezia nel giugno del 1902, entrò a far parte della prima squadra nel 1921 e vi disputò tre campionati consecutivi sino al 1924, prima come riserva di Costa III, e poi, dal ’22, come titolare (era in campo nel famoso Spezia-Genoa che ci costò la squalifica del Picco sino a fine campionato). Nel ’24 si trasferì al Torino insieme ad Amadesi ed ai fratelli Rossetti, anch’essi colonne di quello Spezia “arcaico”. Con i granata avrebbe anche vinto uno scudetto, quello del 1926/27, che però negli almanacchi risulta “non assegnato” a causa del famoso “scandalo Allemandi” (ed il Torino tutt’ora lo reclama). Successivamente difese la porta di Padova, Legnano, Pro Patria e Reggina, dove chiuse la carriera nel 1936.
Molto più recente e sicuramente molto più presente nei nostri ricordi è la figura di Enrico Albertosi, originario di Pontremoli, uno dei più grandi portieri italiani del dopoguerra, che esordì giovanissimo (a 18 anni neppure compiuti) nello Spezia di Scarabello nel 1957 e, immediatamente notato e acquistato dalla Fiorentina, esordì l’anno successivo in serie A iniziando così una formidabile carriera culminata con la finale mondiale di Città del Messico del 1970. Due volte campione d’Italia, nel 1970 con il Cagliari e nel 1979 con il Milan.
In effetti Albertosi nello Spezia giocò solo poche partite (6 in campionato ed altre 4 tra Coppa Mattei e finali per il titolo italiano di IV Serie), ma, per una serie di circostanze, ricordo benissimo il suo esordio avvenuto in occasione di uno Spezia-Novese il 20 ottobre 1957.
Il campionato 1957/58 fu quello del trionfale ritorno in serie C di uno Spezia che il famoso “quadrumvirato” Bertorello-Leone-Menicagli-Cuneo aveva poderosamente attrezzato in vista di ben altri obiettivi (che poi non arrivarono), affidandone la guida tecnica a Luigi Scarabello. Dalla Carrarese erano arrivati a rinforzare la difesa il portiere Persi ed il terzino destro Crivellente, dal Lecco era rientrato alla base Enzo Mangini, il nostro “gioiellino” di centrocampo degli ultimi anni di B, ceduto al Milan nel 1950, e insieme a lui la validissima punta Corti. Dalla Cremonese era stato acquistato Mario Castellazzi, dal Vado l’ala destra Giacomino Persenda, il nostro Chiappara anni ’50, e in prestito dalla Spal, la mezzala Gianni Corelli.
Tuttavia l’inizio del campionato non era stato propriamente all’altezza delle grandi attese del pubblico, ma non per demerito dei giocatori o del tecnico. Ci si era messa di mezzo un’epidemia di “asiatica” (la prima, credo, in assoluto), che aveva decimato la squadra all’esordio in campionato (1-2 a Casale). Nei due turni successivi erano venuti altrettanti successi, ma il gioco era stiracchiato a causa sia delle assenze importanti, sia del fatto che molti dei giocatori in campo erano appena convalescenti.
Alla quarta giornata era attesa la Novese, capoclassifica con 5 punti (lo Spezia seguiva a 4), ma alla vigilia dell’importante partita (una vittoria ci avrebbe proiettato in testa alla classifica) erano già scontate due importanti assenze, quella di Castellazzi e quella del portiere titolare Persi, quest’ultimo vittima di una ricaduta influenzale. In porta i giornali davano per certa la presenza di Franco Dinelli, ottimo portiere di riserva, le cui qualità erano già ben note al pubblico spezzino dagli anni passati (qualche anno dopo andò a difendere la porta dell’Udinese in serie A).
Era una domenica tetra e piovosa, un vero anticipo d’inverno, ma alla partita non si poteva mancare. Avevo quasi 14 anni e mi ero già perso la prima dell’abbonamento (ovviamente a causa dell’asiatica: 40 di febbre e a letto una settimana). Con mio padre arrivammo allo stadio alla ”solita ora” (che per noi significava 1 ora prima dell’inizio): per accedere alla tribuna si passava dal famoso “arco trionfale”, ora intristito e quasi obliterato a favore di quella specie di squallido ingresso “di servizio” di via dei Pioppi. Sorpassate le siepi che si trovavano all’ingresso, si transitava poi sul vialetto ghiaioso che girava tutto intorno la recinzione del campo (c’era ancora la vecchia pista d’atletica a sole quattro corsie).
