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Diecianni

Da Shangai al Suprema, Accademia di Belle Arti

di Francesco Vaccarone

Francesco Vaccarone col Maestro Giuseppe Caselli nel 1973.

Pino, ovvero Giuseppe Caselli, me lo diceva continuamente: “Ti tornerà molto utile disegnare di più dal vero. Comincia a disegnare tutto quello che vedi, portati dietro dei taccuini. Poi avrai bisogno di studiare la figura, il nudo, e tra un po’ di tempo vedremo come fare. Per padroneggiare meglio il colore fai così: prendi un pezzetto di carta colorata, questa carta verde per esempio, e mettitelo in tasca. Poi cerca di capire con quale giallo e quale blu, impastandoli, puoi arrivare a realizzare questo verde: farai decine, anche centinaia di prove prima di raggiungere il risultato. Una volta raggiunto, quel verde sarà tuo per sempre.”
Usciamo di casa che erano quasi le due, riaccompagnamo Caselli al Bar Tripoli che è un po’ il suo quartier generale, dove pranza con un panino: “Tornerò presto, continua a lavorare. Vieni a trovarmi allo studio quando vuoi. Passa prima qui dal bar, a fine mattinata o nel tardo pomeriggio e aspettami.”
Non vedo l’ora di raccontare ad Andrea Michi, con cui ho in comune anche la passione dei pattini (e con cui avrei diviso due studi), questa straordinaria, breve, semplice ma intensa esperienza. Anche lui vuol conoscere il Maestro. Il bar Tripoli in Via Prione diventerà il luogo di incontro. Nasceva una bella amicizia destinata a durare negli anni, impegnativa per contenuti di pensiero e per i reiterati anarchismi, talora un po’ imbarazzanti, che il Maestro manifestava anche in pubblico, ma sempre fresca, leale e affettuosa, anche un po’ esclusiva, e di questo Andrea ed io andavamo molto orgogliosi.
Nell’autunno del ’57, una domenica, Caselli ci invita per il giorno dopo ad andare con lui a disegnare in casino. “Portate carta da pacchi e carta gialla da macellaio, carbonella e un po’ di tempera bianca. Se volete anche qualche colore. Se vedemo al bar Tripoli ai nève, a piemo ‘n cafè e poi andemo.”
“Maestro – gli dico – volentieri, ma non abbiamo ancora l’età per entrare in casino, ci manca un anno sia a me che ad Andrea”.
“Non vi preoccupate, sono amico della “zia” (così si chiamava la tenutaria). Al lunedì mattina non c’è lavoro, diamo un compenso ad una delle ragazze e la facciamo posare in una stanzetta. Tranquilli – aggiunge – non succede niente. In questa città non c’è l’Accademia delle Belle Arti, quindi non ci sono modelle di professione. Quando i pittori hanno bisogno di lavorare con le modelle le cercano spesso in casino”.
Avevamo diciassette anni ed il pensiero di entrare nel favoleggiato luogo di piacere “Il Suprema”, di avere a disposizione una modella, di essere seguiti da un maestro come Pino nei nostri abbozzi ci eccitava non poco.
Alle nove del mattino del lunedì – Caselli era sempre molto puntuale negli appuntamenti – ci vediamo al bar Tripoli. Dopo il caffè ci avviamo verso via del Poggio, un altro regno dei gatti, e raggiungiamo il portone del Suprema. La “zia”, già informata dal Maestro, ci fa entrare senza formalità, non ci chiede i documenti e ci indica una stanzetta in cui c’è Marta ad aspettarci nuda sul divano che è rosso amaranto, naturalmente.
Questo è il colore dominante al Suprema. Alle pareti dipinti di buona fattura: uno, splendido, di Del Santo, raffigurante un nudo di donna in piedi appoggiata ad una consolle, che rivedrò negli anni settanta in casa di un politico romano e più recentemente in una rispettabile casa della nostra città.
La stanza con Marta pare tratta da un racconto di Maupassant. Sua figlia, una bimba di pochi mesi, dorme in una culla vicino a lei. “Parlate a voce bassa – ci raccomanda – se si sveglia mi devo occupare di lei e non posso posare per voi.”
Caselli disegna con una rapidità impressionante, studia la modella in tutte le prospettive, intanto guarda quanto Andrea ed io andiamo facendo senza mai mettere un segno di correzione sui nostri lavori ma suggerendoci via via come affrontare quel nudo.
Seguirono nel corso dell’anno altre “sedute” sotto la preziosa guida di Pino, fino a quando, nell’autunno del 1958, la senatrice Merlin fece chiudere quella che per noi, partendo dal quartiere Shanghai e salendo da via del Prione, era divenuta un’Accademia di Belle Arti…

(stralcio dal racconto di Francesco Vaccarone “Da Shangai al Suprema, Accademia di Belle Arti”, da Storie di Quartiere, ed.Comune della Spezia & Aidea