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Il Cielo sopra La Spezia

Il Cielo sopra Haiti. Ricostruire il futuro

bambini haiti

“Bisogna smetterla di usare la parola “maledizione”. E’ un termine offensivo, perché sottintende che Haiti abbia fatto qualcosa di sbagliato ed ora lo sta pagando.” Così lo scrittore e giornalista haitiano Dany Laferriere su Le Monde. Un pensiero che riassume quello di molti intellettuali ed artisti haitiani. Sono indignati e sofferenti, perché da troppo tempo opinione pubblica e stampa mondiale descrivono Haiti come se fosse la culla di tutti i mali oscuri del mondo. Come un paese sempre troppo sfortunato da subire ogni sorta di catastrofe naturale e politica come se alle ragioni storiche ed economiche o a quelle della meteorologia e della geologia si sostituissero la superstizione e l’ignoranza. Tanto per dirne una, all’inizio degli anni ottanta girava voce che il focolaio dell’epidemia di Aids fosse partito da Haiti, una bufala colossale che non stava né in cielo né in terra. Senza contare tutte le leggende su morti viventi e sul vudu, che in qualche caso sono state strumentalizzate per giustificare repressioni di massa.

Se vogliamo fare un favore ad Haiti in questa immane tragedia, che non ha origini esoteriche, ma semplicemente ragioni che sommano fenomeni geologici con un sotto sviluppo post coloniale (i terremoti di uguale intensità non radono al suolo città come Tokio, gli avvenimenti naturali moltiplicano esponenzialmente il loro impatto catastrofico laddove incontrano degrado e povertà estremi), oltre agli aiuti umanitari dei governi e il nostro aiuto privato, per quello che ognuno di noi può fare, è considerare quella terra ed il suo popolo come meritano.
Un paese con una popolazione fiera e vitale, storicamente figlia di una delle peggiori vergogne dell’umanità, lo schiavismo (si calcola che ad Haiti nel 700 ci fossero più di 500mila schiavi provenienti dall’Africa), che ha combattuto il colonialismo spagnolo, francese e poi americano. Un popolo di pittori, scultori, musicisti e scrittori.
Una terra in cui mise piede il nostro Cristoforo Colombo, e da quell’impronta nacquero tutte le sue “disgrazie”.

Ci sono alcuni libri bellissimi di Eduardo Galeano, il grande scrittore e giornalista uruguaiano, come “le Vene aperte dell’america latina”, “Memoria del fuoco”, il recente “Specchi” che raccontano il continente Latino Americano. Ed il periodo che può interessare per capire i motivi per i quali paesi come Haiti sono oggi così ridotti, nonostante la fierezza dei suoi popoli e le risorse naturali che possiedono, è proprio quello che inizia con la “scoperta” delle americhe. Dall’orma di Cristoforo Colombo infettata di vaiolo ai giorni nostri.

Galeano, con il suo stile di scrittura al tempo stesso raffinato e popolare, una narrazione cronachistica e metaforica, documentale e poetica, svela una storia di secoli di sopraffazioni, saccheggi, violenze, orrori perpetrati dalle potenze occidentali sui popoli latinoamericani. E della loro sofferenze e della loro resistenza, delle innumerevoli rivolte represse con bagni di sangue, sino alla nascita delle nazioni, al colonialismo moderno figlio della Dottrina Monroe ed alla storia recente del novecento. Non dimentichiamoci che durante lo scorso secolo, mentre in Europa si rafforzavano le democrazie, l’America latina si caratterizzava per lunghi periodi di dittature come quelle argentine, cilene, brasiliane, e guerre civili come in Nicaragua, Guatemala ed El Salvador.

Scrive Eduardo Galeano su “Specchi”: “Haiti e la Repubblica Dominicana sono due paesi separati da un fiume che si chiama Masacre. Si chiamava così già nel 1937, ma il nome derivò da una profezia: sulle rive di quel fiume caddero, uccisi da colpi di machete, migliaia di operai haitiani che stavano lavorando, nella parte dominicana, al taglio della canna da zucchero. Il generalissimo Rafael Leonidas Trujillo, faccia da topo, cappello da Napoleone, diede l’ordine di sterminare quei neri, per sbiancare la razza ed esorcizzare il proprio sangue impuro. I giornali dominicani non si accorsero della novità. I giornali haitiani nemmeno. Dopo tre settimane di silenzio, qualcosa venne pubblicato, poche righe, e Trujillo avvisò che non bisognava esagerare, che i morti non erano più di diciottomila. Dopo molte discussioni, finì per pagare ventinove dollari a morto.”

In questo momento Haiti è, di fatto, occupata dall’esercito americano. Per la sua posizione strategica tra Cuba e Venezuela. Complice un governo debole, gli americani gestiscono gli aiuti e l’ordine pubblico come se Haiti fosse una contea delle Hawaii. Decidendo anche il confine tra lecito ed illecito. Di fatto, amministrando la giustizia. E’ questo il prezzo che gli Haitiani devono ulteriormente pagare per ricevere gli aiuti?

Scrive ancora Dany Laferriere su Le Monde: “C’è un altro termine che non bisognerebbe usare a caso: saccheggi. Quando una persona va a cercare tra le macerie qualcosa da bere e da mangiare prima che le gru radano tutto al suolo, non è un saccheggio, è sopravvivenza. Ci saranno sicuramente saccheggi in futuro, ma finora ho solo visto persone che fanno il possibile per sopravvivere.”

In questi giorni, gli artisti ed intellettuali haitiani oltre che a creare struggenti testimonianze della tragedia che ha colpito il loro paese, rivendicano la propria autonomia ed il proprio orgoglio di popolo. La volontà che la gente di Haiti riprenda in mano il proprio paese ed il proprio destino. Un’affermazione di sovranità. Deve essere un loro “vizio” antico. Passata la fase dell’emergenza umanitaria, il paese dovrà affrontare la ricostruzione. Che avrà bisogno di flussi finanziari enormi, così come di strutture, logistica, organizzazione. Un processo complesso e difficile, che se vorrà avere buon esito dovrà necessariamente vedere gli Haitiani protagonisti e decisori, con le forme democratiche che crederanno opportune.

Scrive Jean-Renè Lremoine, attore e drammaturgo haitiano che vive a Parigi, su Liberation: “Bisogna pensare alla ricostruzione. Ed è soprattutto la comunità internazionale ad avere questo potere. Non si tratta di mettere Haiti sotto tutela, come fosse un parente matto da interdire. Haiti è lucida. So che laggiù ci sono persone capaci di agire. Bisogna consultarsi con loro per progettare la ricostruzione. Se sarà fatto, ci sarà speranza. Ricostruire un vero luogo di vita è un progetto straordinario, che può portare ad una grande svolta.”

I pezzi da Le Monde e Liberation sono tratti dall’ultimo numero di Internazionale.