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Il Cielo sopra La Spezia

Il Cielo sopra La Spezia. La crisi è passata, tutti a casa (prima parte)

lavoratori

Allegria! La crisi in Italia è ormai alle spalle. Abbiamo solo due milioni di disoccupati ed il tasso di disoccupazione è all’8,5% (il dato peggiore dal 2004). Soltanto nell’ultima settimana, dalle cronache apprendiamo: che la Fiat mette in cassa integrazione 30mila lavoratori e vuole chiudere lo stabilimento di Termini Imerese; che l’Omsa di Ferrara (ricordate Omsa che gambe?) vuole chiudere e delocalizzare, che in soldoni significa trasferire baracca e burattini in paesi in cui la manodopera non è sindacalizzata e costa almeno la metà, così si massimizzano i profittti. E che l’Alcoa decide di bloccare per sei mesi la produzione: scioperi dei 400 lavoratori dei suoi stabilimenti veneti ed in Sardegna i 300 lavoratori che occupano l’aeroporto di Cagliari vengono presi a manganellate dalla polizia.
E non si contano nel corso del 2009 casi simili in tutto il Paese, con lavoratori costretti a salire sulla cima di gru e carroponti o a dormire negli uffici e nelle mense delle imprese per cercare di difendere il posto di lavoro. E, spesse volte, manganellati dalla polizia.

Qualche sera fa Massimo Cacciari, Sindaco di Venezia e professore/ filosofo, di quelli che fanno tendenza a sinistra, ma che piacciono tanto anche a destra, durante una trasmissione televisiva assertiva, beato ed incontrastato, che la classe operaia non esiste più. Ultimo in ordine di tempo di una lunga lista bipartisan. Dichiarazione che si sposa perfettamente con il commento di Emma Margegaglia, Presidentessa di Confindustria, sulla chiusura di Termini Imerese:
“Non possiamo rimanere bloccati su quello che c’è e non voler nessun cambiamento: se uno stabilimento non sta in piedi per motivi competitivi e logistici il problema non è mantenerlo là, ma reimpiegare la forza lavoro che rischia la disoccupazione.”
Certo, magari poi ci farete sapere come e dove. Ma tanto, perché preoccuparsi di qualcuno che non esiste?

Sicuramente, la nobile classe operaia del dopoguerra e del boom economico, degli anni sessanta e settanta, quella delle concentrazioni industriali e delle grandi stagioni sindacali, che seppe non solo combattere per il lavoro, ma anche per i diritti sociali, l’innalzamento della democrazia e della cultura in questo Paese, che ha lottato contro il terrorismo e lo stragismo, che possedeva un’elevata coscienza di sé e dei propri valori solidaristici, non esiste più.
E’ mutata nelle sue caratteristiche socio culturali e professionali, si è frammentata e parcellizzata per la riduzione delle concentrazioni produttive, anche se numericamente è rimasta una presenza primaria (in Italia gli addetti industria manifatturiera, costruzioni, acqua e gas, sono circa 6milioni e mezzo, dati 2004).
Oggi un ingegnere informatico che lavora per una multinazionale della telefonia ha un contratto da metalmeccanico. Certamente non sta in catena di montaggio, ad una pressa o davanti ad un altoforno, ma è comunque un lavoratore subordinato, che percepisce un salario e crea, come si diceva un tempo in testi ora proibiti, plusvalore. Magari il nostro ingegnere, brillantemente laureato, non si percepisce tale, ma è la sua condizione oggettiva nella gerarchia industriale. Come quella di un addetto pluri laureato di un call center.

Un grande cambiamento strutturale che ha contribuito a ridisegnare la conformazione della classe lavoratrice è stato l’introduzione, prima del concetto e poi dello status, della flessibilità, che nel giro di poco tempo si è trasformata in precarietà, questa sì davvero strutturale da diventare definitiva. Trasformazione che ha segnato profondamente il mercato del lavoro pubblico e privato nel nostro paese creando schiere di precari, specialmente giovani e donne, che vivono il lavoro e la vita perennemente in “sospensione”, senza poter pianificare decentemente la propria esistenza e sottostando ad ogni sorta di ricatto occupazionale. Oggi in Italia si è precari a quarant’anni senza intravedre futuro di stabilizzazione, cosa inconcepibile per la generazione dei nostri padri. Ed anche qui si parla di circa 3 milioni e mezzo di “fantasmi”, gente che non esiste.

Un piccolo accenno anche per un’altra categoria fastidiosa per i pensatori bipartisan televisivi: i pensionati. In Italia, il 66% dei lavoratori in pensione (7,5 milioni) prende meno di 1.000 euro di pensione.

E pensare che gli indicatori economici, al di là della crisi, danno in aumento la produttività da lavoro dipendente: siamo più avanti di Francia, Germania e Spagna.
Crescono i profitti delle imprese, specialmente di quelle grandi (secondo l’Istat per le maggiori 1400 imprese dell’Industria Italiana i profitti sono cresciuti del 74,5 % dal 2004), mentre di fatto i salari netti, tra inflazione, perdita del potere d’acquisto e fiscal drag sono praticamente fermi al 1993 (i nostri salari sono tra i più bassi d’Europa, 17% in meno della media dei Paesi Ocse, 19% in meno della media europea contata su 19 Paesi).
E, ciliegina sulla torta, il fisco: nel 2008, l’aumento delle entrate complessive che si è verificato (+ 1,1%) è dovuto sostanzialmente all’aumento delle entrate da lavoro dipendente del 8,1% ( 9 miliardi di euro), mentre, ou contraire, il gettito dell’IVA è stato meno 2,7%, ( circa 5 miliardi di euro in meno nelle casse dello Stato).

Ci fermiamo qui, altrimenti ci tocca parlare degli stipendi di manager pubblici e privati in Italia, che sono circa 100 volte di più di uno stipendio medio di un collaboratore dipendente (tipo in Alitalia, Telecom, Ferrovie, ENEL ecc) e facciamo demagogia.

In questo paese-barzelletta in cui viviamo, in cui ogni giorno assistiamo all’esplosione di qualche emergenza sociale, c’è chi dice che va tutto bene e che le priorità sono la sicurezza, la giustizia e la lotta agli immigrati che sono tutti delinquenti. Ne prendiamo atto e, finiti gli ultimi ammortizzatori sociali (nel 2009 oltre un miliardo di ore di cassa integrazione), vivremo tutti in una rutilante bolla dorata di ottimismo, in un mondo finalmente libero dal lavoro, a casa davanti alla televisione, con i vip che ballano in diretta, tragedie in mondovisone e gli anticipi e postici dal venerdì al lunedì. Tanto, la crisi è ormai alle spalle.

(fine prima parte, la prossima il 6 febbraio, per chi ne ha voglia)