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Il Cielo sopra La Spezia

Il Cielo sopra La Spezia. Vi stupiremo con effetti speciali

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Nel 1927 la visione del film The Jazz Singer proiettato nelle sale gremite e fumose degli Stati Uniti provocò scompiglio ed emozione negli spettatori. Per la prima volta, dopo circa 30 anni di cinema muto, un film offriva al pubblico la percezione, e l’emozione, del sonoro sincronizzato con le immagini, anche se solo per qualche canzone e per pochi minuti di dialogo. Di fatto, più un film muto con qualche inserto di sonoro. Ed anche un brutto film, ordinario, con cadute di stile e volgari stereotipi, come la gente di colore ritratta come macchiette tonte e goffe, capaci solo di saltellare e ridere in modo ebete. Grazie a quelle nove canzoni ed a quel minuto o poco più di dialogo, ad un breve monologo con l’attore che guarda in macchina e sembra parlare al pubblico, The Jazz Singer ebbe un successo straordinario, tanto da risollevare le sorti della Warner Bros ormai sull’orlo del fallimento.

Il Novecento è il secolo in cui, per dirla con Walter Benjamin, l’arte ha perso definitivamente la sua “aura” di unicità per entrare nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. In cui le rivoluzioni che hanno segnato passaggi epocali di estetica, gusto, costume si sono giocate più sul linguaggio che sul contenuto in senso classico, nel rapporto sempre più dialettico tra significante e significato. Basta pensare al “cesso” di Duchamp, alle creazioni free jazz di Pollock, ai tagli di Fontana. Operazioni che hanno “stravolto” il mezzo e modificato il messaggio in un rapporto biunivoco. Il gesto stesso di fare arte diviene arte.

Il Cinema è stato e continua ad essere il terreno di sperimentazione per antonomasia, in cui i codici linguistici rappresentano uno dei principali mondi da indagare. Pensiamo solo all’evoluzione del montaggio, al modo di “guardare” con la macchina da presa, al rapporto tra l’autore e tecnologia a disposizione in quel dato momento storico: tutti elementi che hanno segnato i capolavori di maestri come Orson Welles, Antonioni o Kubrick, solo per citarne alcuni. Ma, anche se si esce dal cinema autoriale, ricordiamo film come “Incontri ravvicinati” o “Guerre Stellari” che, pur essendo produzioni dichiaratamente create per l’intrattenimento, grazie alle possibilità offerte dalla tecnologia applicata agli effetti speciali hanno reinventato il modo stesso di raccontare un’avventura e segnato un’epoca.

L’impatto che The Jazz Singer ebbe sulla storia del Cinema fu proprio quello di rimettere in discussione i “segni”, grazie all’avvento del sonoro, in funzione di una nuova semantica narrativa e cognitiva. Processo che poi è continuato con l’avvento del colore, con soluzioni praticamente infinite per la riproduzione della realtà e per cifre espressive e stilistiche più “visionarie”.
Ed il Cinema, per definizione, è l’arte in cui il processo industriale in tutte la sue fasi, dalla progettazione, alla realizzazione e distribuzione, più influisce sul carattere finale del prodotto. Non si può quindi immaginare un’opera filmica slegata dal suo contesto produttivo, sia un colossal Hollywoodiano che un’autoproduzione destinata a sale d’Essai.

Anche se la tecnologia 3D applicata al cinema non è proprio una cosa recentissima, le prime sperimentazioni di un certo peso iniziano sin dagli anni ottanta, solo negli ultimi anni il livello di innovazione e di stabilità dei processi produttivi è arrivato ad una sorta di “prima grande maturazione”, tale da rendere possibile un film come Avatar. L’utimo tassello, in ordine di tempo, del percorso che ha visto il passaggio dall’analogico al digitale che ha portato non solo all’esplosione di nuovi media, ed alla rivoluzione della comunicazione di massa, ma al ri-posizionamento ed al progresso ulteriore di quelli vecchi.

James Cameron è uno che sa manipolare molto bene gli ingredienti che decretano il successo di un’operazione di “entertainment” cinematografico: grandi attori, storia epica con elementi psicologici e sentimentali da accademia, montaggio e ritmo serrato, effetti speciali sbalorditivi, valori etici manichei, quel pizzico di critica sociale che può trovare consensi biparisan. La storia, che ha sempre successo, dei buoni contro i cattivi. Titanic, che io ho trovato un gran bel film, è un po’ il mix di tutto questo.

Con Avatar, da grande esperto di tecnologia qual è, Cameron si spinge ben oltre e, grazie ad un uso sapiente della più sofisticata tecnica 3D, crea un nuovo mondo. Al di là della trama, lineare ma comunque avvincente (la storia non è altro che il racconto della politica estera USA dalle origini ad oggi), l’universo a tre dimensioni di AVATAR diventa non solo lo sfondo, se pur impressionante ed esaltante nella sua bellezza e varietà di scenari e situazioni, ma il protagonista in primo piano della narrazione.
Anzi, diciamo che sembra quasi che il film sia proprio questo, un mondo che racconta se stesso, si racconta, e lo fa con un linguaggio di comunicazione filmica assolutamente nuovo, che riesce a toccare la sfera emozionale dello spettatore in modo sensoriale. Le affermazioni, che sembrano banali, “puoi toccare gli oggetti”, “ho fatto il movimento di scansarmi bruscamente, perché le cose mi venivano contro”, “sembra di volare” o “sembra di starci dentro”, sono invece veritiere, raccontano perfettamente cosa è il film.
O meglio, cosa rappresenta l’esperienza del film: un viaggio, un’avventura che lo spettatore vive realmente “dall’interno.”

Alcuni entusiasti, anche molto autorevoli, sostengono che il cinema d’ora in poi si dovrà misurare con la scansione temporale “prima o dopo AVATAR”. Affermazione forse un po’ troppo assertiva, ma con diversi elementi di verità. Intanto, la visione in 3D costringerà il pubblico a tornare nelle sale cinematografiche diminuendo la frequenza della visione domestica del cinema tramite DVD, che non è poco. Inoltre, questa tecnologia offre già nuovi elementi sintattici peculiari, e Cameron lo ha dimostrato con un modo di comporre l’inquadratura e di fare muovere i personaggi in relazione al contesto che ha creato uno sguardo filmico già originale (al di là della tecnica di ripresa “prospettica” con le due camere che puntano lo stesso “punto”, ma con angolazioni di traiettoria leggermente sfalsate). E davvero cinematografico: Avatar non dà affatto l’impressione di essere dentro un video game, è un mondo immaginario, ma coerente, ideale per rispettare le tre unità aristoteliche di tempo, luogo, azione, con l’aggiunta di una quarta, lo spazio.

Immaginiamoci poi una tecnologia così in mano ad un regista più “autoriale”, con una sceneggiatura articolata e profonda, di spessore. Un esempio: tra poco uscirà la versione in 3D di Alice nel paese delle Meraviglie di Tim Burton, uno che sa indagare a fondo nelle oscurità dell’animo umano e con una cifra stilistica propria.
In ogni caso, chi non lo ha ancora visto, vada a vedere Avatar in 3D: qualunque sarà il giudizio, ne rimarrà colpito. Ed emozionato.