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Tivu' & Tivù - Citta della Spezia
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Diecianni

Tivu’ & Tivù

di Marco Rocca

Marco Rocca al fischio finale di Verona-Spezia

In principio fu VideoSpezia. Anzi, in ossequio al vernacolo “Videospesa”, detto con la ‘esse’ sonora. Ancora oggi cerco di capire se fosse il retaggio della mia mania per le radio-telecronache immaginarie con cui tediavo i miei malcapitati compagni di banco d’una assai poco brillante carriera scolastica: oppure se il mio approdo in quel piccolo network più di vent’anni fa rappresentato da Videospezia Canale 56 e Radio Spezia International (storici studi di via Monfalcone, in zona Chiappa) non sia stato altro che un caso: il caso cioè che Marco Zanotti, mio fraterno amico da quasi 35 anni, fosse appunto un apprezzatissimo cronista sportivo, impegnato dai microfoni di VSI a cantare domenicalmente le gesta degli aquilotti. Il mio primo incarico, datato mi pare 1987, lo ricordo assai impegnativo e concettuale: portalampade, nel senso letterale del termine. Tenevo, cioè, a due mani e direzionavo verso intervistatore e intervistato, in prossimità dell’improbabile tribuna stampa del Picco, ben di là dal rinnovamento, l’ingombrante faretto di rito. Come dire gavetta dura. Dalle prime, assortite esperienze pseudogiornalistiche alla radiocronaca d’esordio (un avvincente Palazzolo-Spezia 0-0 del 1993, ultima gestione Mastropasqua e ultima panchina Cadregari, il salto fu lento, intermittente e approssimativo. Per non interrompersi più, tuttavia, sino ad oggi, e ancora dura, sebbene su altre coordinate. Sì, perché arriva il giorno in cui scopri che il giornalismo televisivo, forse, può davvero essere il “tuo” lavoro, la tua professione. Dopo tante partite dello Spezia seguite dal vivo (e voluminoso apparecchio telefonico fisso nella borsa, oggi impensabile), ti accorgi che la passione e il lavoro possono andare a braccetto, ma che ci vuole comunque l’opportunità. E poco importa che tu l’abbia cercata con tutte le forze o trovata, per caso, dietro l’angolo, quando ormai non te l’aspettavi neanche più. Quando è successo a me, anno 2003, quello dell’approdo all’emittente ligure Primocanale, ho capito innanzitutto cosa significa fare “davvero” televisione e farla non esclusivamente da cronista sportivo bensì a 360 gradi, con frequenti e rapide incursioni nella cronaca, nella politica, nel “mare magnum” dell’informazione. E ho pensato allora a cosa, forse inconsciamente, mi aveva tenuto faticosamente a galla nei duri anni del noviziato, dell’inadeguatezza professionale ed economica: la prospettiva di poter trasformare, coi miei soliti tempi da bradipo, un hobby in mestiere, in una nuova consapevolezza. Non ho la presunzione, oggi, di poter affermare quale delle due condizioni sia alla fine davvero preferibile, né di poter dare consigli a chi comincia o, ancora, di saper capire fino in fondo cos’è un rimpianto, o un’occasione persa: so solo che la televisione, da dieci anni a questa parte, cambia e si rinnova quasi di giorno in giorno, a ritmo vertiginoso, in modi, tempi, tecnologie e idee. E chi decide di continuare a fare questo mestiere ha il dovere di cambiare con lei. Per questo, a 55 anni compiuti, senza mai col giornalismo essere neppure andato vagamente vicino al benessere economico, arricchito solo di esperienze e di sensazioni (quelle sì) molto spesso appaganti, mi alzo ogni giorno con la certezza di dover compiere il mio quotidiano, immancabile bagno d’umiltà e ricominciare sempre daccapo, come fosse tutto e nulla. Come se fosse ancora..Videospesa.