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Il Cielo sopra La Spezia

Il Cielo sopra La Spezia. Cosa vogliono questi ragazzi?

Import 2009

Qualche giorno fa sono stati ospiti nella redazione di CDS i ragazzi della III A della Scuola media Fontana-Formentini per un incontro con il Sindaco Massimo Federici e con la campionessa slovena della Virtus Katia Temnik. Al di là della valenza giornalistica di un forum on line in tempo reale e caratterizzato da una vera intervista “sui generis”, quello che ha fatto più riflettere sono stati proprio le ragazze ed i ragazzi della III A.

Vestiti tutti uguali, con le “divise” di ordinanza volute dalle attuali mode giovanili, la classica omologazione identitaria dell’appartenenza ad un branco, che si ripete ciclicamente in tutte le generazioni. Se non ho capito male, mente ai miei tempi i “comportamenti estetici” riflettevano in qualche modo anche sfumature culturali e proto politiche (se eri paninaro la pensavi in un certo modo e se invece portavi la cresta di capelli colorata il tuo immaginario era d’altro tipo), oggi i ragazzi nell’età dell’adolescenza critica tendono ad essere molto meno “ideologizzati” e più trasversali. Ma gli occhi vivi, curiosi, i sorrisi timidi e sfrontati, i gesti caricati, il linguaggio caratterizzato dallo “slang” generazionale sono presenti, oggi come ieri.

Colpiscono i desideri, le esigenze, le aspirazioni. Con il Sindaco Federici, dopo qualche timidezza iniziale, le domande e le richieste più spontanee e frequenti sono state quelle che sottendono il bisogno di aggregazione. Desiderio di spazi pubblici di ritrovo per il tempo libero, attrezzati, con la possibilità di incontrarsi e divertirsi, di navigare in internet. Di mettere in gioco il proprio mondo di relazioni in uno spazio autonomo, senza il controllo degli adulti sia nella forma familiare che in quella istituzionale. Trascorrere il proprio tempo fuori della scuola e di casa in una città vivibile, accogliente, a loro misura. Potersi spostare con orari e mezzi pensati per le loro esigenze.

Troppo spesso il mondo degli adulti non capisce nulla di quello dei giovani, perché impegnato a proiettare su di loro la propria visione delle cose, fatta a volte di regole incomprensibili e di autentica “ignoranza” di una serie di dinamiche e di linguaggi propri delle comunità giovanili.
Una ragazza/o di dodici, tredici anni non ha bisogno di avere i genitori seduti accanto mente naviga su Internet, perché ne sa infinitamente di più di loro, compreso dei cosiddetti “rischi” delle Rete, che riesce a gestire autonomamente nella maggior parte dei casi. Figuriamoci quale guida può essere per un adolescente in un social network come Facebook un’insegnante di cinquant’anni che sa a malapena accendere un computer. Purtroppo, ci sarà sempre qualche ragazza/o che accetterà “caramelle dagli sconosciuti” e nessun controllo potrà impedirlo. Piuttosto, i giovani chiedono ai loro genitori (ed agli insegnanti) di essere realmente ascoltati, magari attraverso vere conversazioni la sera a tavola che non siano tristi emissioni di suoni gutturali di fronte ad uno schermo televisivo perennemente acceso. Autonomia e rispetto per il proprio mondo. E più assunzioni di responsabilità, meno bambagia materiale. Non si sconfigge la solitudine esistenziale di un adolescente dicendo sempre di sì, guardando un reality show e con jeans e magliette firmate.

Ricordo che qualche anno fa fui inviato dall’azienda per la quale lavoravo a tenere un corso di marketing in un Istituto tecnico di Pontedera, in provincia di Pisa. Una quinta, una trentina tra ragazzi e ragazze. Altro che marketing strategico o di prodotto: per tre mesi, tutti i sabati, abbiamo parlato del mondo vero, reale. Di relazioni interpersonali, di amore, calcio, tempo libero, di internet e di lavoro. Non hanno imparato le cinque regole del marketing, ma come si compila in curriculum e come ci si presenta ad un colloquio di lavoro. Non hanno studiato un manuale di Project Management, ma molti di quei ragazzi hanno sognato sulle pagine del “Barone Rampante” di Calvino, e tutti loro, fino a quel momento, non avevano mai aperto un libro che non fosse un testo scolastico. Io, senza nessuna esperienza d’insegnamento, mi sono limitato a starli ad ascoltare, fornendogli solo qualche binario e qualche stazione per fare transitare, come tanti convogli ferroviari esistenziali, i loro pensieri ed i loro desideri. A fine anno, nei colloqui personali a quattr’occhi per commentare il test finale, quattro o cinque di loro mi rivelarono che si sarebbero iscritti all’università dopo la maturità. Niente di strano, se non fosse che sino a tre mesi prima tutti quei ragazzi escludevano categoricamente la possibilità di continuare a studiare.

Con Katia Temnik la conversazione invece ha toccato temi più “leggeri”. In apparenza, perché è evidente la fascinazione sui ragazzi del personaggio famoso, dell’evocazione del mondo dello sport vissuto come forma di spettacolo. Agli occhi delle ragazze e dei ragazzi della III A Katia è quella che ce l’ha fatta, che fa un lavoro divertente sotto i riflettori e che ti porta a girare il mondo. Gli adolescenti vivono di miti, ed è giusto che sia così. L’importante è che accanto alla libertà di sogno ci sia anche la capacità di auto valutarsi e misurare le proprie aspirazioni.

La “chiusa” della mattinata è stata divertente e significativa: la società Virtus ha regalato un abbonamento ad ogni studente che da il diritto, per tutto il campionato, ad assistere gratuitamente alle partite della squadra, accompagnati da due adulti. Chiaramente l’iniziativa ha suscitato grande entusiasmo, e molte ragazze e ragazzi hanno deciso anche di costituire “tifo organizzato” per Katia con tanto di striscioni. Una ragazza, dagli occhi furbissimi, ha chiesto se poteva usufruire dell’abbonamento anche senza la presenza dei genitori, e quando le è stato risposto di sì, n’è stata davvero contenta. Perché qualche volta ci andrà accompagnata, e qualche volta da sola e con le amiche. Semplicemente, avrà la possibilità di scegliere.