Quella volta faticammo a trovare posto perchè la pioggia aveva dirottato in tribuna molti spettatori che abitualmente preferivano la gradinata, che alle 13,30 era già una nereggiante distesa di ombrelli neri. Così mi dovetti accomodare su un gradino. Il campo di gioco era una specie di risaia dove i pochi fili d’erba spuntavano solo sulle fasce laterali e intorno alle bandierine del corner. Tutto il resto erano pozzanghere giallognole. D’altra parte a quel tempo al Picco ci giocavano tantissime squadre e lo stesso Spezia vi faceva gli allenamenti durante la settimana. Pretendere che vi crescesse l’erba era decisamente troppo, specialmente a stagione iniziata.
Poi, mentre continuava a piovere a dirotto, lo speaker iniziò a leggere le formazioni delle squadre. Era una specie di litania cadenzata che non ammetteva deroghe, un vero e proprio rito. Si leggevano di filato il nome del portiere e dei due terzini. Breve pausa e poi i nomi dei tre mediani. Pausa un pò più lunga e poi tutto d’un fiato i nomi del quintetto avanzato (i vecchi “forwards” anni venti), ossia le due ali, le due mezze ali e il centravanti, in ordine numerico dal 7 all’11.
Dopo aver snocciolato la formazione della Novese, pausa piena di tensione, e poi: “Spezia!” (boato del pubblico e agitazione di ombrelli in quell’immensa ombrellaia che era la vecchia gradinata): Albertosi-Crivellente-Pastorino…. (allarmato brusio d’intensità crescente del pubblico) Bumbaca-Zennaro-Mangini (pausa) Persenda-Corelli-Corti-Scabin-Franceschina.
“Albertosi??? E chi è costui?” era la domanda che girava di bocca in bocca. Uno seduto nella fila dietro la mia, con voce lugubre, quasi da funerale, disse: “E’ il portiere dei ragazzi….” Insomma, era accaduto che, fuori causa Persi per una ricaduta influenzale, anche Dinelli in nottata era stato preda del famigerato virus e aveva ovviamente dovuto dare forfait. Il povero Scarabello aveva dovuto pescare tra i ragazzi, ma la dea bendata aveva ben guidato la sua mano.
Il pubblico era davvero sbigottito. Era una partita certo non ancora decisiva, ma molto importante e sentita. Il sapere che in porta c’era un ragazzino neppure diciottenne, non entusiasmava. Il campo pesante, il pallone viscido e scivoloso….. cosa avrebbe potuto fare un ragazzino esordiente davanti a seimila spettatori, dodicimila occhi puntati adosso? Quando le squadre entrarono in campo, lo cercai con gli occhi e tentai di immedesimarmi in lui. In fondo aveva nemmeno 4 anni più di me. Come avrei reagito io? Certamente sarei fuggito come una lepre negli spogliatoi. Non me la sarei sentita.
Il quasi 18enne Albertosi era uno spilungone altissimo (e già la sua altezza, in un certo qual modo, rassicurava), che mentre si svolgevano i preliminari, andò subito a piazzarsi in porta saltellando. Alzando un braccio arrivava quasi alla traversa (ancora a sezione quadrata, come del resto i pali).
Poi iniziò la gara, ed il momento della verità arrivò quasi subito: un avversario tentò il tiro da una trentina di metri e la palla colpì tutta una serie di stinchi per finire poi in calcio d’angolo (la porta dello Spezia in quel primo tempo era dal lato dell’attuale cuva Ferrovia, che allora ovviamente non esisteva). Momento delicatissimo: come si sarebbe comportato il baby-esordiente? Una sicura uscita in presa alta, con il pallone (fradicio) che sembrava incollato ai guantoni. Qualche minuto più tardi Albertosi dovette uscire precipitosamente su un avversario lanciato a rete, ma tutto con il massimo tempismo. Nel frattempo lo Spezia dilagava. Corti, Persenda e Corelli fissarono il risultato sul 3-0 già alla fine del primo tempo, e quasi allo scadere il vecchio Mangini pennellò in rete la palla della quaterna. Lo Spezia era primo in classifica e non avrebbe più mollato il primato sino al termine del campionato.
E Albertosi? Con la Novese ben presto demoralizzata , ebbe ben poco da fare durante la partita, ma in quei pochi interventi dimostrò sempre una sicurezza direi mostruosa, viste le condizioni del terreno e la sua inesperienza. Alla fine, mentre sfollavamo, in quel pomeriggio piovoso, ci rendemmo conto di avere non due, bensì tre portieri, uno più forte dell’altro.